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il Portale della Rete L'ABUSO - Home » carabinieri » Controreport di Rete L’abuso sui preti pedofili: numeri allarmanti

Controreport di Rete L’abuso sui preti pedofili: numeri allarmanti

ludovica.eugenio by ludovica.eugenio
8 Febbraio 2023
in Cronaca e News
Reading Time: 4 mins read
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SAVONA-ADISTA. 88 preti non noti segnalati dalle vittime che, per improcedibilità spesso legata alla prescrizione non sono conosciuti alle autorità civili; 166 preti accusati, attualmente denunciati, indagati, in attesa di giudizio o in attesa di sentenza definitiva in Italia, compresi coloro che si sono salvati grazie alla prescrizione; 164 condannati in via definitiva, per un totale di 418.

Sono i numeri che emergono dal controreport (rispetto a quello pubblicato dalla Cei il 27 novembre scorso, v. Adista Notizie n. 40/22) sulla pedofilia clericale elaborato – sulla base delle denunce dei sopravvissuti e riguardante esclusivamente i preti, dalla Rete L’Abuso di Francesco Zanardi – con tutti i dati raccolti dall’associazione in 13 anni di lavoro e monitoraggio, che ovviamente non restituiscono ancora la portata reale del fenomeno.

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Il report è stato presentato in conferenza stampa il primo febbraio, alla presenza dello stesso Zanardi, di Matthias Katsch, di ECA Global (Ending Clergy Abuse, organismo internazionale che si occupa di pedofilia nella Chiesa), sopravvissuto agli abusi, e di Simone Padovani, portavoce della Justice Initiative lanciata in Svizzera da gruppi di vittime, accademici e ONG di tutta Europa come iniziativa politica congiunta.

Il Report, tuttavia, non vuole snocciolare solo numeri, «ma insieme a questi fornire, in assenza di dati governativi, un quadro di consapevolezza più ampio, spiegando perché il problema endemico dei sacerdoti pedofili, in Italia, sia particolarmente allarmante rispetto agli altri Paesi, non solo nell’area dell’Unione Europea», spiega Zanardi.

La chiave di lettura, dunque, è quella del principio di “Interesse superiore del minore” all’interno del quale la Rete agisce. L’Italia ha ratificato 32 anni fa (27 maggio 1991) la Convenzione sui diritti dell’infanzia, che rappresenta lo strumento normativo internazionale più importante e completo in materia di promozione e tutela dei diritti dell’infanzia (che comprende individui fino a 18 anni di età); essa, spiega Zanardi, «obbliga gli Stati che l’hanno ratificata a uniformare le norme di diritto interno a quelle della Convenzione e ad attuare tutti i provvedimenti necessari ad assistere i genitori e le istituzioni nell’adempimento dei loro obblighi nei confronti dei minori». Ma in questi 32 anni un adeguamento dei parametri non c’è stato.

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Il nodo più rilevante è dato dalla contraddizione tra quanto imposto dalla Convenzione (che, cioè, “nell’interesse superiore del minore”, si proceda in ogni modo all’accertamento della pericolosità sociale del presunto reo e dell’entità delle eventuali vittime, provvedendo quando necessario a impedire che questo possa commettere altri crimini) con i limiti giuridici imposti dalla prescrizione: «Non è come spesso pensiamo, che se una persona è prescritta per questi reati venga meno “l’interesse superiore del minore”», dichiara Zanardi, «casomai deve venire meno la prescrizione che di fatto è ostativa al raggiungimento dell’obiettivo.

È qui che lo Stato deve attuare tutti gli sforzi possibili per adeguare per esempio il termine prescrittivo, affinché si possa procedere verso l’obiettivo». Nel 2019 le Nazioni Unite, con il Comitato per la tutela dell’infanzia, il 28 febbraio 2019, dopo un monitoraggio quinquennale dell’Italia, sono entrate nel merito della pedofilia da parte dei membri del clero cattolico e il suo indotto esprimendo preoccupazione per il basso numero di indagini a carico dei responsabili.

Nel nostro Paese, sottolinea Zanardi in conferenza stampa, gli ostacoli alla denuncia di casi sono molti (soprattutto dopo la riforma Cartabia, sottolinea l’avvocato Mario Caligiuri, il quale auspica che l’esecutivo centralizzi il problema dell’accesso alla giustizia); i canali utilizzabili per procedere sono poco noti e altrettanto poco noto è l’accesso al patrocinio gratuito da parte delle vittime.

I dati

Il Report della Rete L’Abuso suddivide i dati per regioni, mostrando un numero maggiore di casi totali in Lombardia (69), dove maggiore è anche il numero di preti condannati in via definitiva (30) (secondo il Veneto con 40 totali, terza la Sicilia con 39), mentre la regione a avere il maggior numero di preti denunciati, indagati, in attesa di giudizio o in attesa di sentenza definitiva è il Veneto (28; 24 in Lombardia).

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Peraltro, il biennio 2020-2021 analizzato dalla CEI nel suo report, pur nella sua limitatezza è particolarmente illuminante nel contesto italiano: pur in un periodo in cui la pandemia ha limitato i contatti e pur provenendo i dati Cei da soli 30 centri d’ascolto diocesani su 166 diocesi, si parla di ben 89 presunte vittime e 68 presunti autori: un numero rilevante. E volendo fare una proiezione alla luce dei dati francesi emersi dalla Commissione CIASE (216mila sarebbero le vittime di soli preti), il numero di vittime italiane, sui 13 anni esaminati dalla Rete L’Abuso, sarebbe di circa 30mila.

«Dobbiamo ringraziare Francesco Zanardi», ha detto Mathias Kesch alla conferenza stampa. «L’abuso clericale tocca tutti Paesi del mondo, ma il cuore del problema è in Italia», ha aggiunto, auspicando l’avvio di un’inchiesta globale internazionale che esprima una solidarietà senza confini tra le vittime. Simone Padovani ha poi illustrato le iniziative di Eca Global: una mozione riguardante gli abusi sui minori indirizzata al Consiglio d’Europa (Justice Initiative) e una raccolta di firme a livello dell’Unione Europea per ottenere tutela e legislazione in merito.

Il report, di Zanardi con tutti i dati sui soggetti coinvolti, verrà ora inoltrato alla Procura generale, al comando generale dell’Arma dei Carabinieri e alla Polizia di Stato e, in forma di petizione, all’Onu e all’Unione Europea. Lo manderà anche al card. Matteo Zuppi, presidente della Cei? «No, risponde Zanardi. «Nei due incontri che ho avuto col cardinale ero disposto a consegnare i dati dei non procedibili. Ma non li hanno voluti».

https://www.adista.it/articolo/69459

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Ludovica Eugenio, laureata in Storia delle origini cristiane, giornalista e traduttrice, nata nel 1966 a Torino, dal 1990 è direttore del settimanale di informazione religiosa Adista, presso la quale si occupa soprattutto della Chiesa di area anglofona e germanofona.

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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

No thanks, I’m not interested.