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il Portale della Rete L'ABUSO - Home » 3 novembre » ABUSI DEL CLERO: UN CONVEGNO DI #ITALYCHURCHTOO SUL CASO ITALIANO

ABUSI DEL CLERO: UN CONVEGNO DI #ITALYCHURCHTOO SUL CASO ITALIANO

ludovica.eugenio by ludovica.eugenio
12 Novembre 2022
in Cronaca e News
Reading Time: 5 mins read
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MILANO-ADISTA. «In Italia non esistono canali percorribili per la denuncia». Così Francesco Zanardi, fondatore e presidente della Rete L’Abuso, unica nel nostro Paese a occuparsi di pedocriminalità clericale, ha introdotto il primo convegno del Coordinamento #ItalyChurchToo contro gli abusi nella Chiesa cattolica, di cui Adista fa parte.

Svoltosi a Milano il 3 novembre scorso con la collaborazione gratuita del Comune di Milano-Municipio 1 e il sostegno dell’organismo internazionale ECA-Ending Clergy Abuse, è stato dedicato agli «aspetti giuridico-normativi del caso italiano» nella questione degli abusi su minori, donne e persone in condizioni di vulnerabilità, con la presenza di vittime e di esperti in campo giuridico e psicologico.

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La Chiesa non tutela le vittime «Non ci sono procedure per chi, ad esempio, è prescritto», ha spiegato Zanardi: «Il prete non viene sottoposto a indagine, contro qualsiasi principio di prevenzione. Può tornare a delinquere, e c’è solo da sperare che venga denunciato un abuso non prescritto». Insomma, in Italia il ciclo di violenza difficilmente si interrompe: «I preti pedofili hanno alle spalle una struttura di protezione» e le loro vittime, a causa dell’isolamento in cui l’abuso si consuma, «non sono aiutate nell’immediato a elaborare il trauma, ma passano decenni prima che la cosa emerga.

E quando emerge, non è detto che si abbiano le possibilità e la forza di mettere tutto in discussione. Senza parlare dei tentativi riusciti o meno di suicidio». E poi la questione spinosa dei risarcimenti alle vittime, erogati di frequente con il vincolo della riservatezza, che «non consente di far emergere l’identità dello stupratore».

Altro problema è che a raccogliere le denunce sono sempre più gli sportelli diocesani, che non funzionano, a giudicare dal caso di don Giuseppe Rugolo a Enna, attualmente sotto processo in tribunale, trasferito dal vescovo in un’altra diocesi: «La linea di insabbiamento sembra peggiore di prima». Spesso poi la Chiesa assolve e il tribunale civile condanna: «Vuol dire che i parametri non funzionano».

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«Ho incontrato Zuppi due volte – racconta Zanardi – per parlare del report annuale CEI che uscirà ora: sarà un rapporto soft. La Chiesa lascia poi fuori le vittime precedenti al 2000 e se si esamina un arco di 20 anni saranno pochissime, perché molte non hanno ancora maturato né denunciato».

Se denunciano, «sono denigrate per avere parlato, hanno paura e per questo non si rivolgono alla magistratura». Oltretutto in Italia l’obbligo di denuncia di questi reati è limitato ai pubblici ufficiali, mentre bisognerebbe estenderlo a tutti i cittadini, vescovi compresi (esentati in base al Concordato).

Cambiare le regole Sull’inerzia dello Stato italiano si è soffermato l’avvocato Mario Caligiuri, responsabile dell’osservatorio permanente per la tutela delle vittime della Rete L’Abuso.

«Nel febbraio 2018 abbiamo deciso di avvalerci di uno strumento tecnico di provocazione, la diffida ad adempiere, basandoci sulla legge 241/90, prospettando una omissione degli atti d’ufficio qualora le istituzioni destinatarie, nazionali e sovranazionali, non avessero risposto», spiega.

«Si chiedeva una presa di posizione e un intervento politico-legislativo di contrasto agli abusi perpetrati da ecclesiastici, in base alla nostra Costituzione e in rapporto ai Trattati di Lanzarote e Istanbul, nella collocazione più ampia dei diritti umani». «Natural[1]mente» non c’è stato nessun riscontro, anche se nel 2019 l’Onu ha “rimproverato” l’Italia per il numero di abusi clericali e la scarsità di procedimenti penali. Nonostante il pericolo venga «dagli spazi di socialità della Chiesa cattolica, più esposti alla predazione e allo stupro, quando dovrebbero offrire la migliore protezione e sicurezza», e nonostante il fenomeno sia sistemico, si assiste a una «imperterrita ostinazione della Santa Sede – così Caligiuri – nel voler affrontare e risolvere in via esclusiva un crimine che essa stessa genera e alimenta.

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Non c’è niente da fare? Lo dico francamente, lo temiamo», anche se la desecretazione dei documenti vaticani sugli abusi clericali del 2019 «apre uno squarcio enorme nella cultura della Chiesa». Quanto alle istituzioni civili, «nessuno dei governi succedutisi si è interessato».

C’è poi la questione della prescrizione: «Per il 95-98% dei casi che abbiamo avuto dal 2018 non si può fare nulla», è passato troppo tempo. Quanto alla CEI, la strategia annunciata a maggio non ha presentato «nessuna prospettiva utile o apprezzabile», specie se paragonata con le esperienze in altri Stati. Ma «se le regole vigenti non tutelano i diritti di bambini, donne e persone vulnerabili, tanto più in ambito ecclesiastico, bisogna cambiarle».

Al convegno ha partecipato Pietro Forno, magistrato in pensione, dal 2010 al 2016 procuratore aggiunto a Milano nel dipartimento per i soggetti deboli, che nel 2001 denunciò l’omertà della Chiesa parlando di una emergenza nazionale. Per un’intervista al Giornale del 2010, in cui imputava ai vescovi di proteggere i preti pedofili trasferendoli, suscitò le ire dell’allora ministro della Giustizia Angelino Alfano, che minacciò un procedimento disciplinare; un episodio che mette in evidenza «l’atteggiamento della Chiesa e del potere politico legato a essa legato e se vogliamo anche del tribunale per i minorenni, tre autorità diverse che in qualche modo si muovono tutte nella stessa direzione».

Cosa è cambiato nella Chiesa in questi vent’anni?, gli ha chiesto la giornalista indipendente Federica Tourn, autrice di inchieste sugli abusi del clero sul quotidiano Domani. «Solo una cosa: è stato eletto papa Francesco, che è un grosso bastone tra le ruote»: «Ha detto per la prima volta che l’abuso del clero è una emergenza nella Chiesa».

In Italia si paga il prezzo di «una temperie culturale particolare», per cui «ci si riempie la bocca di tutti i superiori valori del rispetto del minore e della donna, ma delle donne e dei minori non importa niente a nessuno. Chi ha una secolare tradizione di copertura e di omertà ci sguazza».

Dante Ghezzi, psicologo e psicoterapeuta del Centro Tiama per i traumi dell’infanzia e dell’adolescenza, è stato anche consulente della Procura: «Non si può dire a un abusante, come fanno i vescovi, che deve “fare il bravo” e redimersi.

L’abuso sessuale si ferma in un modo solo: con la denuncia. Altrimenti andrà avanti». È evidente che «la Chiesa non si occupa delle vittime, tutela se stessa senza pietà e carità; c’è una inversione di tendenza in atto ma è lenta, lacunosa, e impacciata»; «Chi informa la persona indagata dell’indagine in atto compie un atto di favoreggiamento», e dunque «tutti i vescovi che insabbiano delinquono. Sono delinquenti».

Il tema del perdono, poi, è «una pietra d’inciampo», afferma Forno; «Qui c’è un errore teologico smisurato. Il perdono, l’ha detto anche papa Francesco, presuppone la giustizia. Non puoi perdonare senza prima fare giustizia». C’è poi un discorso da fare sulle figure di garanzia (le persone che hanno un particolare obbligo di tutela del soggetto in qualche modo a loro sottoposto), che hanno l’obbligo di impedire l’evento, e se non lo fanno rispondono di concorso con l’autore del fatto (art. 40 § 2 CP).

Con la testimonianza intensa di Antonio Messina, vittima degli abusi sessuali di don Rugolo, tutte queste tematiche hanno preso corpo. «Compresi nel tempo che la scelta di denunciare all’autorità ecclesiastica non era stata felice»; «tutto si spostò sul piano di una trattativa economica, con l’offerta di 25mila euro in contanti dai fondi Caritas». Da lì, il passaggio all’autorità giudiziaria, e una lettera al papa, scritta con la giornalista dell’Ansa Pierelisa Rizzo, che lo sostiene in questa batta[1]glia. «Non ci ha mai risposto».

Adista pubblicherà gli integrali delle relazioni in un prossimo numero. (ludovica eugenio)

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Ludovica Eugenio, laureata in Storia delle origini cristiane, giornalista e traduttrice, nata nel 1966 a Torino, dal 1990 è direttore del settimanale di informazione religiosa Adista, presso la quale si occupa soprattutto della Chiesa di area anglofona e germanofona.

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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

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