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il Portale della Rete L'ABUSO - Home » Ali Agca » Perché si riparla del rapimento di Emanuela Orlandi

Perché si riparla del rapimento di Emanuela Orlandi

C'entra la misteriosa sparizione dal cimitero del Verano della salma di un'altra ragazza, Katty Skerl, uccisa nel 1984

Redazione WebNews by Redazione WebNews
29 Luglio 2022
in Cronaca e News
Reading Time: 9 mins read
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I quotidiani italiani sono tornati in questi giorni a occuparsi del caso di Emanuela Orlandi, la ragazza di 15 anni, figlia di un dipendente della Prefettura vaticana (il servizio che gestisce le udienze del Papa), che scomparve a Roma il 22 giugno 1983 e di cui non si è più saputo nulla. A riportare l’attenzione sul caso Orlandi è stata la scoperta della scomparsa, nel cimitero romano del Verano, della salma di Katty Skerl, diciassettenne di origine svedese il cui corpo fu ritrovato a Grottaferrata, in provincia di Roma, il 21 gennaio 1984. L’omicidio di Skerl è tuttora irrisolto.

A collegare le due vicende fu nel 2015 un fotografo romano, Marco Accetti, che si autodenunciò per il rapimento di Orlandi sostenendo che sia quel sequestro sia l’omicidio di Skerl fossero collegati a una lotta interna tra varie fazioni del Vaticano. A conferma delle sue dichiarazioni disse che la tomba di Skerl era vuota e che all’interno del loculo, una volta aperto, sarebbe stata trovata solo una maniglia d’ottone con inciso un angelo.

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Dopo 12 interrogatori, Accetti non venne ritenuto credibile. Le verifiche sulla tomba della ragazza, nel cimitero del Verano, non furono fatte. Ora, a sette anni di distanza, la procura di Roma ha dato ordine di smurare la lapide posta nel riquadro 115, n° 84, fila 2 del cimitero. La cassa di legno con la salma della ragazza è sparita e nel loculo è stata ritrovata in effetti solo una maniglia.

Sono molte le domande che in questa storia non hanno risposta. La prima è perché solo ora, dopo tanto tempo, la procura di Roma ha dato ordine di smurare la lapide. Sette anni fa la rivelazione di Accetti non fu considerata attendibile, ma qualcosa è probabilmente accaduto di recente portando il procuratore che ora si occupa del caso a ordinare l’ispezione della tomba.

Pietro Orlandi, fratello di Emanuela, è scettico sul presunto legame tra le due vicende. «Accetti non ha mai portato nessun elemento concreto che supportasse le sue dichiarazioni. Non ha mai fatto i nomi di chi avrebbe materialmente rapito mia sorella. Certo, la vicenda della scomparsa del cadavere di Katty Skerl è inquietante, oltre che triste. Ma sul collegamento con la storia di Emanuela ho molti dubbi» dice al Post.

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Per chiarire la vicenda, che è intricatissima, bisogna tornare al 1983. Emanuela Orlandi, studentessa che aveva appena terminato il secondo anno al convitto nazionale Vittorio Emanuele II, scomparve a Roma attorno alle 19 del 22 giugno dopo essere uscita da una lezione di musica in piazza Sant’Apollinare. Poco prima delle 19 telefonò a casa dicendo che avrebbe fatto tardi perché non passava l’autobus. Disse anche che era stata appena avvicinata da un uomo che le aveva proposto un lavoro di volantinaggio.

Le indagini e le inchieste giornalistiche si concentrarono presto sugli ambienti vaticani. Orlandi viveva all’interno delle mura pontificie: venne quindi ipotizzato che il suo sequestro fosse stato ordinato e portato a termine per esercitare pressioni affinché venisse liberato Mehmet Ali Agca, l’uomo che aveva sparato a Papa Giovanni Paolo II in piazza San Pietro il 13 maggio 1981. A riprova di questa teoria vennero portate le testimonianze della famiglia Orlandi, che nel luglio del 1983 aveva ricevuto le telefonate di un uomo che parlava con un forte accento anglosassone (i giornali allora lo soprannominarono “l’amerikano”) che, in cambio della liberazione della ragazza, chiedeva la scarcerazione di Ali Agca. Il 17 luglio venne anche fatto ritrovare un nastro in cui si sentiva la voce di una ragazza che chiedeva aiuto. Le telefonate furono in tutto 16 ma l’uomo non portò mai prove concrete sul fatto che Orlandi fosse realmente sua prigioniera.

Ci furono anche telefonate da parte dell’organizzazione turca di estrema destra dei Lupi Grigi, di cui faceva parte Ali Agca, che disse di avere rapito anche un’altra ragazza, Mirella Gregori, scomparsa a Roma il 7 maggio del 1983, poche settimane prima della scomparsa di Orlandi. La madre di Gregori, due anni dopo, durante una visita del Papa nella parrocchia romana di San Giuseppe, riconobbe in un agente della Gendarmeria vaticana della scorta un uomo che a suo dire si intratteneva spesso con la figlia. Anche le indagini sulla sparizione di Gregori, così come quelle sulla scomparsa di Orlandi, non hanno mai raggiunto risultati concreti.

Durante le indagini sulla scomparsa di Emanuela Orlandi sono state fatte molte ipotesi. Una fonte anonima nel 2005 affermò che la ragazza era morta durante una festa nella residenza di un alto prelato. Ma non ci fu mai nessun elemento concreto a sostegno di questa pista.

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Sempre nel 2005 durante una telefonata anonima alla trasmissione Chi l’ha visto, in onda su Rai 3, un uomo disse che per capire la scomparsa di Orlandi bisognava andare a vedere chi era sepolto in una tomba nella basilica di Sant’Apollinare e «controllare il favore che Renatino fece al cardinale Poletti». Renatino era il soprannome di Enrico De Pedis, boss della banda romana cosiddetta della Magliana, molto potente a Roma tra gli anni Ottanta e Novanta e legata sia ad ambienti dei servizi segreti sia dell’estrema destra. Ugo Poletti, cardinale morto nel 1997, era stato presidente della Conferenza episcopale italiana.

Si scoprì che nella chiesa di Sant’Apollinare, vicino a cardinali e grandi benefattori della Chiesa, era in effetti sepolto De Pedis, assassinato a Roma nel febbraio del 1990. Sembrava in effetti molto strano che un boss criminale fosse sepolto in una chiesa riservata a cardinali e illustri personaggi vicini alla Chiesa. Si scoprì poi che il boss della banda della Magliana aveva fatto ingenti donazioni alla chiesa e si era così “comprato” quella sepoltura.

A collegare il rapimento Orlandi alla banda della Magliana furono anche alcuni pentiti, come Antonio Mancini, detto “accattone”, e Maurizio Abbatino, detto “er crispino”. Mancini disse che Orlandi venne rapita per fare pressioni sul Vaticano affinché restituisse grosse somme di denaro che la banda della Magliana aveva prestato allo Ior, l’Istituto opere religiose, attraverso il Banco ambrosiano di Roberto Calvi. Anche una donna, Sabrina Minardi, ex moglie del calciatore Bruno Giordano ed ex compagna di De Pedis, confermò che Orlandi era stata rapita dalla banda della Magliana nell’ambito dei rapporti con ambienti vaticani. Secondo Minardi, De Pedis le aveva detto: «La Orlandi è cosa nostra». La donna rivelò alla procura di Roma che Orlandi era stata tenuta a lungo prigioniera in uno scantinato del quartiere romano di Monteverde prima di essere uccisa.

Ma nemmeno le testimonianze di Minardi, Mancini e Abbatino hanno avuto mai concreti riscontri investigativi.

Il fotografo romano Marco Accetti entrò nella vicenda nel 2015. Il suo nome era già presente nel casellario giudiziario: il 20 dicembre 1983 un bambino di undici anni, figlio di un diplomatico uruguayano, uscito dalla sua casa all’Eur per andare dal barbiere, venne ritrovato morto nella pineta di Castel Porziano, a Ostia, a venti chilometri da casa. Sul posto venne fermato un uomo, che era Accetti. Disse all’epoca: «Il bambino l’ho ucciso io, l’ho investito accidentalmente». Accetti venne condannato a un anno per omicidio colposo. La madre del bambino commissionò un’indagine a un detective privato e si convinse che suo figlio fosse in realtà stato rapito e ucciso e che Accetti avesse avuto un ruolo nella vicenda.

Nel 2015 Accetti fece ritrovare alla procura di Roma un flauto dicendo che era quello di Emanuela Orlandi. La famiglia Orlandi disse che in effetti quel flauto poteva essere quello di Emanuela ma, come ha spiegato al Post Pietro Orlandi, «non c’è mai stata una prova concreta che si trattasse in effetti di quello strumento. Purtroppo il DNA presente era troppo esiguo per poter arrivare a qualsiasi conclusione».

Accetti disse che aveva quel flauto perché aveva partecipato al rapimento. Disse di essere stata una delle persone che avevano telefonato, dopo il sequestro, alla famiglia Orlandi. Aggiunse che la ragazza era stata rapita nel corso di uno scontro tra due fazioni avverse presenti allora in Vaticano. Da una parte c’era la fazione, di cui diceva di aver fatto parte lo stesso Accetti, che voleva esercitare pressioni su Papa Giovani Paolo II affinché abbandonasse la sua politica anticomunista e di sostegno ai movimenti anti-regime dell’Est Europa, come il sindacato polacco Solidarność. Dall’altra parte c’era la fazione che invece sosteneva il Papa nella battaglia contro il blocco comunista guidato dall’Unione Sovietica.

Accetti sostenne anche che la fazione anticomunista, in risposta al sequestro Orlandi, aveva ucciso Katty Skerl, studentessa del liceo artistico, figlia di un regista svedese. La ragazza, che aveva 17 anni, era iscritta alla federazione giovanile comunista ed era una militante femminista.

Il 21 gennaio 1984 Skerl era uscita di casa con un borsone per andare a una festa. Venne ritrovata il giorno dopo in una vigna di Grottaferrata: era stata strangolata prima con un filo di ferro e poi con la cinghia del suo borsone. Secondo i risultati dell’autopsia, era stata spinta a terra a faccia in giù e tenuta ferma con un ginocchio sulla schiena con una forza tale da sfondarle alcune costole. Venne esclusa la violenza sessuale.

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Anche le indagini sulla morte di Skerl non portarono a nulla. Mai nessuno però, fino alle dichiarazioni di Accetti, aveva messo in relazione il suo omicidio alla scomparsa di Orlandi.

Dopo le sue dichiarazioni, il fotografo venne indagato per sequestro di persona e occultamento di cadavere. Accetti rivelò anche un elemento a sostegno delle sue dichiarazioni. Disse che la camicia bianca indossata da Skerl al momento della sepoltura aveva scritto sull’etichetta “Via Frattina 1982”, e costruì intorno a questo dettaglio una articolata teoria, mai provata in nessun modo. Scrisse nel suo blog: «Quando la Skerl fu vestita per essere deposta nella bara, era presente una ragazza che, spacciandosi per parente, insistette per assistere alla preparazione del feretro. Costei ravvisò un certo elemento indosso alla Catherine, e tale dettaglio fu usato in un comunicato del 1984, ed attribuito alla Orlandi».

In una delle lettere inviate negli anni Ottanta alla famiglia Orlandi, firmata dall’organizzazione Fronte Turkesh, c’era in effetti un riferimento, che i magistrati non erano mai riusciti a interpretare, a via Frattina. Accetti in sostanza accusò una delle due presunte fazioni interne alla Chiesa, quella che sosteneva l’anticomunismo del Papa, di aver scoperto quel dettaglio della camicetta e di averlo inserito in una lettera alla famiglia Orlandi per dare un segnale alla fazione avversa.

Accetti sostenne poi che il cadavere di Skerl fosse stato fatto sparire proprio per eliminare quella camicia e quell’etichetta e nascondere il collegamento tra i due casi. Disse che chi aveva fatto sparire la tomba aveva però lasciato una maniglia nel loculo.

Dopo le dichiarazioni del fotografo i giornali ricordarono che a un’amica di Emanuela Orlandi e alla sorella di Mirella Gregori erano giunte nel 2013 due lettere che contenevano queste parole: «Non cantino le due belle more per non apparire come la baronessa e come il ventuno di gennaio martirio di Sant’Agnese con biondi capelli nella vigna del Signore». Secondo alcune interpretazioni, le due “more” erano Emanuela Orlandi e Mirella Gregori mentre la donna bionda era Skerl, il cui corpo era stato ritrovato in una vigna.

L’allora procuratore di Roma Giuseppe Pignatone si convinse che Accetti era inattendibile e chiese e ottenne dal giudice per le indagini preliminari l’archiviazione del fascicolo di indagine. Alla decisione si oppose il procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo. Nemmeno lui riteneva attendibile Accetti per quanto riguardava la storia dello scontro in Vaticano, ma credeva che si dovesse continuare a indagare. In quel periodo il Corriere della Sera scoprì anche che Skerl era nella stessa classe della figlia di uno dei tre uomini bulgari che furono coinvolti nelle indagini sull’attentato al papa.

In un post sul suo blog, nel 2015, Accetti parlò così del trafugamento della salma di Katty Skerl: «Per impossessarsi di tale elemento (la camicetta, ndr) alcune persone organizzarono nel 2005 una fittizia squadra di addetti ai lavori cimiteriali e, simulando un lavoro di riesumazione, smurano il fornetto e lo richiusero dopo aver prelevato la bara. Tali persone caricarono la cassa su un carro funebre ed uscirono da uno dei cancelli vigilati, come se si trattasse di un’operazione di traslazione. Lasciarono all’interno della tomba una maniglia che svitarono alla stessa cassa. Tale maniglia raffigurava un angelo. Il significato di tale azione era una sorta di codice. Tra i motivi del trafugamento, vi era anche l’intenzione di esercitare alcune pressioni»

Giancarlo Capaldo, che ha recentemente pubblicato un romanzo ispirato al caso Orlandi, La ragazza scomparsa, ha detto parlando con Il Giornale: «Per quale motivo la polizia è andata a fare questo controllo al Verano? Secondo alcune voci, la famiglia della Skerl voleva fare un trasferimento della salma dal Verano a un’altra parte ed è per questo che si è scoperta la mancanza dei resti. Ma è una versione che a mio avviso presenta dei punti poco chiari. Mi sembra molto strano che una famiglia decida dopo 40 anni di trasferire dei resti, piuttosto c’è da chiedersi se non stessero cercando qualcosa».

A complicare ulteriormente la storia e a rendere ancora più ambigua la figura di Marco Accetti c’è una vicenda anch’essa risalente al 2015. Accetti contattò la famiglia di Alessia Rosati, una ragazza romana, studentessa di Lettere alla Sapienza e militante di sinistra molto impegnata, scomparsa il 23 luglio 1994 e di cui non si è più saputo nulla.

Disse Accetti lasciando un messaggio alla famiglia Rosati: «So che cosa è successo a vostra figlia. Allo stesso modo in cui nel 1983 il nostro gruppo promosse l’allontanamento da casa della Orlandi e della Gregori per fare pressioni sul Vaticano, così nel 1994 contattammo la Rosati per simulare un sequestro, tramite il quale ricattare elementi del Sisde (servizi segreti, ndr). Solo che fummo anticipati, la giovane sparì prima. Noi sospettammo per mano della stessa parte che volevamo colpire». Anche in quel caso Marco Accetti non portò nessun riscontro concreto alle sue affermazioni.

https://www.ilpost.it/2022/07/25/emanuela-orlandi-katty-skerl/

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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

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