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il Portale della Rete L'ABUSO - Home » Ambrogio Spreafico » «Perché un abusatore è ancora prete?»: il documentario Bbc e il caso di don Jean Bekiaris, a Frosinone

«Perché un abusatore è ancora prete?»: il documentario Bbc e il caso di don Jean Bekiaris, a Frosinone

di Gian Guido Vecchi - La vicenda di don «Gianni» Bekiaris, nella diocesi di Frosinone: il processo penale è finito in prescrizione, quello ecclesiastico lo ha condannato per abusi su un bimbo di 8 anni, ma senza spretarlo

Redazione WebNews by Redazione WebNews
18 Febbraio 2022
in Città del Vaticano
Reading Time: 3 mins read
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CITTÀ DEL VATICANO — Domanda: «Perché un abusatore lavora ancora come prete?».

Un documentario della Bbc affronta la questione degli abusi su minori nella Chiesa italiana, ricorda che nel nostro Paese non è stata ancora mai fatta un’indagine com’è avvenuto altrove e cita, tra i casi emersi negli ultimi anni, quello di don Jean «Gianni» Bekiaris, 60 anni, tuttora sacerdote nella diocesi di Frosinone.

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Una storia di violenze andata avanti per 16 anni e cominciata nel 1996, quand’era parroco a Ceprano e la vittima ne aveva otto.

La vicenda riguarda anche, nota l’emittente britannica, «il macchinoso sistema legale italiano».

Il pm aveva chiesto una condanna a sette anni di reclusione ma il processo è finito nel 2019 perché i reati «accertati» erano caduti in prescrizione.

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Don Bekiaris ha pagato un risarcimento alla famiglia della vittima di 112 mila euro.

Nelle motivazioni, i giudici del Tribunale di Frosinone ne avevano riconosciuto la colpevolezza, dopo aver acquisito anche la sentenza del tribunale ecclesiastico.

Perché nel frattempo anche la Chiesa aveva messo sotto processo e condannato il prete, ed è qui che la faccenda si complica.

La Bbc mostra le immagini, reperibili in Rete, di Messe celebrate in pubblico da Bekiaris, anche pochi mesi fa.

In alcune si vedono dei bambini tra i fedeli.

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Nel documentario si intervista la vittima, «sono nauseato dalla Chiesa», e viene avvicinato lo stesso don Bekiaris: «Lei è un pedofilo?». E lui: «Questo è quello che sta dicendo». «No, è quello che dice la sua vittima», ribatte il giornalista. Lui chiude la porta, «addio».

Il vescovo di Frosinone, Ambrogio Spreafico, dice alla Bbc di aver seguito le procedure indicate dalla Congregazione per la Dottrina della fede, «hanno deciso in questo modo, non dipendeva da me».

L’ex Sant’Uffizio ha deciso di vietargli «a vita» qualsiasi attività con minori.

La Bbc riporta la risposta della Congregazione vaticana: il divieto aveva lo scopo di «guarire ed espiare», si potrebbe permettere di celebrare una messa pubblica con i minori «purché non siano mai lasciati soli».

Al Corriere, il vescovo Spreafico spiega che era appena arrivato in diocesi quando fu informato del caso: «Ho saputo nel 2009 e l’ho immediatamente tolto dalla parrocchia, in attesa del processo è stato mandato in una comunità religiosa. Com’era mio dovere, ho istruito il processo canonico. Poi è la Congregazione per la Dottrina della fede che stabilisce sentenza: è stato condannato “ad vitam” a un ministero lontano dai minori. Di fatto la situazione è rimasta quella. Lui non può avere né avrà mai alcun incarico pastorale in parrocchia o altrove».

Nelle pubblicazioni diocesane, ancora a luglio dell’anno scorso, Bekiaris viene indicato come «amministratore del Seminario di Veroli e responsabile della Casa di riposo del Clero». Ma il vescovo dice che non ha più questo incarico e comunque «il Seminario non esiste più da anni, rimane solo la denominazione dell’ente ma è una struttura vuota». Ora Bekiaris vive là, «in una stanza dell’edificio in cui gli altri locali sono in affitto». E «celebra Messa da solo». E le Messe pubbliche? «È capitato che mancasse un sacerdote e fosse chiamato per celebrare, finita la Messa rientrava a casa. D’altra parte, non è stato dimesso dallo stato clericale».

Intanto è in corso una causa civile.

Resta da stabilire perché sia ancora un prete.
 Le norme più severe stabilite da Benedetto XVI hanno accelerato le procedure fin dal 2010, la Congregazione non ha mai fornito dati precisi ma si è parlato di «centinaia» di sacerdoti in tutto il mondo che sono stati «ridotti allo stato laicale» in casi simili.

«Centinaia? Possono dire quello che vogliono, in Italia ne hanno spretati ben pochi», dice Francesco Zanardi, vittima per tre anni di un prete pedofilo da quando ne aveva undici, che nel 2010 ha fondato «Rete l’abuso» e pochi giorni fa, con altre otto associazioni, ha dato vita al «Coordinamento contro gli abusi nella Chiesa cattolica» per chiedere un’indagine indipendente anche in Italia, sul modello di Paesi come la Francia o la Germania. «Come Rete l’abuso abbiamo censito altri casi simili. Il problema è enorme. Non c’è controllo, zero. Un letamaio».

https://www.corriere.it/cronache/vaticano-news/22_febbraio_18/bbc-don-jean-bekiaris-frosinone-82cd99c4-9028-11ec-990d-642ea57e6940.shtml

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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

No thanks, I’m not interested.