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Portale dell'Associazione Rete L'ABUSO | Home » world » news » Il più grande coming out nella storia della Chiesa cattolica

Il più grande coming out nella storia della Chiesa cattolica

Lo hanno fatto in un documentario cento persone che lavorano per istituzioni cattoliche tedesche, rischiando il licenziamento

Redazione WebNews by Redazione WebNews
25 Gennaio 2022
in Cronaca e News
Reading Time: 6 mins read
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Lunedì 24 gennaio, su uno dei canali della televisione pubblica tedesca ARD è stato trasmesso il documentario “Wie Gott uns schuf” (“Come Dio ci ha creati”) in cui 100 persone che lavorano a vario titolo per la Chiesa e le istituzioni cattoliche fanno coming out, rischiando però con questa loro esposizione pubblica il licenziamento: un licenziamento che sarebbe legittimo in base all’autonomia garantita dalla Costituzione tedesca alla Chiesa cattolica. Contemporaneamente al documentario, 125 persone che collaborano con la Chiesa e che sono credenti hanno lanciato l’iniziativa #OutInChurch chiedendo la fine della discriminazioni contro le persone LGBT+.

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Sui giornali tedeschi è stato scritto che quello che sta accadendo oggi in Germania è «il più grande coming out mai avvenuto nella storia della Chiesa cattolica».

Il documentario – che si può vedere qui in tedesco, e che dura 60 minuti – è stato realizzato dal giornalista investigativo Hajo Seppelt dopo quasi dieci anni di indagini assieme a Katharina Kühn, Peter Wozny e Marc Rosenthal. Le persone che si espongono nel documentario sono sacerdoti, funzionari amministrativi, dipendenti di varie diocesi, insegnanti, educatori e educatrici, assistenti sociali o professionisti del settore medico e sanitario: tutti e tutte sono credenti e lavorano per la Chiesa cattolica tedesca.

Nel documentario raccontano la loro storia, fatta di profonde sofferenze e decenni di doppie vite. Allo stesso tempo, mostrano un sistema basato su intimidazioni, minacce e paura. In Germania, infatti, ai dipendenti e alle dipendenti delle istituzioni cattoliche si applica un diritto del lavoro speciale, stabilito dalla Chiesa stessa, che prevede dei doveri di lealtà. Firmando il contratto di lavoro, queste persone si sono cioè impegnate a vivere secondo i princìpi della fede e della morale cattolica, compreso quello che riconosce esclusivamente i cosiddetti “legami secondo natura”, cioè tra un uomo e una donna.

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Tali doveri di lealtà devono essere seguiti non solo sul luogo di lavoro, ma anche nella vita privata. Le relazioni non eterosessuali o i matrimonio omosessuali contraddicono la dottrina della Chiesa: di conseguenza, l’orientamento sessuale o il fatto di essere persone non binarie, queer o trans può essere un legittimo motivo di licenziamento.

Le persone intervistate raccontano di vivere in una tensione costante, nella paura di essere scoperte e di perdere il lavoro. Per molti e molte di loro, lasciare la Chiesa e cambiare lavoro sarebbe stato più facile, ma hanno scelto di provare a cambiare la Chiesa stessa a partire da questa azione collettiva: «Noi siamo qui, proprio come Dio ci ha creati!», dicono.

Una delle persone intervistate nel documentario è Jens Ehebrecht-Zumsand, un insegnante di religione di 50 anni: è gay e lavora per l’arcidiocesi di Amburgo. Quando gli è stato proposto un trasferimento che lui non desiderava, il suo orientamento sessuale (il suo «modo di vivere speciale») è stato utilizzato dai suoi superiori contro di lui per costringerlo ad accettare la decisione, «per fare quello che ora ci aspettiamo da te», gli è stato detto.

Carla Bieling, due settimane prima dell’inizio del congedo di maternità e dopo che i suoi responsabili avevano scoperto che era sposata con una donna, è stata costretta a lasciare il suo lavoro di referente per i giovani cattolici nell’arcidiocesi di Paderborn, nella Renania Settentrionale-Vestfalia. Prima, per non perdere il lavoro, le era stata data l’opzione di sciogliere l’unione.

Nel documentario parla anche Ralf Klein, un prete gesuita: dice che come prete ha promesso di non avere relazioni sessuali e dichiara dunque che per la Chiesa dovrebbe essere irrilevante la sua omosessualità: «Scoprire il proprio orientamento sessuale è spesso associato alla sensazione: “Sono l’unico?” Ma se resti in silenzio, porti al contempo anche gli altri a tacere». Nel documentario oltre a Ralf Klein sono intervistati anche altri preti.

Prende parola alla fine il vescovo di Aquisgrana, Helmut Dieser, l’unico dei 27 vescovi cattolici tedeschi che ha accettato di farsi intervistare: «Mi scuso a nome della Chiesa per le persone che sono state ferite o non comprese. Mi scuso perché la Chiesa non era pronta», dice. Le sue scuse però, scrivono alcuni giornali, non modificano la situazione generale, né le norme in materia di diritto del lavoro che pongono i dipendenti e le dipendenti non eterosessuali della Chiesa in una condizione di costante ricatto.

Lunedì 24 gennaio, contemporaneamente all’uscita del documentario, è stata lanciata anche la campagna #OutInChurch: 125 dipendenti LGBT+ della Chiesa cattolica, molti dei quali compaiono nel documentario, hanno fatto coming out raccontando la loro storia e lanciando un appello per una “Chiesa senza paura”, una Chiesa cioè in cui le persone possano vivere la propria identità in modo «aperto e onesto». Nel manifesto pubblicato sul sito della campagna in dodici lingue, scrivono:

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«Eccoci! Di noi si è parlato tanto: adesso prendiamo la parola in prima persona.

“Noi” vuol dire collaboratori e collaboratrici – a tempo pieno, volontari/e, potenziali, non più in attività – della Chiesa cattolica. (…) Tra le altre cose, ci identifichiamo come lesbiche, gay, bisessuali, transessuali, intersessuali, queer e persone non binarie. (…) Ciò che ci unisce è: siamo sempre stati parte della Chiesa, e oggi contribuiamo a progettarla e a caratterizzarla».

Nel manifesto spiegano che la maggior parte di loro ha sperimentato «con frequenza la discriminazione e l’emarginazione anche all’interno della Chiesa»:

«Da parte del magistero della Chiesa si sostiene, tra l’altro, che noi “non siamo in grado di costruire relazioni corrette” con altre persone, che a causa delle nostre “tendenze oggettivamente disordinate” veniamo meno alla nostra natura umana e che le relazioni omosessuali “non possono essere riconosciute come facenti parte dei piani rivelati di Dio”.
Alla luce delle conoscenze provenienti dalle scienze teologiche e dalle scienze umane, affermazioni di questo tipo non sono più accettabili o discutibili. Attraverso di esse si diffamano l’amore, l’orientamento, il genere e la sessualità queer e si priva di valore la nostra personalità.
Una discriminazione come questa rappresenta un tradimento del Vangelo ed è contraria alla missione evangelica della Chiesa, che consiste nell’essere “segno e strumento per la più intima unione con Dio come per l’unità dell’umanità intera”».

Il gruppo ha avanzato sette richieste precise, tra cui la possibilità di poter lavorare nella Chiesa apertamente e senza paura, la modifica del diritto del lavoro e l’assunzione, da parte delle gerarchie ecclesiastiche, della responsabilità delle «molte sofferenze nei suoi rapporti con le persone LGBTIQ+»:

«Alcune persone tra noi conoscono situazioni in cui vescovi, vicari generali o altre persone con ruoli direttivi le hanno costrette a tenere segreto il loro orientamento sessuale e/o la loro identità di genere. Soltanto a questa condizione è stato loro concesso di rimanere in servizio nella Chiesa. In questo modo si è stabilito un sistema basato sul silenzio, sulla doppia morale e sulla mancanza di sincerità. Tutto ciò produce una gran quantità di effetti tossici, induce vergogna e fa ammalare; può influenzare negativamente la relazione personale con Dio e la spiritualità personale.

(…) Con tutte queste richieste, facciamo oggi, insieme, il passo per uscire dall’ombra. Lo facciamo per noi stessi e lo facciamo in solidarietà con altre persone LGBTIQ+ all’interno della Chiesa Cattolica, che non hanno (ancora) o non hanno più la forza di farlo. Lo facciamo in solidarietà con tutte le persone che sono esposte a stereotipi ed emarginazione attraverso sessismo, rifiuto, antisemitismo, razzismo e tutte le altre forme di discriminazione.

Ma lo facciamo anche per la chiesa. Perché siamo convinti che solo l’azione nella verità e nell’onestà rende giustizia a ciò per cui la chiesa dovrebbe esistere: la proclamazione del messaggio gioioso e liberante di Gesù. Una chiesa che ha al suo centro la discriminazione e l’esclusione delle minoranze sessuali e di genere deve accettare che le si chieda se, nel farlo, può fare riferimento a Gesù Cristo.

(…) La lotta per l’uguaglianza e contro la discriminazione non può essere lasciata solo nelle mani delle minoranze emarginate. Riguarda tutti».

Numerose associazioni cattoliche, tra cui soprattutto quelle composte da donne cattoliche tedesche e giovani, hanno sostenuto e firmato l’iniziativa.

https://www.ilpost.it/2022/01/25/germania-documentario-coming-out-chiesa/

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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

No thanks, I’m not interested.