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Portale dell'Associazione Rete L'ABUSO | il-punto-della-rete-labuso » cultura » tv-e-programmi-radio » In Irlanda il purgatorio della Chiesa dopo gli scandali di pedofilia (Video)

In Irlanda il purgatorio della Chiesa dopo gli scandali di pedofilia (Video)

L’Irlanda è stata devastata dagli scandali di pedofilia in seno alla Chiesa dagli anni Novanta. Centinaia le vittime che si sono tolte la vita. Per le altre, il trauma le accompagnerà per sempre. Le vittime denunciano i silenzi e l’omertà da parte della gerarchia ecclesiastica, e un colpevole ritardo nel chiedere scusa e nel prendere provvedimenti. E il muro di gomma, dicono alcuni di loro, resta.

Redazione Media Web by Redazione Media Web
28 Novembre 2020
in TV e programmi radio
Reading Time: 10 mins read
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Scuse tardive

Dublino, agosto 2018. Per la prima volta papa Francesco si scusa pubblicamente per le atrocità commesse dai sacerdoti della Chiesa cattolica irlandese. Erano attesi 500 mila fedeli, se ne presentano solo 130 mila. Quarant’anni prima, per Giovanni Paolo secondo, erano un milione.

L’Irlanda è il quinto paese europeo per numero di fedeli cattolici. La Chiesa è parte integrante della cultura del paese, e ne pervade anche i luoghi di potere. Storicamente gli irlandesi hanno riposto la loro fiducia e le loro scelte politiche nelle mani di quest’onnipotente istituzione. Ma a partire dal 2002 un susseguirsi di rapporti e inchieste mette in luce oltre 15 mila casi di abusi sessuali commessi da membri del clero fra gli anni Settanta e Novanta. Casi non recenti, quindi, eppure le scuse di papa Francesco non arrivano prima del 2018. Troppo tardi per molti. La sua è una visita che rimane controversa, gli irlandesi si sentono traditi.

I Sopravvissuti

Di fronte alle centinaia di suicidi provocati dalle violenze, coloro che sono riusciti a convivere con il trauma sono stati soprannominati “i Sopravvissuti”. Martin Gallagher è uno di loro. Ha subito abusi sessuali a 12 anni da Eugene Green, un sacerdote della parrocchia di Donegal, nel nord-ovest dell’Irlanda. Insieme a lui incontriamo Martin Ridge, ex ispettore di polizia, il primo ad aver raccolto la sua testimonianza.

“Quando eravamo giovani e subivamo gli abusi – ricorda Gallagher – non c’era nessuno con cui potessimo parlare, di cui ci potessimo fidare. Di sicuro non i preti. Si sarebbero messi a ridere e ci avrebbero accusati di mentire. Non potevamo dirlo ai nostri genitori, perché sarebbero dovuti andare dal prete, che avrebbe fatto la stessa cosa. Non potevamo dirlo alle guardie, perché guardie, preti e insegnanti erano grandi amici fra di loro e si sostenevano a vicenda. Eravamo soli. Martin è arrivato e ha cominciato a indagare su Eugene Greene, e questo ha aperto un nuovo capitolo nella nostra vita, perché ci ha liberato almeno di tutta la pressione, l’ansia, la depressione, tutti i sentimenti negativi che ci eravamo tenuti dentro per anni. Il semplice fatto di parlare con Martin, sapere che finalmente qualcuno mi avrebbe aiutato, fin dal primo giorno mi ha tolto un enorme carico dalle spalle”.

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Nel 2008 Martin Ridge pubblica “Breaking the Silence”, un libro che ripercorre l’indagine da lui condotta sugli abusi commessi da Eugene Green fra gli anni Sessanta e Novanta. Ridge accusa la chiesa di aver scelto deliberatamente di non fare nulla per mettere fine agli abusi, nonostante le numerose denunce presentate nel corso degli anni contro il sacerdote. L’ex poliziotto è grato dell’esperienza fatta: “Sono contento di essere stato accanto a loro – afferma -, perché anche loro mi hanno educato, e stanno educando la società. Queste persone sono degli esperti, perché sanno di che cosa stanno parlando. Martin non ha bisogno della mia gratitudine, ma io gli sono molto grato, come lo è la gente per Martin e per le persone come lui. Grazie al cielo sta rimettendo in sesto la sua vita. E non è facile. Abbiamo tutti delle brutte giornate, e allora possiamo tornare a sentire quella paura e quel disprezzo. Dobbiamo fare attenzione, perché anche la rabbia può distruggerci. Ma forse è un bene aggrapparvisi in parte per rendersi conto di che cosa sta accadendo. Vorrei dire grazie a Martin e ripeterglielo mille volte”.

“Era considerato un problema del prete, non del bambino”

Quello di Martin non è un caso isolato. Sono migliaia i bambini che sarebbero stati vittime di abusi sessuali commessi per diversi decenni in Irlanda, il paese più colpito in Europa. In Belgio, Germania e Francia le denunce dal 2010 si contano a centinaia.

La maggior parte delle vittime ha presentato denuncia a Dublino, la diocesi più grande del paese. Fra il 1975 e il 2004 dodici sacerdoti si sarebbero resi colpevoli di due terzi dei fatti denunciati nella capitale. Per lottare contro quelle che chiama “derive”, la diocesi ha istituito nel 2002 il servizio di protezione Child Safeguarding, accanto a un’agenzia gestita dallo Stato. Andrew Fagan, direttore e coordinatore di Child Safeguarding dal 2010, racconta: “Quando si è saputo che dei sacerdoti avevano commesso abusi su bambini, questo è stato inteso come un problema per il sacerdote, non come un problema per il bambino, o per altri bambini. E per molto tempo non è che la diocesi e le autorità non abbiano fatto nulla, hanno fatto delle cose, che però avevano tutte a che fare con il cercare di ‘guarire’ il prete e rimandarlo al suo posto, non si concentravano sui bambini, non davano la priorità alla sicurezza dei bambini. Anche se molte cose sono cambiate, non sono sicuro che sia cambiata la percezione. Penso che molti pensino ancora che sia un po’ rischioso permettere ai propri figli di partecipare alle attività della chiesa, quindi direi che molti genitori hanno deciso di prendere le distanze dalla chiesa”.

Frank Reburn è un sacerdote della parrocchia di Glasnevin, situata nel nord della capitale. Come tutti i sacerdoti in Irlanda, ha dovuto passare un test psicologico prima di iniziare a esercitare in parrocchia. Frank ci descrive le direttive della diocesi sulla protezione dei bambini: “Negli incontri con i genitori, in preparazione dei bambini per un sacramento, per esempio la cresima o la comunione, spieghiamo ai genitori che attuiamo una politica di protezione dei bambini qui nella nostra parrocchia. Non lasciamo mai un adulto solo con un bambino, soprattutto qui, nella nostra parrocchia, nella nostra sacrestia, nessun adulto resta solo con un bambino. Quando ci sono bambini nei locali ci assicuriamo che se ne prenda cura qualcuno che è autorizzato dalle forze dell’ordine e che è stato formato. Inoltre, se vengono dei sacerdoti in visita, chiunque arrivi nella sacrestia deve firmare all’ingresso. E chiediamo anche ai genitori o a chi ha la responsabilità dei bambini di non lasciarli andare da soli in bagno. Devono restare nello spazio pubblico e assicurarsi che il bambino stia bene. È stato un capitolo orribile della storia della chiesa e delle nostre vite, un capitolo davvero orribile. Quindi sono estremamente motivato, e farò tutto ciò che è in mio potere per essere sicuro che a nessun bambino sia fatto del male in questa chiesa”.

“Per me era normale, ci ero abituato”

Se la Chiesa è costretta oggi a far penitenza, è anche grazie ad alcune rivelazioni clamorose. Come quella fatta da Darren McGavin, oggi quarantottenne, un altro sopravvissuto. Il suo aggressore, Tony Walsh, è attualmente in carcere per aver commesso stupri su più di 200 minori nel sobborgo di Ballyfermot, dove Darren è cresciuto in un contesto familiare violento. ​”Quando avevo sette anni e andavo a quella scuola, diventò parroco, è allora che prese l’abito talare – ricorda -. Era anche un sosia di Elvis Presley e partecipava a uno spettacolo che si chiamava ‘The All Priest Show’ che girava per il paese nelle sale, nei locali, e venivano pagati! Quindi tutti pensavano che fosse in gambissima, straordinario. E quando parlava dal pulpito del Signore Gesù Cristo, diceva: ‘Gesù è mio amico, io vi salverò’. Andò a casa mia e disse ai miei genitori che conosceva il loro sporco segreto: ‘So che stai picchiando quel bambino e tua moglie’. Quindi ora i miei genitori, anche se erano adulti, erano vulnerabili, e il sacerdote ce li aveva in tasca, perché conosceva il loro vergognoso segreto. Allora il sacerdote suggerì: ‘Porto via vostro figlio da quest’ambiente, perché gli avete fatto del male, si ribella e voi lo picchiate ancora di più, non sapete come gestirlo. Se viene con me posso insegnargli l’amore e può assistermi alla messa del mattino. Lo porteremo in bei posti, e voi respirerete un po”. Per una madre di cinque figli che danno fuori di matto, il marito che era raramente presente, e quando c’era la riempiva di botte, era l’ideale, pensava che il suo bambino fosse al sicuro. Ma che cosa pensereste se vi dicessi che quel ragazzino veniva legato su un tavolino da caffè? E mentre mi veniva detto che brucerò all’inferno per l’eternità, venivo stuprato con una candela accesa”.​

A 11 anni, Darren vede un documentario sulla pedofilia. È allora che si rende conto che la sua relazione con il sacerdote non ha nulla di normale. Comincia allora a vedere una psichiatra infantile. La sua sola paura a quel punto è che durante il processo il giudice non creda alla sua testimonianza. Racconta: “La signora mi diede una bambola e mi disse: ‘Puoi farmi vedere che cosa è successo?’ E io risposi: ‘Vuole che infili il mio pene dentro la bambola davanti a lei?’. E lei: ‘Cosa?’. E io: ‘Be’, mi ha detto di farle vedere, allora vuole che strappi la bambola e la cavalchi?’ Lei continuò: ‘No, fammi solo vedere’. E io dissi: ‘Non capisco, mi dice di farlo, ma mi ha detto che è sbagliato. Perché vuole che faccia qualcosa che è sbagliato?’. Allora ammisero: ‘Ha senso, non ci è mai capitato prima’. Allora suggerii che io mi limitassi a raccontare quello che era accaduto. E mentre lo facevo, continuavo a passar loro fazzoletti, io che avevo dodici anni, e a chiedere: ‘Va tutto bene?’, perché li avevo traumatizzati. Per me era normale, perché ci ero abituato”.

Il muro di gomma del Vaticano

​Oggi Darren è psicologo, e può così aiutare altre vittime. Lui stesso è sopravvissuto a cinque tentativi di suicidio, e fa parte del 10 per cento di vittime che hanno avuto il coraggio di rivolgersi alle autorità. Nel 2014, in un’intervista a Repubblica, papa Francesco disse che il numero di colpevoli in seno alla Chiesa era stimato intorno al 2 per cento, vescovi e cardinali compresi. Una cifra che però non coincide con quelle emerse nell’inchiesta condotta dal team giornalistico Spotlight del Boston Globe, in cui Richard Sipe, psichiatra e sacerdote in pensione, valuta il numero di preti pedofili al 6 per cento. Secondo Sipe un prete pedofilo abusa di 250 bambini in tutta la sua vita. Se così fosse, in Irlanda 280 sacerdoti avrebbero abusato di 70 mila vittime, e nell’intero continente europeo circa 11.200 clericali avrebbero approfittato di oltre 2 milioni e 800 mila vittime. E queste sarebbero le cifre che la Chiesa avrebbe cercato di insabbiare.

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Colm O’Gorman, un altro sopravvissuto, oggi direttore della sezione irlandese di Amnesty International, lotta ogni giorno per cercare di riparare i danni.​ “Il modo in cui si è comportata la Chiesa, l’ipocrisia e la corruzione in seno alla chiesa sono venute alla luce e questo ha portato gli irlandesi a respingere l’autorità morale della Chiesa. Ha portato alla fine del predominio politico della Chiesa cattolica qui in Irlanda. Per decenni il Vaticano ci ha chiamati bugiardi, ha detto che mentivamo, che ci inventavamo le cose, che era un complotto anti-cattolico, che non c’era nessun insabbiamento. E adesso il papa dice che l’insabbiamento c’è stato e noi dobbiamo pensare che è meraviglioso perché ammette la verità? Ma è il minimo!”, insorge.

Anche Marie Collins è una dei Sopravvissuti, e ha creato una fondazione per aiutare i bambini che hanno subito abusi via internet o tecnologie mobili. Nel 2014 ha integrato la commissione creata dal pontefice per proteggere i minori e combattere gli abusi sessuali. Ma tre anni dopo si è dimessa, stanca di continuare a rimbalzare contro il muro di gomma del Vaticano, dice: “La commissione era composta di esperti esterni alla Chiesa, esperti in protezione dei minori provenienti da ogni settore e riuniti per consigliare il papa, per portare competenze dentro la Chiesa dall’esterno. E io accettai l’incarico perché, se la Chiesa era sincera nella sua volontà di cambiamento, pensai che fosse mio dovere contribuire. Ma dopo un paio d’anni mi resi conto che c’era un’enorme resistenza al cambiamento in Vaticano. Boicottavano il lavoro della commissione. Opponevano resistenza al lavoro della commissione. Noi elaboravamo raccomandazioni, il papa le approvava, ma poi non venivano messe in pratica. La Curia, il governo della chiesa, vedeva noi della commissione come persone esterne che interferivano nei suoi affari interni. L’importanza della protezione dei bambini era completamente ignorata, era più una questione di politica”.

La decisione di Papa Francesco di parlare pubblicamente degli scandali mostra comunque che c’è un desiderio di maggiore trasparenza in seno al Vaticano. Ora denunce e testimonianze sugli abusi sessuali vengono trasferiti alle autorità civili, e la Chiesa deve rispettarne le decisioni.

La Chiesa, un’istituzione in crisi in Irlanda

Nel 2015 gli irlandesi hanno votato sì al referendum sul matrimonio gay e nel 2018 è stato revocato l’ottavo emendamento della costituzione per poter autorizzare il diritto all’aborto. Un paese all’80 per cento composto di cattolici ha votato a favore di due riforme che violano apertamente i dettami della Chiesa. La società irlandese resta legata alla sua cultura cattolica, ma ha preso le distanze dalla Chiesa in quanto istituzione. Una tendenza visibile in tutta Europa, l’unico continente dove la popolazione cattolica è diminuita negli ultimi anni.​ Lo stato d’animo di molti cattolici irlandesi è ben riassunto nelle parole di Marie Collins: “Conservo la mia fede, sì, conservo la mia fede e il mio credo. Ma l’istituzione della Chiesa ormai non significa più molto per me. Ho davvero perso ogni fiducia nell’istituzione ecclesiastica. Ho ancora un rapporto con Dio e prego ancora, e mi considero ancora cattolica”.

Nel frattempo l’Irlanda ha cominciato a cercare di curare le ferite lasciate da decenni di abusi e a proteggere meglio i bambini, senza aspettare che sia la Chiesa a risolvere il problema. Un’importante lezione per altri paesi, come l’Australia, la Francia, la Polonia o gli Stati Uniti, dove gli scandali cominciano a emergere.

https://it.euronews.com/2020/11/27/in-irlanda-il-purgatorio-della-chiesa-dopo-gli-scandali-di-pedofilia

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Informazione sui contenuti

La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

No thanks, I’m not interested.