Verso il processo le vittime del prete pedofilo libanese. In veste di accusate

40135 ROMA-ADISTA. Marilène Ghanem e le altre sopravvissute agli abusi di Mansour Labaki, prete maronita incardinato a Beirut e “orco” di bambine e adolescenti, sono ancora lì, a lottare perché sia riconosciuto loro l’onore di donne e di persone, e siano ristabiliti nei loro confronti la giustizia e il pieno diritto a non essere considerate alla stregua di meretrici, come ha lasciato intendere il difensore di Labaki, Antoine Akl, intervenendo telefonicamente durante l’intervista a Ghanem nella trasmissione televisiva, Ana Héik (Sono così, 29/1/20). La loro riabilitazione sociale può venire dal pieno riconoscimento della colpevolezza di Labaki sia all’interno della Chiesa maronita, con la dimissione del prete dallo stato clericale, sia a livello di giustizia civile. Ma, colmo della beffa e della mistificazione, le sopravvissute libanesi il 16 marzo avranno sì modo di comparire davanti ai giudici, ma in un processo intentato (nel maggio 2014) contro di loro da Labaki con l’accusa di complotto ai suoi danni. Adista segue la vicenda dal 2013, n. 34; e poi con i nn. 19/14, 13 e 17/16. Nei nn. 23/16 e 10/19, è Marilène in prima persona a raccontare il dramma della violenza personale e sociale subita e della giustizia negata.

Eppure il prete maronita, oggi 80enne, è stato riconosciuto «colpevole» dalla Congregazione per la Dottrina della Fede (sezione di Parigi) di «due capi di imputazione, cioè i delitti contra sextum», abusi sessuali, «verso tre minori» e «il crimen sollicitationis durante la confessione di una della vittime». Il Decreto (protocollo n. 648/2011) della Congregazione, datato 23 aprile 2012 (giudizio confermato il 19 giugno 2013), lo ha condannato a «una vita di preghiera e penitenza in una comunità religiosa o in altro luogo di ritiro deciso dal Vescovo in accordo con la Congregazione» vaticana; alla «privazione di tutti gli uffici ecclesiastici»; alla «interdizione della celebrazione dei sacramenti coram populo, cioè in pubblico», eucarestia in primis; e alla «interdizione di assumere qualsiasi direzione spirituale, di partecipare a manifestazioni pubbliche o mediatiche (conferenze, apparizioni alla televisione, celebrazioni…), come di prendere contatto con i media o con le vittime». Il Decreto si chiude con una «precetto penale»: «in caso di grave violazione delle pene summenzionate, gli sarà applicata la “scomunica minore” il tempo necessario alla piena osservanza delle pene». Le autorità ecclesiastiche non hanno mai vegliato sull’applicazione delle pene previste: Labaki le ha in vario modo disattese, fino al punto da intentare causa alle sue vittime, pur non avendone facoltà perché sotto punizione.

Le amicizie che contano

La condanna non è tornata a vantaggio delle vittime, anche perché non è mai stata resa pubblica. Labaki, considerato il Marcial Maciel del Libano, in riferimento all’abusatore seriale fondatore dei Legionari di Cristo, è d’altronde un abile manipolatore e non si è fatto mettere con le spalle al muro, facendo leva sulle amicizie autorevoli e potenti di cui gode, a partire dal patriarca maronita card. Béchara Boutros Raï; amicizie anche complici, perché – c’è un “vaso di Pandora” colmo di abusi pronto a scoperchiarsi: il primo che denuncia Labaki, sarà denunciato, sintetizza Ghanem. Il quale Labaki può peraltro contare sul “buon nome” che s’è fatto, e sul lustro ricaduto sulla Chiesa libanese, con opere varie, fra le quali l’istituzione del “Foyer Notre-Dame du Sourire”, in Libano, e, in Francia, del “Foyer Notre-Dame-Enfant du Liban” per l’accoglienza di bambini libanesi cristiani e musulmani. Foyer, quest’ultimo, che ha fornito all’orco “materiale” per continuare nel tipo di abusi già perpetrati in Libano (qui, anche su una sua nipote quattordicenne), tanto che è in corso in Francia, dal 2011, un processo che lo vede imputato di pedofilia, accusato da varie sopravvissute francesi. I magistrati francesi, non riuscendo ad ottenere mai la sua presenza al giudizio, hanno anche emesso contro l’orco libanese, nell’aprile 2016, un mandato di cattura internazionale. Senza risultato, bisogna dire.

Il patriarca libanese sta dalla parte del prete pedofilo

Secondo il cardinal patriarca Raï sarebbe in atto una «campagna diffamatoria» contro Labaki, e sarebbe dimostrata dal carteggio di circa 2mila e-mail intercorse privatamente tra le autorità ecclesiastiche e le vittime in cerca di giustizia. Tale documentazione è stata letteralmente rubata con l’ausilio di esperti hacker ed è servita al prete abusatore per citare in giudizio per diffamazione sia le vittime, sia i due rappresentanti del Tribunale ecclesiastico che lo avevano condannato (uno dei quali è Luis Ladaria, allora segretario della Congregazione della Dottrina della Fede e oggi prefetto della stessa), colpevoli, a dire dell’“orco”, di aver manipolato le vittime per poter accusare il prete. Dietro a tale “complotto” ci sarebbe, di volta in volta, nientemeno che la massoneria internazionale, il sionismo ebraico, le sette sataniche.

Il “malloppo” di e-mail è stato consegnato, i primi di febbraio del 2016, dal patriarca Raï a papa Francesco «come prova di innocenza di Labaki». Secondo Raï, il prete abusatore sarebbe sotto attacco non per i crimini di pedofilia (il patriarca non ne tiene proprio conto), ma a motivo di una decisione d’autorità non gradita alle persone che l’hanno subita e che perciò avrebbero scatenato la guerra, dando il via, appunto, a una «campagna diffamatoria». Ecco infatti cosa dichiarò l’alto gerarca maronita il 18 marzo 2016, dopo l’incontro con Bergoglio, durante il discorso tenuto nella scuola di San Giuseppe a Aintoura: «C’è stata una campagna mirata contro monsignor Labaki con molte accuse false e menzognere e abbiamo tutto tra le mani. I tribunali hanno avuto avvio senza né domande né risposte – ha aggiunto di fatto denigrando il giudizio della Congregazione per la Dottrina della Fede – e il monsignore è stato condannato dalla Chiesa, a volte l’hanno arrestato, a volte l’hanno sospeso a divinis. Ultimamente il tribunale ecclesiastico ha tolto la sospensione a divinis, non l’impedimento a sue apparizioni alla televisione o a partecipazioni a celebrazioni pubbliche. Tutti i documenti (consegnati al papa, ndr) mostrano quante menzogne e falsità sono state inventate ai danni di questo uomo e che trovano le vere cause scatenanti non nelle accuse rivolte, ma nella sua risoluzione a consegnare la direzione della casa costruita a Lourdes [Beth Maryam, finanziata all’associazione di Labaki, Lo Tedhal] alle Suore della Croce. Questa sua decisione ha infastidito i primi gestori della casa e da lì è iniziata la campagna accusatoria contro di lui». Della quale avrebbero evidentemente profittato, per distruggere il “poveruomo”, massoneria internazionale, sionismo e sette sataniche.

Che in tutta la torbida vicenda papa Francesco sia stato manipolato si desume da un altro episodio: a marzo 2018, l’uscente ambasciatore del Libano presso la Santa Sede, Antoine Andari, ha scattato una foto del momento in cui Francesco dedicava una copia del suo libro Dio è giovane al prete abusatore, scrivendo: «Al padre Mansour Labaki con la mia benedizione. Francesco».

Un mezzo mea culpa

Il processo, nella cui udienza del 16 marzo prossimo verranno interrogate varie sopravvissute libanesi per rispondere all’accusa di associazione a delinquere e falsa testimonianza – accusa rivolta anche contro l’allora monsignore o oggi cardinale Luis Ladaria –, non è praticamente mai iniziato: agli appuntamenti fissati dal tribunale, un paio l’anno dal 2014, l’accusa non si è mai presentata, costringendo il giudice a indicare una nuova data. Sicuramente l’accusa punterà al massimo sulla prova che giudca schiacciante, il carteggio delle e-mail.

La difesa, invece, produrrà fra le prove una lettera del 2003 scritta a mano e firmata da Mansour Labaki, indirizzata a una donna-vittima, una lettera che è un mea culpa ma dai toni decisamente manipolatori: «Carissima XXXX, consapevole della sofferenza che ancora subisci a causa di un atteggiamento ambiguo che ho avuto verso di te 19 anni fa, quando sei venuta per offrire i tuoi servizi al Foyer di XXXX, vengo a chiedere il tuo perdono per la ferita che ti ho causato, quando ero completamente inconsapevole della portata di infelicità di un gesto che volevo paterno. Il mio carattere orientale esuberante può essersi prestato a confusione. Ma, carissima, eri così dolce, così pura, così bella, così sorridente che pensavo di aver visto in te una santa o addirittura la Beata Vergine. Strigendoti al mio cuore, ero certo di abbracciare una Santa-Teresa che tu rappresentavi per me. Come immaginare uno sbandamento? Non riesco ancora a immaginarlo. Stavo oscurando un fiore, tanto era luminoso il profumo della tua purezza! Ma, ecco, ora capisco che queste azioni ti hanno ferito. Oh! come sono dilaniato. E quando XXXX e XXXX sono venuti a chiedermi spiegazioni, diedi loro in coscienza la mia versione delle cose. Il che ha potuto far loro pensare che tu stessi mentendo. No mia cara! Non stavi mentendo. Stavi soffrendo. Ma ero ingenuo e in buona fede. Sono quindi responsabile del male che hai provato e che continui a vivere. Davanti a Dio e davanti a te, chiedo perdono e, dimmi, come vuoi che ripari? Spiritualmente, dirò molte messe e preghiere per te affinché tu possa trovare la pace del cuore, e per me affinché io comprenda e mi converta».

Per anni e con tutti i ricorsi possibili e immaginabili a vescovi e al Vaticano, le vittime lottano perché sia resa loro giustizia e perché l’opinione pubblica sia resa consapevole della cultura della predazione che vige invitta nel loro Paese (e non solo). Per questo chiedono, fra l’altro, che Labaki sia dimesso dallo stato clericale e che sia pubblicizzato il provvedimento, e che si indaghi sulle autorità ecclesiastiche che hanno coperto i suoi crimini, a partire dai vescovi di Beirut che si sono succeduti negli anni.

https://www.adista.it/articolo/62887