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il Portale della Rete L'ABUSO - Home » abusi sessuali » Testimoni di Geova in Olanda inchiodati da indagine governativa

Testimoni di Geova in Olanda inchiodati da indagine governativa

Redazione WebNews by Redazione WebNews
28 Gennaio 2020
in Cronaca e News
Reading Time: 5 mins read
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751 denunce pervenute, ma il rapporto evidenzia che la presentazione di una denuncia alla Polizia è ostacolata dalla natura chiusa della comunità

Come può uno scoglio arginare il mare?
È esattamente ciò che sta tentando di fare la Watch Tower Society (società che fa capo ai Testimoni di Geova) insieme alle sue Filiali sparse per il mondo.

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Vi avevamo dato conto, in un articolo di alcuni mesi fa, del mare, appunto, di denunce, procedimenti e condanne per i Testimoni di Geova, in merito alla gestione omertosa e complice dei casi di pedofilia commessi all’interno della comunità religiosa. Nello stesso articolo, avevamo accennato al caso olandese. Su richiesta di Sander Dekker, Ministro della protezione legale olandese, il 3 luglio 2018 la Camera dei deputati dei Paesi Bassi aveva commissionato ai ricercatori dell’Università di Utrecht uno studio sugli abusi ai minori commessi all’interno delle comunità dei Testimoni di Geova.
I risultati di questo studio e la relativa elaborazione in un rapporto conclusivo sono stati resi pubblici il 23 gennaio 2020.

La notizia è stata diffusa da tutta la stampa olandese, che sintetizza i punti del rapporto, evidenzia le pesanti conclusioni, racconta della vaghezza delle loro risposte e reazioni.

I rapporti di abusi pervenuti sono 751. Il numero è impressionante se si tiene presente che, secondo il rapporto diramato sul loro sito ufficiale, ci sono 29.305 Testimoni di Geova nei Paesi Bassi. La proporzione della catastrofe è molto simile (nei numeri) a quella emersa dalla Commissione Reale Australiana.

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Appena il 25% degli intervistati ha denunciato l’abuso alla Polizia. Su una scala da 1 a 10, il punteggio medio assegnato dalle vittime stesse alla gestione dei casi di pedofilia all’interno dei Testimoni di Geova è stato di 3,3 ovvero un giudizio gravemente insufficiente alle procedure dell’organizzazione. Ben diverso è stato il punteggio medio assegnato alla gestione da parte della Polizia in seguito alle denunce: 6,4.

Il sommario del rapporto, spiega che «Le esperienze di gestione delle denunce comportano una vittimizzazione secondaria per le persone che denunciano, cioè il processo di gestione delle denunce li vittimizza nuovamente (o è percepito in tal modo). Le vittime si sentono non sufficientemente ascoltate, ignorate, e in alcuni casi vengono fatte sentire stigmatizzate e isolate. Le caratteristiche della comunità dei Testimoni di Geova – come la forte gerarchia, la predominanza maschile, la natura chiusa della comunità e il rigoroso codice di moralità sessuale – rendono, a loro avviso, particolarmente dolorosa l’esperienza delle vittime»

Nelle conclusioni del rapporto si legge: «Ci sono ragioni per supporre che la presentazione di una denuncia alla Polizia sia ostacolata dalla natura chiusa della comunità e del rischi connessi al informare parti estranee. […] il sistema formalistico dei Testimoni di Geova non prevede ancora garanzia di una risposta adeguata agli abusi sessuali»

Quel che, come altrove, si registra è l’ostinata difesa della società americana di se stessa e della propria immagine, anche di fronte alla devastazione di vite umane indelebilmente segnate dalla pedofilia.

Fino al giorno prima della pubblicazione dello studio, infatti, la Watch Tower si è opposta e ha tentato di censurarne in via preventiva la diffusione, ricorrendo all’intervento di un giudice. Eppure, nel 2019 la Christelijke Gemeente Van Jehovah’s Getuigen (l’ente giuridico che rappresenta i Testimoni di Geova nei Paesi Bassi) ha inviato una lettera da leggere pubblicamente a tutte le congregazioni nella quale scriveva:

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«Cari fratelli,
Il ministero della Giustizia Olandese ha commissionato alla Università di Utretcht una indagine sulla maniera in cui la comunità dei Testimoni di Geova risponde alle accuse di abusi sessuali sui minori. Questo include la maniera in cui gli anziani sostengono le vittime dell’abuso e le loro famiglie.
Se sei vittima di abusi o conosci qualcuno che lo sia e desidera compilare il questionario di questa indagine, lo potrai trovare al seguente indirizzo web: https://www.uu.nl/organisatie/departement-bestuurs-en-organisatiewetenschap_contactpunt-onderzoeg-jehovas-getuigen. Ovviamente la partecipazione a questa indagine è una scelta personale, ciononostante crediamo che l’Università di Utrecht riceverà risposte accurate ed equilibrate su come la nostra Organizzazione risponde agli abusi, che sono sia un peccato ripugnate ma anche un reato. Questa lettera verrà esposta nella tabella informazioni» (traduzione dall’originale)

Se da un lato tentava dunque di fare buon viso a cattivo gioco, fingendo una piena collaborazione con l’iniziativa, dall’altro cercava di sbieco di impedire la diffusione dei risultati dello studio, screditando i metodi utilizzati dai ricercatori e adducendo altre farneticanti motivazioni, tutte respinte dal giudice.

Non paga, dopo la pubblicazione dello studio, la società ha deciso di proseguire le proprie azioni legali, ritenendosi colpita, diffamata e discriminata.

Qual è il senso di questa continua negazione da parte della Società Torre di Guardia?
L’esperta di sette Frances Peters, ex Testimone che oggi dedica la propria vita ad aiutare chi vuole uscire da una setta, dice al Trouw: «Una causa è una situazione vantaggiosa per loro. Se vincono, è grazie alla benedizione di Geova, e se perdono, possono raffigurarsi come martiri, come perseguitati».

Non è, però, così chiaro se si tratti di una strategia di questo tipo o di una linea megalomane dettata da un imperante narcisismo collettivo per il quale ‘noi siamo puri, buoni e belli, siamo il meglio che il mondo ha da offrire, siamo il paradiso spirituale sulla terra’. Ergo ‘è impossibile ammettere che in mezzo a noi ci sia tutto questo’, perché metterebbe in sera discussione la pretesa santità del gruppo.

Rimane la mancanza di rispetto verso le vittime e per il pericolo persistente per i bambini all’interno delle loro comunità chiuse.

Ma oltre a questo, c’è anche la fertile consapevolezza che un manipolo di uomini non è che un piccolo scoglio contro il mare del progresso etico dell’umanità. Un mare che sta travalicando luoghi e sistemi, le cui onde travolgeranno -forse- anche il Bel Paese.
E come potrà allora uno scoglio arginare il mare?

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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

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