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il Portale della Rete L'ABUSO - Home » andrea giusto » Prima udienza civile – vittime contro don Giraudo e diocesi di Savona

Prima udienza civile – vittime contro don Giraudo e diocesi di Savona

Redazione WebNews by Redazione WebNews
15 Novembre 2019
in Il punto della Rete L'ABUSO, Liguria
Reading Time: 4 mins read
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Sono iniziate questa mattina presso il Tribunale di Savona le prime due udienze che vedono complessivamente cinque vittime del sacerdote Nello Giraudo citare in giudizio oltre al sacerdote, anche la diocesi di Savona.

Un percorso travagliato nel quale le vittime dovranno ripercorrere quel doloroso passato che oggi lo stesso sacerdote e la diocesi savonese negano, o quanto meno mettono in dubbio.

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Eppure oltre alle vittime, le carte acquisite dalla Procura di Savona durante il processo penale, che portò il Giraudo a patteggiare 1 anno e 6 mesi per gli abusi commessi sull’unica vittima non prescritta penalmente, parlano chiaro e raccontano la storia e la gestione criminale del caso, da parte non solo della diocesi savonese, ma anche dell’allora prefetto della congregazione per la dottrina della fede Joseph Ratzinger, poi eletto papa Benedetto XVI.

A mettere nero su bianco le violenze del sacerdote non furono le vittime, ma la stessa diocesi, che ora nega di aver saputo.

Sarà proprio il vicario generale della diocesi di Savona, don Andrea Giusto che il 22 agosto del 2003, accrescerà il fascicolo personale di Giraudo, custodito nell’archivio personale del vescovo dichiarando che Giraudo, verso la fine del 1980 (primo incarico dopo aver preso i voti) fu nominato “viceparroco a Valleggia (SV) si è verificato il primo serio inconveniente: insegnante di religione nelle statali, è stato accusato da una mamma di atteggiamenti morbosi nei confronti del suo bambino”. “Il fatto allarmante ha spinto il vescovo – sentito il parroco che già aveva notato atteggiamenti equivoci nel giovane sacerdote – ad allontanarlo immediatamente sia dalla scuola che dalla parrocchia”.

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Fu spostato a Spotorno, in una parrocchia molto più grande e con molti più minori, dove fece altre vittime.

Il 5 novembre del 1989 è lo stesso vescovo di Savona (Giulio Sanguineti) a correre ai ripari mandando don Giraudo presso un istituto milanese, nell’ignorante intento di poter “guarire” quella che non è una malattia, ma una grave devianza della personalità, per la scienza medica non curabile.

Poco dopo, nei primi anni 90, il nuovo vescovo di Savona Dante Lafranconi, permise al Giraudo, divenuto nel frattempo parroco di Orco Fegliono (Finale Ligure SV), di aprire una casa famiglia. L’esperimento non riuscì neppure in questo caso.

Circa 10 anni dopo, nel 2002, il nuovo vescovo di Savona, questa volta il cardinale Domenico Calcagno, secondo quanto annotato nel fascicolo della diocesi sempre dal vicario generale don Andrea Giusto “riceve le confidenze allarmate di un’assistente sociale che gli comunica che vari comuni hanno deciso di non affidare altri ragazzi alla comunità. Anche i responsabili della Caritas mettono in guardia mons. Calcagno”. Solo nella primavera del 2003 Calcagno decide di far chiudere al Giraudo la comunità.

La macabra nota del vicario Andrea Giusto su don Giraudo si conclude “attualmente (estate 2003) la situazione è la seguente; nulla è trapelato sui giornali e non ci sono denunce in corso; don Nello ha chiuso la comunità e lasciato la parrocchia; è affidato a un confratello di cui accetta l’aiuto e il controllo; si è impegnato ad incontrare un religioso psicologo che lo aiuti a leggere in se stesso nel tentativo di ritrovare equilibrio”.

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In tutto il documento non esiste una sola nota di preoccupazione per le vittime del Giraudo (sic), ma solo per la sofferenza dello stesso.

L’8 settembre del 2003 il cardinale Calcagno scrive al Joseph Ratzinger informandolo della situazione e ribadendo la volontà del sacerdote di proseguire nel suo impegno pastorale. Ratzinger non prese alcun provvedimento.

Nell’estate del 2005, durante un campo scout, don Giraudo abuserà di un 15enne. Nel 2012 patteggia la condanna per quel solo abuso.

Don Giraudo, sotto richiesta del vescovo Vittorio Lupi – che rifiutò di celebrare il processo canonico, probabilmente per non accrescere le gravi responsabilità della diocesi – chiederà la dispensa dallo stato clericale soltanto il 27 marzo del 2010, quando oramai la procura di Savona aveva già avviato le indagini.

Verità che ancora oggi la chiesa savonese nega, dimostrando la disonesta continuità di gestione e l’inaffidabilità delle stesse gerarchie che malgrado gli anni e gli appelli del papa, riconfermano patologicamente una grande disonestà morale ed intellettuale, non chè l’irresponsabilità nei confronti delle vittime – passate e future – oggi affidata all’ennesimo vescovo, Caloggero Marino.

Le rispettive due prossime udienze, sono state rinviate la prima al 27 marzo di fronte al giudice Stefano Poggio, la seconda il  il 28 febbraio davanti al giudice Luigi Acquarone.

Redazione Web

 

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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

No thanks, I’m not interested.

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