Pedofilia, l’inchiesta: il muro del silenzio sulle vittime. La storia di Diego

“Illlustrissimo cardinale Sepe, mi chiamo Diego, ho trentacinque anni, una moglie e un figlio. Le scrivo per raccontarle una storia, quella di un bambino abusato da un prete”. Si apre con queste parole la storia di Diego Esposito, ricostruita in questa inchiesta di Servizio Pubblico firmata da Micaela Farrocco.

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Diego ha denunciato di aver subito abusi nel 1989, quando era solo 13 enne, da un prete della diocesi di Napoli e racconta di aver tenuto per sé questa storia di presunti abusi per anni. “Era il 2010: un giorno all’improvviso  svenni, pensavo di morire. Confessai a mia moglie e mia madre il mio ultimo desiderio, confessai di essere stato abusato”. “Don Silverio era il mio insegnante, il mio professore di religione alle scuole medie” racconta Diego “e alla fine dell’anno  scolastico mi invitò a casa sua. Ero contento. Subito, già dal primo incontro, mi diede un bacio. Non me lo posso dimenticare: fu un bacio violento. Rimasi choccato. Lui se ne accorse e mi disse ti voglio bene. Ai ragazzi dava dei soldi, 20 mila lire per comprarne il silenzio, e mandava dei ragazzi a minacciarti se parlavi di lui”.

Pedofilia, l’inchiesta

La giornalista di Servizio Pubblico va a caccia di informazioni sul conto di Don Silverio Mura, e si imbatte in un un uomo che vuole rimanere anonimo ma racconta una storia molto simile a quella di Diego. “Non faceva il parroco” racconta “era una vergogna per tutti i cristiani. Ne ho viste di tutti i colori, sono passati più di 20 anni, e nessuno mi credette. Feci delle segnalazioni e l’unico a credermi fu mio padre. So di almeno 5 bambini abusati. Non bisogna avere paura, bisogna denunciare, sennò il mondo finisce in mano loro e la gente continua a mandare i figli in chiesa”.

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“Per me lui era una figura forte” spiega “lui ha cominciato a invitarmi a casa sua. A toccarmi, prendermi in dei modi squallidi. Cercava di fare sesso, di penetrarmi. Mi buttava il suo liquido seminale addosso, diceva che faceva bene alla pelle. Mi diceva che ero il numero uno e io con quelle parole stavo bene”.

L’uomo dopo 18 anni torna insieme alla nostra giornalista in quella che era la vecchia casa di Don Silverio e trova ancora nel cortile, abbandonato, il suo pallone: “Mi viene l’ansia, voglio andare via da qua” dice, mentre una vicina di casa dipinge un ritratto del sacerdote molto differente: “Don Silverio ha voluto bene a tutti. Ha cresciuto i figli nostri. Non credo a nulla”.

Diego ha cercato di portare la sua storia all’attenzione delle più alte gerarchie ecclesiastiche per anni, arrivando a scrivere a Papa Francesco, che girò la segnalazione alla congregazione per la dottrina della fede. Per molto tempo tuttavia, denuncia Diego, la sua voce è rimasta inascoltata: “Voglio scritto a un risarcimento dei danni per tutto quello che ho subito. Lavoravo come guardia giurata, e in una lettera ho minacciato di ammazzarmi con la pistola di ordinanza se non fossi stato ascoltato. La lettera  è stata girata alla questura e mi hanno revocato il porto d’armi, così ho perso il lavoro”.

La storia di Diego

Diego Esposito è uscito allo scoperto rivelando il suo vero nome, Arturo Borrelli, e ha dato vita a una protesta plateale incatenandosi al Vaticano per avere notizie del processo a Don Silverio, facendo appello al Pontefice. Papa Francesco ha ascoltato la sua voce ha deciso di riceverlo in Vaticano il 14 febbraio, dove gli è stato assicurato che il processo nei confronti del sacerdote si concluderà entro giugno e ha ottenuto dalla chiesa un supporto economico. Don Silverio, nel frattempo, dopo essersi trasferito in provincia di Pavia, ha fatto perdere le tracce di sé

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