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il Portale della Rete L'ABUSO - Home » abusi sessuali » Faggioli: si è creato un grande vuoto di potere nella Chiesa degli USA

Faggioli: si è creato un grande vuoto di potere nella Chiesa degli USA

Redazione WebNews by Redazione WebNews
24 Agosto 2018
in World
Reading Time: 6 mins read
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Abusi, intervista con il professore della Villanova University: si applica alla Chiesa la mentalità da corporation, il Papa è visto come l’amministratore delegato e i vescovi come i suoi manager che egli può semplicemente licenziare

«Lo scandalo degli abusi e la delegittimazione dell’episcopato ha creato un grande vuoto di potere nella Chiesa» negli Stati Uniti, dove si applica «una mentalità da corporation in cui il Papa è visto come l’amministratore delegato e i vescovi come i suoi manager che egli può semplicemente licenziare». Lo spiega in questa intervista con Vatican Insider il professor Massimo Faggioli, ordinario di teologia e religious studies alla Villanova University di Philadelphia (foto in fondo all’articolo).

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Che cosa emerge dal report Pennsylvania e perché ha colpito così tanto l’opinione pubblica?

«Il grand jury istituito dal procuratore generale della Pennsylvania ha presentato il 14 agosto un rapporto che espone in dettaglio (1.400 pagine) il modo in cui la dirigenza della Chiesa cattolica in sei diocesi della Pennsylvania ha occultato gli abusi sessuali commessi dal clero (300 preti accusati, oltre mille vittime) negli ultimi settant’anni (sulle altre due diocesi dello stato, tra cui Philadelphia, era stato presentato un rapporto qualche anno fa). Emerge un quadro di occultamento sistematico, definito “da manuale”, dei casi di pedofilia commessi dal clero. Un rapporto simile, per ampiezza, ma molto più sistematico e scientifico, è quello pubblicato dal John Jay College della City University of New York nel 2004. I fatti del Grand Jury non sono nuovi, ma in gran parte “storici”, cioè risalgono in maggior parte a un periodo che arrivano fino agli anni novanta. Il rapporto ha colpito l’opinione pubblica per alcuni motivi. In primo luogo, quasi nessuno degli accusati andrà a processo, non solo perché in parte sono deceduti nel frattempo, ma perché i reati sono caduti in prescrizione. Un secondo fattore è l’importanza della Chiesa cattolica in Pennsylvania, che è uno degli stati-culla del cattolicesimo negli Stati Uniti, sia nella storia degli ultimi due secoli, sia oggi (Philadelphia e Pittsburgh sono due diocesi che hanno dato un altissimo numero di vescovi alla Chiesa americana). Infine, il rapporto è stato pubblicato in un momento in cui altri scandali vanno a comporre un quadro particolarmente inquietante per la Chiesa negli Stati Uniti: le rivelazioni sulla doppia vita condotta dall’ex arcivescovo di Washington, McCarrick, che hanno portato alle sue dimissioni dal collegio cardinalizio (una sanzione con pochissimi precedenti nella storia), e una serie di indagini in alcuni seminari americani (Boston, Lincoln, Philadelphia) a seguito di denunce di molestie sessuali subite da seminaristi all’interno del seminario».

Che cosa è emerso a carico del cardinale Donald Wuerl? Che cosa pensa della sua posizione?

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«A carico del cardinale Wuerl c’è un quadro complesso: da un lato Wuerl non ebbe paura di scontrarsi con il tribunale la Segnatura Apostolica in Vaticano che voleva riammettere un prete della diocesi di Pittsburgh al ministero (e Wuerl prevalse), mentre in altri casi sembra che abbia collaborato all’occultamento di alcuni casi, per esempio non fornendo alla diocesi di arrivo di un prete pedofilo proveniente dalla sua diocesi tutte le informazioni relative al caso. È una posizione molto difficile anche perché Wuerl è diventato un simbolo – vescovo di Pittsburgh dal 1988 al 2006 e arcivescovo di Washington dal 2006 – al di là delle accuse specifiche a suo carico, da cui non ha potuto difendersi in pubblico. Un elemento essenziale per capire il contesto è che gli scandali sono anchel’opportunità, per il cattolicesimo neo-tradizionalista delle giovani generazioni di cattolici americani, per attaccare vescovi e cardinali americani vicini a Papa Francesco. Il fatto è che lo scandalo degli abusi e la delegittimazione dell’episcopato hanno creato un grande vuoto di potere nella Chiesa negli USA ed è un vuoto che qualcuno riempirà. Si illude chi pensa che la soluzione siano le dimissioni di massa di tutti i vescovi americani: non saranno i semplici laici cattolici a riempire il vuoto lasciato dai vescovi».

Quello del Grand Jury è, ovviamente, il racconto della pubblica accusa. In alcune delle repliche ci sono stati vescovi che hanno contestato alcune interpretazioni a proposito delle coperture. Che cosa può dire in proposito?

«Il rapporto del grand jury è il risultato non di un processo, ma di una indagine. Pertanto il rapporto del grand jury è il documento dell’accusa: i giurati ascoltano e vedono solo quello che i procuratori dell’accusa producono davanti a loro, e quindi nel rapporto non c’è possibilità di difesa per gli accusati. In questo senso, è perfettamente comprensibile che la Santa Sede sia riluttante a basarsi su un rapporto del grand jury (e sulle reazioni della stampa) per decidere della sorte di molti vescovi implicati nell’occultamento degli abusi. Il caso della Pennsylvania è diverso, per esempio, dal vescovo di Adelaide (Australia) che si è dimesso qualche settimana fa, dopo la sentenza di colpevolezza del tribunale. D’altro canto, il grand jury pubblica anche documenti originali che, se non rappresentano l’ultima parola dal punto di vista della responsabilità penale, mostrano una responsabilità morale e pastorale da parte di alcuni vescovi che è difficile non vedere.

Il report riconosce che la Chiesa ha fatto dei passi in avanti negli ultimi anni. Qual è la percezione negli Stati Uniti a questo proposito? Si è affermata una cultura della protezione dei bambini?

«Direi che si sta affermando. Posso testimoniare personalmente che ho dovuto frequentare due corsi di prevenzione degli abusi – uno come genitore di bambini che frequentano una scuola cattolica, e uno come docente in una università cattolica. La Chiesa americana ha fatto enormi passi avanti dal 2002 in poi grazie alla cosiddetta “carta di Dallas”: è uno dei fatti positivi che anche il rapporto del grand jury riconosce. Il problema è che i casi di abusi sessuali da parte del clero vengono denunciati anni o decenni dopo: quindi la Chiesa deve prepararsi a un periodo molto lungo – per tutta la prossima generazione almeno – di rivelazioni di abusi avvenuti in gran parte prima dell’applicazione di linee-guida e protocolli che vennero elaborate dopo che lo scandalo venne rivelato dal Boston Globe nel 2002 (dopo circa un decennio di denunce sollevate dalla stampa cattolica progressista fin dagli anni novanta, e sistematicamente ignorate).

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Perché, secondo lei, la lettera di Francesco al “popolo di Dioˮ sul tema degli abusi è stata così criticata? Che cosa ci si aspetta che faccia?

«La lettera è stata apprezzata in quanto inquadra il problema del clericalismo come la questione centrale. È stata criticata perché non enuncia i passi concreti che si devono ancora fare o che sono stati fatti in materia di lotta agli abusi sessuali e all’omertà nella Chiesa. Specialmente in America ci si aspetta che Papa Francesco passi a una fase legislativa ed esecutiva in materia di accountabilitydei vescovi che hanno mancato di vigilare (o peggio). Ci si attende che Papa Francesco faccia con una lista di vescovi americani quello che ha già fatto in altri casi, ovvero accogliere le dimissioni o invitare alle dimissioni questi vescovi. Poi c’è la questione della corresponsabilità del laicato e della sinodalità nella Chiesa (che rimane ancora sulla carta, dopo il discorso di Francesco dell’ottobre 2015) e della formazione del clero nei seminari, che in America sono un problema serio. La distanza tra il Vaticano e l’America è anche culturale: da un lato la cultura americana prende la legge molto sul serio e tende ad applicare alla Chiesa una mentalità da corporation, in cui il Papa è visto come l’amministratore delegato (CEO) della Chiesa cattolica mondiale, e i vescovi come i suoi manager che il Papa può semplicemente licenziare. Dall’altro lato, il demos americano è da sempre sospettoso dell’autorità e delle élite – politiche, culturali, e religiose: la delegittimazione dell’episcopato americano va compresa anche in questo quadro. Va anche detto che c’è un problema di comunicazione istituzionale da parte del Vaticano, che non riesce a raggiungere il mondo anglofono e americano in particolare: durante il pontificato di Papa Francesco si sono fatte alcune cose importanti sul fronte della lotta agli abusi, ma non c’è una comunicazione efficace, che in questo ambito è cruciale, non solo per difendere il Papa, ma anche la reputazione della Chiesa stessa».

Francesco nella lettera punta il dito contro il clericalismo e l’abuso di potere, diversi suoi critici affermano invece che il vero problema è l’omosessualità diffusa e praticata nel clero. Come commenta?

«La crisi attuale è differente da quella del 2002 perché allora c’era Papa Giovanni Paolo II che faceva da garante rispetto alla transizione della Chiesa dal Concilio al post-concilio. La Chiesa cattolica americana nell’ultimo quindicennio è stata attraversata da una radicalizzazione del conservatorismo religioso nel senso di un neo-tradizionalismo, specialmente nelle giovani generazioni di preti e intellettuali. La crisi degli abusi attuale viene interpretata da loro come un fenomeno figlio degli errori del concilio stesso e non solo del post-concilio, e viene collegata all’emergere della questione omosessuale e alla legalizzazione del matrimonio omosessuale in America nel 2015. Questo cattolicesimo neo-tradizionalista crede che gli abusi sessuali siano commessi solo dal clero omosessuale (cosa che i dati del rapporto del John Jay College smentiscono) e che la crisi degli abusi possa essere risolta da una specie di giacobinismo cattolico che dovrebbe eliminare tutti i vescovi e tutti i preti minimamente impegnati nel dialogo con la cultura moderna, sostituiti da un clero giovane caratterizzato da santità personale ma anche da una fascinazione per un medioevo mitico e dal rigetto di un rapporto Chiesa-mondo basato su un principio di realtà. L’omosessualità nel clero esiste ed è una questione che va affrontata, ma la crisi degli abusi non si risolve facendo degli omosessuali della Chiesa il capro espiatorio di uno scandalo che ha radici antiche, ben prima del concilio Vaticano II. Il dibattito sullo scandalo degli abusi commessi dal clero rischia purtroppo di diventare un altro capitolo nella storia delle culture wars di questi ultimi trent’anni di cattolicesimo americano».

http://www.lastampa.it/2018/08/23/vaticaninsider/abusi-faggioli-si-creato-un-grande-vuoto-di-potere-nella-chiesa-usa-gdKShx1u5wLSfQZGsh31kK/pagina.html

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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

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