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Portale dell'Associazione Rete L'ABUSO | Home » world » news » «Il prete mi ha aggredita durante la confessione»: il #MeToo delle suore nella Chiesa

«Il prete mi ha aggredita durante la confessione»: il #MeToo delle suore nella Chiesa

Redazione WebNews by Redazione WebNews
30 Luglio 2018
in Cronaca e News
Reading Time: 4 mins read
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Uno dei casi a Bologna, nel 2000. Ma si moltiplicano le denunce di violenze dal Cile, all’Uganda all’India. «È una questione di disparità di potere nel mondo cattolico»

L’onda lunga del movimento #MeToo arriva a scoperchiare la coltre di silenzio sugli abusi sessuali nei confronti delle suore da parte di preti e vescovi. Casi di volenze sono emersi in Europa, Africa, Sud America e Asia, mostrando che «il problema è globale e pervasivo, anche a causa dello status di seconda classe delle suore nella Chiesa — scrive l’agenzia Associated Press che al fenomeno dedicato una lunga inchiesta — e alla loro sottomissione agli uomini che la guidano».

A Bologna

«Mi ha causato un’enorme ferita, a lungo ho fatto finta che non fosse successo» ha raccontato una suora che è stata aggredita dal religioso che la stava confessando in un’università di Bologna nel 2000. Stringendo in mano il rosario, la donna ha rotto quasi due decenni di silenzio, liberandosi finalmente «di un grande peso», e ha raccontato che mentre era seduta in un’aula di fronte a lui e gli stava raccontando i propri peccati, il prete (che era anche un professore universitario) si alzò e le si avventò addosso. La suora riuscì a divincolarsi ma l’assalto — e un successivo approccio di un altro prete un anno dopo — l’ha portata a smettere di andare a confessarsi con qualsiasi altro prete che non fosse il suo padre spirituale, che vive in un altro Paese. «La confessione dovrebbe essere un luogo di salvezza, libertà e misericordia. Ma a causa di questa esperienza è diventato un luogo di peccato e di abuso di potere» ha detto la suora, che all’epoca aveva riferito quanto è successo ai suoi superiori senza che questi prendessero alcuna contromisura (il prete accusato dalla suora, secondo quanto ricostruisce l’Ap, è morto senza che lei lo sapesse il giorno in cui la donna ha incontrato i giornalisti).

Nel mondo

Le religiose stanno cominciando a denunciare pubblicamente «anche perché per anni i dirigenti della Chiesa non hanno fatto niente — scrive sempre l’Ap — , nonostante importanti studi sul problema in Africa siano stati segnalati al Vaticano negli anni ‘90». Questa settimana sei suore di una piccola congregazione religiosa in Cile sono uscite allo scoperto sulla tv nazionale con le loro storie di abusi da parte di preti e di altre suore e su come i loro superiori non abbiano fatto nulla per fermare tutto questo. Una suora in India ha di recente presentato denuncia formale alla polizia accusando un vescovo di stupro, cosa che sarebbe stata impensabile solo un anno fa. I casi in Africa sono emersi periodicamente; nel 2013, ad esempio, il noto sacerdote Anthony Musaala di Kampala in Uganda ha scritto una lettera aperta che menzionava «sacerdoti romanticamente coinvolti con sorelle religiose». Parole per cui, però, è stato sospeso dalla Chiesa nonostante i giornali ugandesi riportino spesso scandali sessuali che convolgono sacerdoti.

Le denunce

Una delle difficoltà maggiori per le religiose, secondo Karlijn Demasure che fino a poco fa guidava il Centro per la protezione dei bambini della Pontificia Università Gregoriana di Roma, è essere credute: i molestatori «possono sempre dire “l’ha voluto lei” — spiega —. Ed è difficile anche liberarsi dell’idea che sia sempre la donna a sedurre l’uomo e non viceversa». Le molestie sessuali sulle religione sono un problema soprattutto in Africa. In particolare per le novizie, che hanno bisogno di una lettera del parroco per essere accettate nelle congregazioni religiose. «A volte hanno bisogno di “pagare” per averla» dice Demasure. Alcune religiose rimangono incinte, in quel caso «la donna abortisce. Ed è lui a pagare: una suora non ha soldi. Un prete sì», aggiunge.

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Il rapporto

Nel 1994 la suora Maura O’Donohue ha scritto un ampio rapporto sul fenomeno per il Vaticano, che copriva 23 Paesi. Riportava il caso di 29 religiose che erano rimaste incinte in un’unica congregazione e spiegava che le suore erano considerate partner sessuali «sicure» dai preti che avevano paura di contrarre l’Hiv. Nel 1998 un altro rapporto scritto da suor Marie McDonald sosteneva che gli stupri di suore africane da parte di preti sono «comuni» e che casi di abusi e molestie si verificavano anche quando le religiose si trasferivano a Roma per studio e avevano bisogno dell’aiuto di seminaristi e preti nello studio. «Favori sessuali sono talvolta la moneta per un simile aiuto» si leggeva nel dossier. I rapporti sugli abusi erano riservati, ma sono stati pubblicati nel 2001 dall’U.S. National Catholic Reporter, un sito di informazione cattolico.

Il potere

Uno degli elementi chiave è la disparità di potere ta coloro che vengono abusate e coloro che abusano. Il Vaticano per ora non ha mai parlato (né ha risposto all’Ap) delle misure adottate per affrontare il problema a livello globale. Un anonimo funzionario della Santa Sede ha spiegato che «spetta ai dirigenti delle Chiese locali sanzionare i sacerdoti che abusano sessualmente delle suore ma che spesso questi crimini restano impuniti». Nell’affrontare le violenze finora la Chiesa si è concentrata soprattutto su quelli che riguardano i bambini, ma ha aggiunto che «anche gli adulti a rischio si meritano la stessa protezione».

I cambiamenti

Nel giugno scorso era già stato il quotidiano francese Le Parisien a evocare un «enorme scandalo», sintetizzando alcuni casi come quello d’una «religiosa stuprata da un altro religioso in un monastero», una «suora vittima dei palpeggiamenti di un prete nel confessionale» e un’altra «aggredita sessualmente da un’altra suora della sua stessa congregazione». Fatti in genere molto vecchi, quindi caduti in prescrizione. Nella «grande maggioranza dei casi, le prede tengono la bocca chiusa. E quando riescono a raccontare il loro calvario, è perché sono uscite dal clero», continuava il giornale. Ma si stima che il fenomeno sia «molto più ampio», spiegava Francois Devaux dell’associazione La Parole Liberee, puntando il dito contro quei «preti che abusano della loro posizione di autorità spirituale per approfittarne sessualmente». Oggi forse qualcosa potrebbe cominciare a cambiare, grazie anche al movimento #MeToo.

https://www.corriere.it/cronache/18_luglio_29/prete-mi-ha-aggredita-la-confessione-metoo-suore-chiesa-983a2368-930b-11e8-8c02-559dd2886235.shtml

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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

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