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CHE BISOGNO C’E’ DI INVENTARE? (per approfondire – parte prima)

Cristina Balestrini by Cristina Balestrini
17 Gennaio 2018
in Storie - Lettere di vittime e lettori
Reading Time: 8 mins read
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Quando il tema degli abusi sessuali ti tocca da vicino, hai almeno due possibilità: o ti arrendi, ti allontani, inizi a sparare sentenze, fai di un’erba un fascio, cedi al pensiero che “tutto fa schifo”, fai commenti a caso, ti indigni … oppure puoi approfondire, ricercare, condividere, ascoltare, non dare nulla per scontato, correre il rischio di scoprire una parte di realtà che fa male, batterti perché tutto quello che è capitato a te non capiti ad altri: una sfida anche per la tua Fede, perché parliamo di abusi sessuali compiuti da sacerdoti su vittime cattoliche.

Io ho scelto la seconda possibilità. E un “effetto collaterale” di questa scelta è che certe cose non si possono più tacere.

Approfondire.

Cosa vuol dire approfondire? Per me questo ha significato, e significa tuttora, cercare di comprendere quello che è successo alla mia famiglia da tutti i punti di vista:

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sicuramente l’ambito psicologico (ovvero le conseguenze dolorosissime di una sindrome post-traumatica), l’ambito morale (come si può o non si può continuare a credere in Dio),

l’ambito legale (denuncia e processo penale),

l’ambito mediatico (come la stampa affronta questo tema),

l’ambito culturale (quali autori hanno scritto qualcosa in merito),

l’ambito politico (cosa fa lo Stato per combattere la pedofilia clericale),

l’ambito ecclesiastico (come la Chiesa affronta questa piaga),

l’ambito sociale (chi è capace di stare vicino a una famiglia “ferita”, i pregiudizi),

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l’ambito umano (il contatto tra vittime, la condivisione, l’auto-aiuto),

l’ambito di “civiltà” (come condividere una battaglia civile contro questo crimine, avere una forte motivazione per creare cultura positiva su questo tema…).

Conoscere la ReteL’ABUSO è stato, ed è, per la mia famiglia un aiuto incredibile, quasi in tutti gli ambiti appena nominati sentiamo una grande vicinanza, abbiamo la possibilità di confrontarci e di sentirci capiti davvero.

Non ho la pretesa di insegnare niente a nessuno.

Il primo libro che ho letto “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” di Federico Tulli, Editore: L’Asino d’Oro, mi ha regalato una visione completa e approfondita della situazione italiana, ho appreso con dolore e sgomento la vastità e la complessità di questo tema, ha stimolato in me il desiderio di continuare ad approfondire. Sicuramente rileggerò diverse parti di questo libro e mi piacerebbe moltissimo conoscere di persona l’autore.

Negare o minimizzare il problema non serve a nessuno, non serve alla Chiesa in primis.

Ho poi cercato un libro un po’ più “cattolico”, ovvero scritto da autori impegnati nella Chiesa, autorevoli e riconosciuti.

Proprio su questo secondo libro vorrei poter condividere qui una piccola riflessione: “Abusi sessuali nella chiesa? Meglio prevenire” A cura di Luisa Bove. Autori: H. Zollner – A. Deodato – A. Manenti – G. Ugolini – G. Bernardini. Editore: Ancora.

PARTE PRIMA

Le riflessioni che vorrei condividere verranno suddivise in varie parti per non rendere troppo pesante l’eventuale lettura.

Riporterò le pagine alle quali mi riferisco di volta in volta: ora le pag 12 e 13 in cui vengono descritte le Iniziative Pontificie, tra le quali la più importante è l’istituzione della Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori operata da Papa Francesco.

Dunque, il 22 marzo 2014 Papa Francesco istituisce la Commissione per la Tutela dei minori, che si dota di uno Statuto per il proprio funzionamento.

Tra i membri di questa Commissione, presieduta dal Cardinale O’Malley,  erano presenti anche due laici, entrambi abusati da sacerdoti quando erano minori: Marie Collins e Peter Saunders. Scrivo “erano presenti”, al passato, perché tutti e due hanno lasciato la Commissione (vedi link relativi).

In tre anni, dal 2014 al 2017, la Commissione dovrebbe essersi riunita due volte all’anno e aver istituito dei gruppi di lavoro per affrontare il tema della pedofilia nella chiesa.

Quali i risultati concreti?

Nel libro che sto commentando vengono riportati due esempi concreti:

  • L’istituzione della giornata di preghiera per le vittime di abusi
  • L’istituzione del procedimento penale per i Vescovi “insabbiatori”

Fantastico! Potremmo dire … ma nella realtà è così?

Per quanto riguarda la giornata di preghiera: una ottima iniziativa, davvero importante. Niente da dire! Come cattolica so che la preghiera è un mezzo efficace, ci credo profondamente, ma…

Quando sarebbe questa giornata?

Una volta sola o si ripete ogni anno?

Come e dove è stata pubblicizzata?

Sono state informate le parrocchie a livello mondiale?

Quali iniziative sono state promosse per far conoscere questa giornata?

Chi avrebbe partecipato a questa iniziativa di preghiera?

È possibile che ancora non sia arrivata la data di questa giornata?

Le vittime sono state avvisate?

Quali preghiere sono state pensate per questa giornata?

Ogni Diocesi, per questa iniziativa, cosa ha organizzato?

In rete la notizia più recente risale al 7 febbraio 2015, ma non riporta nulla di concreto. Anzi, mi correggo, vi è un’altra notizia del 12 settembre 2016, in cui:  “In merito alla Giornata per le vittime, «abbiamo saputo – ha detto ai microfoni di Radio Vaticana padre Hans Zollner, membro della Pontificia Commissione per la protezione dei minori – che il Santo Padre, dopo la consegna della nostra proposta, avvenuta qualche mese fa ha voluto rafforzare il messaggio contro ogni abuso istituendo anche una giornata di preghiera per le vittime di abusi da parte di preti. Il Papa ha chiesto alle Conferenze episcopali di tutto il mondo di esprimersi su una possibile data.”

Dunque un elefante che partorisce un topolino: siamo ancora in attesa di avere le proposte per una data per questa benedetta giornata di preghiera … non oso pensare quanto tempo ci vorrà per stabilirne il contenuto e successivamente la divulgazione … e l’attuazione.

Posso dire che, come familiare di una vittima, mi sento un pochino presa in giro? Non commento ulteriormente questo passaggio.

Passo al secondo esempio concreto riportato nel libro in questione: l’istituzione del “procedimento penale contro quei Vescovi e Superiori generali che hanno messo a tacere o non hanno preso in considerazione un abuso”.

Leggendo solo questa frase non si può far altro che esultare.

Finalmente.

Un Papa che si rende conto che il “coperchio messo sulla pentola che bolle” non paga: prima o poi l’acqua esce e fa danni. Non si può continuare a spostare i preti pedofili di parrocchia in parrocchia permettendogli di fare altre vittime! Finalmente chi si è comportato in questo modo dovrà risponderne davanti agli uomini,  (non solo davanti a Dio, ed è garantito che questo avverrà!) dovrà risponderne anche all’interno della Chiesa!

Finalmente.

… Ma non è tutto oro ciò che luccica …

Ci sono almeno DUE considerazioni da fare su questo tema.

Quando ci si riferisce a “procedimento penale” si intende ancora in termini di Diritto Canonico, non di giustizia civile. I Tribunali Ecclesiastici non sono i Tribunali della Giustizia Italiana, per intenderci. Questo significa che anche i “reati” e le “pene” e i “risarcimenti per le vittime” non corrispondono in alcun modo ai concetti che, come gente comune, intendiamo nella gestione di un reato. Si parte proprio da due punti di vista molto diversi. Per esempio, in un processo penale ecclesiastico per un abuso sessuale, non è previsto nessun risarcimento per la vittima.

Si sanno queste cose? No.

La vittima non viene proprio considerata, e non è nemmeno “necessaria” la sua “versione dei fatti” per istituire il procedimento penale ecclesiastico. E, paradossalmente, è meglio che la vittima non esponga la sua versione dei fatti nel processo ecclesiastico, soprattutto se questo è precedente o contemporaneo al processo civile. Perché affermo questo? Perché in questo modo la vittima potrebbe addirittura compromettere il processo civile: durante il processo ecclesiastico i difensori del sacerdote avrebbero “in anteprima” (rispetto al processo civile) la versione della vittima, potrebbero valutare i suoi punti deboli e la sua personalità … già …

La seconda considerazione rispetto all’istituzione di questi Tribunali per i “vescovi insabbiatori” è molto semplice: non esistono.

Era solo un progetto.

Non è ancora stato fatto nulla per renderli attivi. Ma è facile decantarli in un libro. È facile riempire i titoli di tutti i giornali. È facile scrivere una Lettera Apostolica in forma di Motu Proprio: “Come una madre amorevole”. Facile scrivere tutto questo e non mettere in pratica nulla. Basta non dirlo. Basta lasciar credere che si sta facendo di tutto per combattere questo odioso crimine. E la gente ci crede. Tutto qui. Nemmeno la stampa laica si prende la briga di approfondire.

Mi sto sbagliando?

Ne sarei ben felice. Aspetto che qualcuno possa replicare scrivendo quali Vescovi sono stati giudicati in questo senso (nomi e cognomi) in tutto il mondo, e quali provvedimenti sono stati presi. Non è una sfida: davvero sarei felice di constatare che, almeno questa volta, la “tolleranza zero” non è fatta solo di tante e tante belle parole.

Sempre nelle pagine che sto commentando si parla di un altro tema: le “Linee Guida” per la gestione dei casi di abusi sessuali. In Italia la Cei ha istituito queste Linee Guida nel 2012.

Anche qui: interessanti e utili, ma vengono rispettate?

I sacerdoti le conoscono?

In ogni parrocchia vi è una copia di queste Linee Guida?

Oppure anche queste Linee Guida sono solo sulla carta?

Sono solo bellissimi documenti destinati a impolverarsi ed essere presenti forse solo in qualche archivio in Vaticano?

Oltre a me, qualcuno si pone queste domande?

E inoltre: si sa che non vi è nessun obbligo di denuncia? Proprio così. Benchè si venga a conoscenza di un REATO (e non stiamo parlando di qualcuno che compie un furto perché non ha i soldi per sfamare la sua famiglia: stiamo parlando di ABUSI SESSUALI SU MINORI… sorvolo qui sulle conseguenze drammatiche che un minore avrà per tutta la vita), dunque: benché un Vescovo venga a conoscenza di questo CRIMINE, NON E’ OBBLIGATO A DENUNCIARE (vedi link).

Cosa significa?

Significa che, in Italia, la Cei ha stabilito che la giustizia non è uguale per tutti: ovvero i Vescovi possono “sostituirsi” alla giustizia civile e stabilire che chi commette un reato non si sottoponga alle indagini.

Sono disponibilissima a ricredermi su tutto quello che ho scritto e lo auspico davvero, quando inizierò a vedere qualcosa di concreto.

Per ora faccio davvero fatica ad esultare per le “Iniziative pontificie” descritte in quel libro.

Mamma di una vittima (lettera firmata)

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Cristina Balestrini

Coordinatore infermieristico presso il Dipartimento di Salute Mentale di un’Azienda Ospedaliera milanese. Svolge un ruolo di coordinamento del personale con particolare attenzione all’attività formativa sul campo, puntando sulla progettazione di programmi riabilitavi per i pazienti in collaborazione con il personale.

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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

No thanks, I’m not interested.