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il Portale della Rete L'ABUSO - Home » carabinieri » Molestò studentessa sul bus, prete condannato

Molestò studentessa sul bus, prete condannato

Redazione WebNews by Redazione WebNews
13 Ottobre 2017
in Calabria
Reading Time: 3 mins read
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La cassazione ha inflitto definitivamente un anno e due mesi di reclusione a don Giuseppe Esposito che a Rende perse la testa. Subito dopo aver tentato l’approccio fuggì ma venne incastrato dalla descrizione della ragazza
di Giovanni Pastore

È una piaga che ha sempre tormentato la chiesa. Una ferita sul costato che si riapre puntualmente dopo ogni denuncia. È lo scandalo più grave che da secoli imbarazza il mondo cattolico e che oggi preoccupa Papa Francesco attivamente impegnato a ripulire parrocchie e sacrestie dagli orrori nascosti del passato. La storia dei preti condannati per atti sessuali, violenze, abusi provoca dolore solo a immaginarla. La cronaca, però, è piena di casi che vengono quotidianamente ricostruiti in aule di Tribunali, condensati in carte e fascicoli processuali. I presbiteri “infedeli” scivolano nel peccato e non hanno più la forza di risollevarsi.

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Trame inspiegabili come quella rischiarata dal processo che si è chiuso proprio ieri con una sentenza denitiva pronunciata nei confronti di un sacerdote della diocesi di Rossano, don Giuseppe Esposito, cinquantaquattro anni, macchiati da quell’unico episodio. Un solo fatto per il quale la Cassazione lo ha condannato a un anno e due mesi, confermando la sentenza pronunciata qualche anno fa dal Tribunale di Cosenza e ribadita successivamente dalla Corte d’appello di Catanzaro.

Una storia oscura che cominciò su un autobus universitario che stava spostandosi lungo la linea Arcavacata-Rende. Era pomeriggio, il pomeriggio dell’undici marzo del 2009. Su quel mezzo viaggiava anche una ragazza di poco maggiorenne, studentessa fuori sede, diretta a casa di un’amica, a Commenda per approfondire una lezione. Don Giuseppe era lì, sembrava assorto nei suoi pensieri, concentrato nella preghiera. Poi, però, qualcosa sarebbe accaduto nella sua testa. Si sarebbe alzato e lentamente avrebbe avvicinato la studentessa no a sorarla.

Il prete avrebbe tentato di compiere atti di libidine sulla bella universitaria divenuta improvvisamente la fonte di una irresistibile attrazione fatale per il prete. L’avvocato Pasquale Naccarato, che si è sempre battuto nella difesa in dibattimento del sacerdote, era riuscito ad ottenere la derubricazione del reato inizialmente contestato di tentata violenza.

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La fede di don Giuseppe vacillò improvvisamente quel giorno, quando, spinto da pulsioni incontrollabili, avrebbe allungato le mani sulla studentessa, accarezzandola ripetutamente, stringendola contro un finestrino del bus fino a provocarle alcune abrasioni al volto. La ragazza si sarebbe liberata alla fermata del mezzo di trasporto quando «le porte si aprirono, mi girai e vidi la cerniera dei pantaloni abbassata e la cintura allentata». Subito dopo il maniaco sparì, allontanandosi in fretta, temendo d’essere riconosciuto. La poveretta, ancora sotto choc, corse dai carabinieri per denunciare l’aggressione.

Ma don Giuseppe venne individuato dopo qualche settimana anche grazie alle precise indicazioni della ragazza che forse aveva capito che quel maniaco non era una persona qualunque ma portava le “insegne” dei ministri di Dio. Un particolare che spianò la strada all’inchiesta del pm Salvatore Di Maio. Nelle settimane successive, i carabinieri ricevettero anche una lettera anonima che faceva riferimento proprio al caso della ragazza molestata sul bus universitario. Poche righe dattiloscritte per chiedere perdono per quella “debolezza” e
afdare «l’anima a Dio».

E, ancora, l’autore dello scritto confessò di soffrire di una «grave forma di depressione che mi impedisce di svolgere le funzioni sacerdotali e quelle di docente». Don Giuseppe però non ha mai ammesso d’aver scritto quella lettera. Ieri, la condanna definitiva.

http://www.gazzettadelsud.it/news/cosenza/262677/molesto-studentessa-sul-bus-prete-condannato.html?refresh_ce

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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

No thanks, I’m not interested.