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il Portale della Rete L'ABUSO - Home » abusi sessuali » Vaticano, perché la riforma del Codice Penale offende il senso di pietas (parte 3)

Vaticano, perché la riforma del Codice Penale offende il senso di pietas (parte 3)

Redazione WebNews by Redazione WebNews
11 Ottobre 2017
in Cronaca e News
Reading Time: 5 mins read
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Stando alla riforma del Codice Penale vaticano, l’instaurazione ufficiale della Commissione per la protezione dei fanciulli, voluta da Bergoglio nel 2014, rappresenta un vero e proprio insulto all’intelligenza e alla dignità non solo delle vittime, ma della comunità in senso ampio. Le Nazioni Unite, il 5 febbraio 2014, hanno insistito affinché il Vaticano rimuovesseimmediatamente tutti quei sacerdoti riconosciuti colpevoli o semplicemente sospettati di abusi su minori e che li denunciasse alle autorità civili. L’unica reazione è stata l’ennesima predica melensa propinata dal papa l’11 aprile 2014, durante l’udienza all’Ufficio Internazionale Cattolico dell’Infanzia. Confermando lo strenuo impegno nella lotta alla pedofilia, chiede perdono per gli abusi commessi sui minori da parte dei sacerdoti: «mi sento chiamato a farmi carico di tutto il male che alcuni sacerdoti – abbastanza in numero, ma non in proporzione alla totalità – a farmene carico e a chiedere perdono per il danno che hanno compiuto, per gli abusi sessuali sui bambini. La Chiesa è cosciente di questo danno». La strategia retorica principale è sempre l’insistenza sul numero dei sacerdoti colpevoli: sminuendolo e riducendolo (tra l’altro possiamo parlare soltanto di numeri ufficiali, della parte ufficiosa non ci è dato sapere) si tenta di marginalizzare la gravitàdel fenomeno. L’approccio di papa Francesco al problema del riconoscimento dei reati di pedofilia interni alla Chiesa è a dir poco altalenante. È sintomo di un sostanziale pressapochismo omertoso, decisamente disdicevole per il primo ministro e difensore della casa di Dio. Sembra che la nota strategia giolittiana del pendolarismo sia la musa ispiratrice dell’attuale pontefice. Con l’intervento dello scorso 6 ottobre, nella sala Clementina, il papa si è rivolto a coloro che hanno partecipato al convegno “Child Dignity in the Digital World”, ossia il primo congresso globale sulla pedofilia e sulle violenze perpetrate online. Dopo aver auspicato una collaborazione fra politica, fedi religiose, multinazionali e forze di polizia nella lotta al fenomeno e l’inasprimento delle condanne, Bergoglio ha pubblicamente ammesso il coinvolgimento di una parte del clero cattolico in questi determinati crimini. Qualche anno prima di diventare pontefice, però, l’atteggiamento nei confronti degli ordinati colpevoli era diverso. Egli ammetteva semplicemente l’inconfutabilità del minimo indispensabile, rimanendo nella vaghezza del tema: «se c’è un prete pedofilo è perché porta in sé la perversione prima di essere ordinato. E sopprimere il celibato non curerebbe tale perversione. O la si ha o non la si ha». Evidentemente espressioni e coloriture verbali molto più spente e tenui rispetto al netto rifiuto della grazia annunciato qualche settimana fa.

Riforma del Codice Penale vaticano

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Il susseguirsi di contraddizioni e ‘nulla di fatto’ fra il professare misericordia e giustizia e l’agire concretamente nel modo contrario emerge chiaramente dalla riforma del Codice Penale vaticano. L’11 luglio 2013, poco dopo l’elezione, il pontefice vara, con un motu proprio entrato in vigore il 1 settembre 2013, una serie di provvedimenti che riformano, in parte, il Codice Penale vaticano (praticamente fermo al Codice Zanardelli, ovvero il codice penale in vigore nel Regno d’Italia dal 1890 al 1930). Le modifiche riguardano l’abolizione dell’ergastolo, che vienesostituito da pene lunghe, da 30 a 35 anni di reclusione e l’introduzione del reato di tortura (presente nel codice penale civile italiano dai primi di luglio 2017, anche se il testo della legge è considerato inapplicabile ed inadeguato sia da Amnesty International Italia che da Antigone Onlus). La riforma introduce anche i reati contro i minori, ovvero la vendita, la prostituzione, l’arruolamento e la violenza sessuale, la pedopornografia e la detenzione di materiale pedopornografico; i delitti contro l’umanità(genocidio e apartheid) ed infine l’inasprimento delle condanne per corruzione. Tali modifichesono valide sia nello Stato della Città del Vaticano, sia nell’ambito più ampio della Santa Sede, così da rendere perseguibili – da parte degli organi giudiziari vaticani, e solo da essi – anche i reati commessi al di fuori dello Stato. Peccato che nella riforma manchi il provvedimento più urgente e necessario, ovvero quello dell’obbligo delle autorità giudiziarie vaticane a rendere noti i reati alla magistratura civile. Questo parallelismo comporta, come dimostrato nei precedenti articoli, una sostanziale impunità verso crimini gravissimi, quali i reati di pedofilia. Sbalorditivo è anche il ricevimento in udienza, del 5 aprile 2013, dell’arcivescovo Gerhard Ludwig Müller, prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, ma anche vescovo di Ratisbona nel 2010, periodo nel quale ignorò le denunce di abusi fisici e sessuali avvenuti nel coro dei “Passeri del Duomo” (l’intera vicenda è riportata nell’articolo precedente). Con questo incontro Bergoglio voleva sincerarsi circa l’attuazione dei provvedimenti presi dal papa emerito Benedetto XVI,riguardanti punizioni certe per i colpevoli di abusi sessuali e la protezione dei minori. Ma lo stesso Benedetto XVI ha ampiamente sorvolato sulle responsabilità del fratello maggiore coinvolto nellestesse vicende del coro. Continuiamo ad assistere a raccomandazioni di facciata: la gran parte degli ecclesiastici coinvolti continuano a mantenere le loro prestigiose cariche. E quando non è così, come nel caso del cardinale scozzese Keith O’Brien, arcivescovo emerito di Saint Andrews ed Edimburgo, la pena prevista è il solo allontanamento, il ritiro ad una vita di preghiera e un percorso di penitenza. O’Brien, nel febbraio 2015, si era dimesso dopo che alcuni quotidiani britannici avevano pubblicato denunce di comportamenti sessuali inappropriati a suo carico, da parte di tre sacerdoti. A marzo papa Francesco accetta la sua rinuncia ai diritti e alle prerogative del cardinalato. La perdita effettiva di tali diritti consiste nell’impossibilità a partecipare al conclave, ai concistori e alle riunioni riservate al Sacro Collegio. È sufficiente? Direi proprio di no, visto che le accuse a suo carico erano già note al “papa tolleranza zero”, Benedetto XVI, nel 2013, quando lo stesso O’Brien in una nota ha comunicato la sua volontà di non partecipare al conclave per non attirare su di sé l’attenzione dei media, in seguito alla pubblicazione delle denunce a suo carico. E sempre nel marzo 2013 aveva ammesso pubblicamente le sue colpe, eppure bisognerà aspettare due anni per vedere riconosciuta la sua rinuncia ai diritti del cardinalato e per predisporre il suo allontanamento dalla Scozia, pur preservando il titolo onorifico cardinalizio. È evidente che la riforma del Codice Penale vaticano sia inappropriata ed inconcludente relativamente agli scandali che di volta in volta emergono dalle pieghe delle tonache sacerdotali e cardinalizie. È colpevole tanto quanto il pedofilo chiunque sia a conoscenza di queste realtà, ma le nasconde o le insabbia, così come chi parla di amore e misericordia, ma l’unica pietas – intesa come attributo di Dio – che sa provare è rivolta alla perversione dell’amico.Riforme penali che non introducono l’obbligo di denuncia alle autorità civili non rispettano alcunprincipio di pietas nei confronti di tutti quei bambini e quelle bambine che dovranno imparare a vivere, sopravvivendo al peggio, costretti a cercare la pace dopo aver vissuto l’inferno, perché«l’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme». (Italo Calvino)

http://www.2duerighe.com/attualita/93909-vaticano-perche-la-riforma-del-codice-penale-offende-senso-pietas-parte-3.html

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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

No thanks, I’m not interested.

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