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Rete L'ABUSO - Associazione sopravvissuti agli abusi sessuali del clero
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il Portale della Rete L'ABUSO - Home » Campobasso » Caso Giada Vitale. Ma non si sono chiesti quale messaggio hanno trasmesso, al di là dell’applicazione dei codici?

Caso Giada Vitale. Ma non si sono chiesti quale messaggio hanno trasmesso, al di là dell’applicazione dei codici?

Redazione WebNews by Redazione WebNews
31 Ottobre 2016
in Il punto della Rete L'ABUSO
Reading Time: 5 mins read
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Non sarò breve.
Non posso riassumere di più, perché il tema è delicato.
Una ragazzina di 13 anni, Giada, che già ha perso il padre, e perde anche la nonna paterna, la sua figura di riferimento, si avvicina alla chiesa.
Cerca conforto. E’ credente, si sente smarrita. E il sacerdote, che ha 55 anni, la inserisce nel coro. E nelle sue fantasie sessuali.
Fantasie che non restano tali, e si concretizzano, purtroppo, in una storia di abusi, che va avanti da quando lei ha 13 anni, fino a quando ne compie 16.
La ragazzina cresce, e solo dopo anni, trova la forza di fare denuncia.
Non è affatto facile. Ci vuole coraggio. Vive in un piccolo paese. E la reazione della gente, è di istintiva difesa del parroco.
Lui, si sa, pover’uomo…. Lei, si sa, l’avrà provocato…
Insomma. A lei, toccano i commenti, le critiche, di chi avrebbe preferito il silenzio. “Eh, non sta bene… E poi, suvvia, se la sarà cercata? E allora, perché il prete non l’ha fatto anche con le altre?”.
Il copione, lo conosciamo benissimo tutti. Pregiudizi da manuale.
Tale è la reazione del paesino, che perfino il vescovo – che allontana subito il prete – è imbarazzato per quella sorta di gogna popolare, invita la gente a tacere, e – nel caso senta la necessità di parlare – a pregare.
Com’è che cantava Fabrizio De André?
“Si sa che la gente da buoni consigli, se non può più dare cattivo esempio…”. Ecco. Appunto.
Ciò che sconvolge, però, nella vicenda, non è tanto il contesto del paese: contesto purtroppo comune a tutte le vittime di violenza, in Italia, in specie se le accuse vanno a toccare un personaggio che sia in qualche modo “protetto” dal suo ruolo.
In questo caso, siamo in provincia di Campobasso.
Sconvolge il fatto che una volta a processo, la legge abbia diviso il processo in due parti: l’abuso compiuto sulla ragazzina a 13 anni, e quello successivo. E che – dopo questo sdoppiamento della vicenda – abbia stabilito che il prete non dovrà rispondere degli abusi commessi quando la vittima aveva fra 14 e 16 anni: ma solo di quelli relativi a quando ne aveva 13.
Sia la pubblica accusa, sia il giudice per le indagini preliminari, hanno applicato evidentemente la legge alla lettera: sostenendo di fatto che la ragazzina sia stata abusata solo all’inizio, ma dopo… no.
Insomma… Se il prete (o chiunque altro, sia chiaro) ti violenta a 13 anni, allora non sta bene. No, non si fa. E’ vietato.
Però se continua, quando ne hai 14, allora è colpa tua. Eh, scusa… Sei diventata grande…
Ora, è vero che la legge individua la soglia dei 14 anni, peraltro in modo del tutto arbitrario e opinabile, perché i 14 anni non sono uguali per tutti.
Ma come si può distinguere l’abuso prima e dopo i 14 anni, in questo caso specifico? La ragazzina era la stessa.
Quell’uomo aveva 55 anni! E lei era fragile, succube, impotente, paralizzata. Era sola. Sapeva di non poter parlare. Sapeva che sarebbe stata giudicata. Ma quale consapevolezza poteva avere, all’indomani del compimento dei suoi 14 anni?
L’archiviazione mi indigna.
Crea in me un senso di profonda sfiducia.
Ci tengo, a scriverlo: ad esprimere vicinanza a Giada, attraverso Francesco Zanardi, alla Rete L’Abuso.
Trovo orribile la figura di questo sacerdote, Don Marino Genova.
Non lo conosco, non so niente di lui, e non c’entra niente, con la libertà di credo e con il fatto che esistano ottimi sacerdoti.
So soltanto che è per me inaccettabile, che un uomo più che maturo, che peraltro indossa la tonaca, e che dovrebbe rivestire il ruolo di educatore, si comporti così.
Sono contenta, del fatto che Giada lo abbia denunciato.
Trovo giustissimo che venga giudicato – per lo meno – per il reato commesso quando la ragazzina aveva 13 anni: sempre che non intervenga una di quelle miracolose prescrizioni, che cancellano in un colpo fatti ignominiosi.
E però: non approvo la decisione del tribunale.
Non la condivido.
Il procuratore Luca Venturi, e il giudice Daniele Colucci, del tribunale di Larino, avranno senz’altro fatto quello che la legge prevede. Ma non si sono chiesti quale messaggio hanno trasmesso, al di là dell’applicazione dei codici?
Di fatto, archiviando le accuse per le violenze commesse dal prete quando la sua vittima aveva fra i 14 e i 16 anni, hanno lasciato intendere che violare una ragazzina (o un ragazzino) di 14 anni si può. E – fatto tremendo – hanno affermato che la vittima, Giada, all’improvviso avrebbe potuto dire di no.
Come a dire che una ragazzina, che già da un anno è violentata da un uomo, appena spegne le 14 candeline sulla torta, si trasforma improvvisamente. Capisce la gravità della situazione, e dice: «Eh, no, padre caro: eh, fino a ieri avevo 13 anni, e non capivo, ma ora non mi deve violare più, perché sono consapevole…».
Ora, la legge sarà di questo avviso: ma è pura teoria.
Ma la vita reale, la vogliamo prendere in considerazione?
Chi è abusato, ha paura. Vive in uno stato di soggezione. Addirittura, prova un senso di colpa, e di vergogna. Può perfino convincersi che la violenza sia una qualche forma di “considerazione”, di “affetto”.
Ma stiamo scherzando? E sono ferite che restano per sempre.
Per quello che conta, io sto con Giada. Non serve a niente, ma sto con Giada, come persona, e come donna.
Sono io, che non capisco che la sentenza non poteva che essere questa? Sono io che sbaglio?
Provo sgomento, per quei passaggi dell’ordinanza del tribunale, in cui si scrive che il prete “non è uno psicologo”, e non poteva “riconoscere uno stato di deficienza psichica” della vittima.
Ma di cosa stiamo parlando?
A parte i termini, che saranno anche scientifici, ma suonano davvero male, parliamo di un uomo avviato alla sessantina, un uomo che dovrebbe peraltro incarnare il messaggio cristiano del Vangelo, e invece abusa una ragazzina di 14.
Ma come si fa a scrivere che un uomo di quell’età non è in grado di capire che sta sbagliando? Come poteva pensare che lei volesse essere abusata, che fosse d’accordo?
E poi, cosa dobbiamo fare, allora, in tutti gli altri casi di violenze sui minori? Cosa significa questa ordinanza del Gip?
Significa che se un violentatore non è uno psicologo, può abusare di qualsiasi ragazzino di 14 anni, perché non riesce a capire se il ragazzino è “psichicamente maturo”, e quindi lo viola, pensando che lui sia contento?
No. Mi dispiace. Capisco che l’ordinanza sarà tecnicamente e giuridicamente perfetta, ma personalmente mi fa star male.
E che diamine!
Sto con Giada. Non serve a niente. Lo so.
Però penso che sarebbe bello, se ci fosse una protesta generale, un’onda di indignazione, che potesse arrivare fino a Roma, a chi fa queste leggi, e non pensa che poi, una volta applicate, possano risultare tutto tranne che giuste.
E – fatto ancora più grave – possano in qualche modo provocare gli effetti opposti a quelli desiderati.
Siamo sinceri. Le sentenze fanno giurisprudenza. Questa è un’ordinanza, ma comunque è un atto ufficiale.
Se un qualunque pervertito (sto trattenendo i termini, usando un eufemismo, ma vorrei dire di peggio) in età avanzata, prete o non prete, poco cambia, leggendo questo inquietante precedente, volesse molestare una ragazzina o un ragazzino di 14 anni, potrebbe poi avvalersi delle parole scritte per questo caso specifico di Giada, per alleggerire la sua posizione?
E una vittima di 14 anni, leggendo quello che sta succedendo a Giada, si sentirà incoraggiata a denunciare il suo violentatore?
O, al contrario, (ed è proprio questo che io temo) penserà che sia meglio tacere, perché potrebbe sentirsi dire che in fondo le piaceva, farsi rubare l’adolescenza da un vecchio laido?

Di Sondra Coggio

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