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il Portale della Rete L'ABUSO - Home » abusi sessuali » Abusi sessuali, in tribunale le vittime non trovano né giustizia né solidarietà

Abusi sessuali, in tribunale le vittime non trovano né giustizia né solidarietà

Redazione WebNews by Redazione WebNews
18 Febbraio 2016
in Cronaca e News
Reading Time: 5 mins read
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Signora non sarà mica di primo pelo lei? Queste sono le parole che un  giudice ha rivolto a una donna, vittima di stupro, colta da un attacco di panico mentre testimoniava.  Eppoi ci sono quei magistrati che giudicano “seduttivi” i comportamenti di bambine, anche di 4 anni, vittime di stupro.

Nel luogo che  dovrebbe  restituire  dignità alle vittime di violenza spesso si consuma il tradimento della fiducia nella giustizia. Vergognose sentenze  girano le spalle alla ragione e alla  legge, lasciando impunito chi si macchia di stupri, perchè sono fondate su  stereotipi e pregiudizi  che appannano la libertà di giudizio di magistrati  non adeguatamente formati e, loro malgrado, portatori sani di sessismo.

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Il 15 febbraio scorso  a Firenze, durante il convegno La legge contro la violenza sessuale vent’anni dopo organizzato da D.i.Re donne in rete contro la violenza, in collaborazione con Artemisia e il Cismai, si è fatto il punto della situazione attuale nei tribunali italiani e non c’è da essere molto ottimisti. Avvocate, magistrate, psicologhe, ginecologhe, operatrici dei Centri Antiviolenza, docenti universitarie, assistenti sociali si sono incontrate per riflettere sul rispetto dei diritti delle donne, delle bambine e dei bambini all’interno dei percorsi giudiziari e per domandarsi  perché si è tornati indietro.

Nel 1979 la Rai trasmise Processo per stupro, documentario seguito da 9 milioni di spettatori che assistettero alla  colpevolizzazione della vittima (difesa dall’avvocata Tina Lagostena Bassi). Oggi quel filmato è conservato al MoMA di New York  ed appartiene ad un passato che, in un eterno ritorno, abita  ancora i tribunali e le sentenze. Trascorsero quasi vent’anni dalla trasmissione di quel filmato perché nel 1996, finalmente, la legge fortemente voluta dal movimento delle donne (la n. 66), sancisse che lo stupro non  fosse più un reato contro la morale ma un reato contro la persona. Ci si illuse che finalmente si potesse porre fine al processo alle vittime. Non è andata così.

L’apertura del convegno è stata dedicata ai bambini e alle bambine con la presentazione di alcuni dati: su 100mila bambini seguiti dai servizi sociali con problemi di maltrattamento, il 4% ha subito abusi sessuali. Il fatto che l’analogo dato internazionale si aggiri intorno al 7%  fa pensare che il fenomeno sia ancora in gran parte sommerso. Per i minori la legge 66 rappresentò una riforma importantissima nelle aule di tribunale, perché, al diritto di tutela nell’ascolto della testimonianza, si aggiunse il diritto all’accompagnamento psicologico. A questa legge seguì la Convenzione di Lanzarote, un altro strumento di difesa dei minorenni dall’abuso e dallo sfruttamento sessuale. Eppure, ancora oggi, il trauma del bambino e il suo essere testimone della violenza viene messo continuamente in discussione e Gloria Soavi, presidente del Cismai, ha detto che, a volte, viene considerata un’attenuante la presenza della bambina in rete con profili che sono giudicati seduttivi dagli inquirenti e dai giudici.

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Se ci sono pregiudizi sulla violenza sui minori con le donne non va meglio. Le vittime finiscono per essere colpevolizzate perché indagate con lo sguardo della cultura moralista e misogina del sospetto “perché lei ci stava”, “perché lei era uscita la sera”, “perché lei era ubriaca”, “perché era disinibita”.  La situazione è  problematica anche per il maltrattamento familiare. Fabio Roia, magistrato, ha  affermato che ancora oggi nei tribunali  non si conoscono le dinamiche e le caratteristiche della violenza domestica ed è emerso un dato inquietante da  una ricerca condotta dalla Seconda Università degli Studi di Napoli:  il 70% delle donne uccise da uomini, aveva sporto denuncia.  E allora cosa non funziona nel sistema?

La giudice Paola Di Nicola ha detto che le donne non sono credute e sono vittime di pregiudizi di genere mentre Fabio Roia ha stigmatizzato la cultura sessista che ancora impera tra i magistrati: “La forza dello stereotipo è una profezia che si autoavvera. La narrazione fondata sul pregiudizio è quella ritenuta più attendibile perché ilpregiudizio è diffuso. In molti casi la vittima è anche unico testimone di quanto avvenuto e dunque è molto importante il modo in cui viene raccolta questa testimonianza, e anche che la sua testimonianza sia tienuta affidabile. Invece spesso viene richiesto che la vittima si discolpi da attteggiamenti considerati troppo disinvolti, o da una vita libera, prima di essere creduta. Questo è un paradosso perché mentre la vittima testimonia sotto giuramento, l’imputato non giura e ha diritto di costruirsi una strategia difensiva volta a screditare la vittima”.

L’approccio alla testimonianza  della parte lesa continua ad essere la ripetizione di un racconto dettagliatissimo fin nei minimi particolari delle violenze subite, esponendo le vittime ad una sorta di prova ordalica (può accadere anche a bambine o bambini) e a ciò si aggiunge l’esperienza terribile di sentire stravolgere nel processo la narrazione di ciò che in prima persona si è vissuto. Eppure ci sono gli strumenti per modificare il modo di condurre le indagini e di valutare la testimonianza delle vittime. Le ricerche scientifiche, per esempio, hanno da tempo scoperto che il trauma impedisce la capacità di memorizzare in maniera lineare gli eventi, e quei “punti oscuri” che vengono usati contro la credibilità delle donne dovrebbero essere letti, invece, come un indizio che il trauma c’è stato.

Spesso la libertà di giudizio dei magistrati è anche limitata da illazioni o cattive interpretazioni di fatti scollegati dal reato o da aspettative irrealistiche sui comportamenti che dovrebbe avere una vittima dopo la violenza: come il caso della donna che non venne creduta perché il giorno seguente lo stupro aveva avuto un rapporto sessuale col proprio compagno. La lancetta del tempo ci ha riportato indietro anche nella società. Molte donne non sanno riconoscere la violenza anche se avvertono disagio e sofferenza e molti uomini, soprattutto giovani, non sanno nemmeno che ciò che hanno commesso sia un reato e sono stupiti di dover affrontare un processo. Se i comportamenti sessuali delle donne sono cambiati  rispetto a trent’anni fa, non è cambiato il modo di guardare alla sessualità femminile e ai corpi delle donne percepite non come soggetti desideranti che hanno diritto di scegliere come vivere la loro sessualità ma come oggetti che si rendono disponibili e che quindi devono accettare lo stupro come conseguenza dei loro comportamenti.

Quando le porte del tribunale si chiudono davanti alla richiesta di giustizia delle donne restano fuori le loro parole: “Non mi riconosco più, non sarò più la stessa persona che ero, non mi fido nemmeno di chi amo, a volte ho paura anche di loro. In certi momenti non riesco a sentirmi, a provare un sentimento, mi sento sola come in un deserto piatto senza fine. Mi è stato tolto qualcosa che non potrò più riavere, chi me l’ha tolto nega di averlo fatto, o forse nemmeno lo sa. Ho paura che nessuno mi creda, mi sento sporca indegna nessuno potrà più amarmi, a volte io stessa non riesco a credere a quanto è successo, penso di impazzire”.

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Chi  subisce violenza, ha spiegato Teresa Bruno, psicologa dell’associazione Artemisia, “si percepisce privo di senso e di valore e, spesso, se ne assume la colpa. E’ un attacco maligno al senso d’identità e ai legami che permettono un pensiero coerente su se stessi e il mondo. L’impunità dei persecutori è garantita dalla vergogna e dal silenzio delle vittime e dal volgere lo sguardo altrove dei testimoni. Studi e ricerche individuano il sostegno socialecome primo fattore di guarigione dal trauma, sia esso collettivo o individuale”.

La comprensione e la solidarietà degli esterni, l’ascolto non giudicante, la capacità di non voltarsi dall’altra parte relegando nella solitudine, nel silenzio e nell’impotenza le vittime e i testimoni coinvolti, sono le prime medicine.

Questo è ciò che dovrebbero trovare le vittime di violenza nei tribunali.

http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/02/18/abusi-sessuali-in-tribunale-le-vittime-non-trovano-ne-giustizia-ne-solidarieta/2474827/

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