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il Portale della Rete L'ABUSO - Home » America Latina » Piano Condor e desaparecidos, a 15.000 km dalla verità: dal Sud America a Roma

Piano Condor e desaparecidos, a 15.000 km dalla verità: dal Sud America a Roma

Redazione WebNews by Redazione WebNews
27 Gennaio 2016
in Libri
Reading Time: 6 mins read
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Il nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L’Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (L’Asino d’oro, 2015), ci porta dentro un labirinto oscuro che ha come filo conduttore la ricerca ininterrotta della verità e la speranza di giustizia per le vittime delle dittature latinoamericane. Dal Cono Sur alla Penisola.

di Gabriela Pereyra

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«Caro Eduardo, ti manifesto la mia sincera allegria per come tutto si è sviluppato secondo i piani prestabiliti. La precedente amministrazione aveva dimostrato eccessiva fragilità e aveva condotto il Paese a un limite estremo. Un governo forte e fermo sulle sue posizioni e nei suoi propositi può dare alla nazione ciò che necessità per tornare rapidamente al livello dei Paesi più prestigiosi. Un governo che sappia soffocare l’insurrezione dei dilaganti movimenti di ispirazione marxista». Il 28 marzo 1976, quattro giorni dopo il golpe argentino, Licio Gelli espresse con queste parole le congratulazioni all’ammiraglio Massera, insediatosi al vertice della Giunta civico-militare insieme ai generali Videla e Agosti. L’“uomo dei misteri e delle trame”, così definito dalla stampa italiana in occasione della sua morte avvenuta pochi giorni fa da uomo libero nella sua villa di Arezzo, quasi fosse un personaggio immaginario protagonista di un romanzucolo o di qualche spy-story di serie B, in realtà all’epoca del golpe faceva poco mistero del suo interesse riguardo la presa del potere da parte di un manipolo di nazifascisti sudamericani con il pieno appoggio dei poteri forti economici ed ecclesiastici.

Gelli, pochi ricordano, assisterà al genocidio argentino che si consumò in particolare nei primi due dei sette anni di dittatura (1976-1983) comodamente seduto davanti alla sua grande scrivania in una stanza dell’ambasciata argentina a Roma dove svolgeva la mansione di consulente economico. Tanto è stato scritto in questi giorni sul “Venerabile”, deus ex machina della associazione segreta P2, ma nessuno si è soffermato sulla sua vicinanza alle vicende argentine.

Basti ricordare che Massera, quasi prendendo alla lettera l’incoraggiamento di Gelli, fu il responsabile dell’Esma, uno dei famigerati lager di Buenos Aires da cui sono scomparse almeno 5mila persone. L’amico di Gelli è stato dunque uno dei principali responsabili di una storia di crimini contro l’umanità e violenze di ogni genere perpetrati nei confronti di chiunque avesse osato contrapporsi o non aderire a Piano di riorganizzazione nazionale ordito dalla Giunta che prevedeva la realizzazione di un modello socio economico neoliberista fondato su «valori occidentali e cultura cristiana». Una storia che per tanti motivi riguarda direttamente anche l’Italia. Solo per fare qualche esempio, sono almeno mille i desaparecidos di origine italiana, compresi i neonati che furono rubati alle loro mamme “sovversive” sequestrate, tenute in vita fino al parto e fatte scomparire nell’Atlantico con i cosiddetti voli della morte. E sono di origine italiana migliaia di aguzzini, presenti in tutti i livelli dell’organigramma dittatoriale dal vertice della Giunta in giù.
Uno dei grandi meriti di “Figli rubati. L’Italia, la Chiesa e i desaparecidos”, il nuovo libro-inchiesta del giornalista Federico Tulli, è quello di riportare in luce questi aspetti. Chiarendo subito, in maniera netta, che la vicenda dei desaparecidos e dei loro criminali giustizieri non appartiene a un passato relativamente lontano. È anzi di stretta, strettissima attualità.

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L’agile volumetto (150 pagine, 12 euro) si divide in tre parti. La prima è dedicata alla ricerca in Italia dei “figli rubati” ai desaparecidos. Il legame tra la tragedia del furto di neonati e il nostro Paese è molto più diretto e immediato di quel che si tende a pensare. Tra i primi lo evidenziò alla sua maniera il presidente della RepubblicaSandro Pertini nel messaggio di fine anno nel 1982. Pertini denunciò il furto di figli di desaparecidos anche da parte di famiglie italiane partite appositamente dal nostro Paese per appropriarsene. Una rivelazione choc rimasta incredibilmente inascoltata fino a oggi. Tuttavia c’è chi non si è mai arreso all’indifferenza di chi doveva indagare, e continua a cercare queste persone che ormai hanno circa 40 anni. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, almeno 70 “figli rubati” potrebbero vivere in Italia senza conoscere la propria storia. Per trovarli, le Abuelas agiscono in coordinamento con l’ambasciata argentina a Roma e il consolato a Milano che (con garanzia totale di tutela della privacy) mettono a disposizione di chiunque abbia il sospetto di essere un “nipote”, un kit per il prelievo di materiale genetico da confrontare con il Dna di familiari di desaparecidos conservato in una apposita “banca” a Buenos Aires. In totale si stima che i neonati strappati alle braccia delle madri biologiche in Argentina tra il 1976 e il 1983 siano stati almeno 500. Fino a oggi le Abuelas ne hanno ritrovati 119. Mai nessuno è ancora stato recuperato in Italia. Come ricostruisce Tulli nel libro tramite alcune interviste uno dei motivi per cui non si riesce a trovarli è legato proprio alla possibilità di cancellare le tracce garantita alle famiglie “di adozione” entrate nel nostro Paese, durante la dittatura o dopo la caduta, dalla rete di protezione realizzata da personaggi vicini alla P2 di Gelli.

Nella seconda parte, anche questa di estrema attualità, l’indagine dell’autore si sofferma su un processo in corso di svolgimento a Roma per i crimini di lesa umanità subiti da 42 persone (tra cui 22 di origine italiana) sequestrate, torturate, uccise e scomparse nell’ambito del Piano Condor.
Questo accordo inizialmente segreto e poi siglato “ufficialmente” a Santiago del Cile 40 anni fa, il 25 novembre 1975, tra le polizie di sette Paesi del Sud America – Argentina, Bolivia, Brasile, Cile, Paraguay, Perù e Uruguay – è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per eliminare chiunque fosse impegnato nella difesa dei diritti umani, della democrazia e di un sistema economico alternativo a quello di matrice neoliberista che gli Stati Uniti volevano esportare in America latina. Scomparve così in pochi anni una intera generazione. Centinaia di migliaia di persone furono perseguitate ovunque nel Cono Sur. Inseguite fino alla cattura dalle squadracce del terrore anche al di fuori dei loro confini nazionali, con la collaborazione delle altre polizie aderenti al Piano.

Alla sbarra della III Corte d’assise presieduta dal giudice Evelina Canale nella famosa aula bunker del carcere di Rebibbia, vi sono 32 imputati. Generali, colonnelli, commissari, agenti di polizia e dei servizi segreti boliviani, cileni, uruguaiani e peruviani. O meglio, vi dovrebbero essere. Sono tutti contumaci tranne uno: l’italo-uruguayano Jorge Néstor Fernández Troccoli che a sorpresa si è presentato in tribunale il giorno di apertura del processo. L’ex spia della marina uruguayana è  accusata del sequestro e dell’omicidio di 20 persone, ma come se niente fosse si è seduto pochi posti più in là rispetto ai familiari delle vittime.
Al rito si è arrivati dopo 16 anni dalla prima denuncia a conclusione dell’inchiesta iniziata nel 1999 e guidata dal procuratore aggiunto di Roma Giancarlo Capaldo, con il rinvio a giudizio per gli indagati che inizialmente erano 143. Sono tutti accusati solo di sequestro e omicidio, poiché in Italia la tortura non è reato e l’Italia non aderisce alla convezione Onu contro la sparizione forzata delle persone. Tra di loro, per la prima volta in Europa, figurano capi di Stato, responsabili delle giunte militari e capi supremi delle dittature latinoamericane degli anni Settanta, cioè l’intero apparato che gestì i cosiddetti anni del terrore. C’è Francisco Morales Bermúdez, presidente del Perú dal 1975 al 1980, c’è Pedro Richter Prada, suo primo ministro, o Juan Carlos Blanco, ministro degli Esteri nella dittatura militare in Uruguay. Non ci sono più, invece, perché deceduti, il capo della polizia segreta cilena Manuel Contreras (morto il 7 agosto 2015), il dittatore cileno Augusto Pinochet e i suoi omologhi argentini Jorge Videla ed Emilio Massera. Quello di Roma è anche il primo processo al mondo in cui si parla dell’Operazione Condor nel suo complesso.

Un ruolo determinante nello svolgimento di questo giudizio è stato svolto dall’autore della premessa l’avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002. È lui la persona che il 22 dicembre 1992 scoprì ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a numerosi tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor e individuare responsabili dei crimini. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare e a far arrestare a Londra il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi principali del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo di Roma. Ma la via verso la “Verità e la Giustizia”, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre 2015, Almada, al termine dell’Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay. Una richiesta simile, per quanto riguarda gli archivi italiani, è stata inoltrata al presidente del Senato, Pietro Grasso.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è infine ulteriormente evidenziato nella postfazione firmata dalla giornalista culturale del settimanale Left, Simona Maggiorelli. Si tratta di una inchiesta costruita attraverso testimonianze e interviste a importanti scrittori spagnoli, che ricostruisce la storia agghiacciante dei 300mila bambini sottratti all’interno di cliniche gestite da congreghe o lobby religiose, ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975. È qui, in questa storia accaduta a due passi dall’Italia ma ancora scarsamente indagata e praticamente sconosciuta al pubblico italiano, che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

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