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il Portale della Rete L'ABUSO - Home » Alfredo Luberto » Il nome del sacerdote indagato rimane segreto come le vergogne della chiesa cosentina

Il nome del sacerdote indagato rimane segreto come le vergogne della chiesa cosentina

Redazione WebNews by Redazione WebNews
7 Novembre 2015
in Calabria
Reading Time: 3 mins read
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La procura della Repubblica di Cosenza e la polizia di stato hanno fatto prevalere la linea del riserbo rispetto alla scottante vicenda del sacerdote indagato per molestie su un ragazzino di 12 anni regolarmente denunciato dai genitori.

La Gazzetta del Sud ci fa sapere che siamo davanti a un “pezzo grosso” della diocesi di Cosenza, un prete che probabilmente è già parroco di una parrocchia che conta e che addirittura, grazie all’intercessione di un alto prelato del Vaticano, era stato proposto per la nomina a vescovo di Cosenza.

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Ma il nome no, quello no. Deve rimanere segreto, chiuso tra le stanze della chiesa corrotta, della procura sempre più porto delle nebbie e dei giornalisti che si prestano a questo gioco sporco. I “pezzi” dei giornali di regime di oggi sono rivoltanti, fanno schifo nella loro squallida carità pelosa per il ragazzino e i suoi genitori e nella loro vergognosa deferenza verso questo sacerdote pieno di santi in paradiso.

Oggi si prendono tutte le cautele del caso per il “pezzo grosso”, ieri un sacerdote onesto come Padre Fedele è stato buttato in pasto all’opinione pubblica ed è stato assolto con formula piena dopo dieci anni di sofferenze mentre un ladro conclamato come don Alfredo Luberto dice ancora messa nell’Episcopio di Como.

La storia dell’Istituto Papa Giovanni XXIII di Serra d’Aiello la conoscono tutti. Si tratta della casa di cura balzata agli onori della cronaca per i trattamenti disumani nei confronti degli ospiti, quasi tutti malati di mente. E per le ruberie del prete che lo dirigeva, don Alfredo Luberto, tali da creare un buco di proporzioni gigantesche.

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A settembre 2005 il Monaco visita per la prima volta il Papa Giovanni ma nel frattempo a Cosenza è arrivato monsignor Salvatore Nunnari. L’atmosfera era a dir poco molto tesa, con i dipendenti fuori dalla casa di cura a srotolare striscioni del tipo“Luberto vattene”, “Luberto sei un ladro”e così via.

Padre Fedele chiede di entrare insieme a una troupe della Rai ma gli viene detto di contattare il ras ossia don Luberto, il quale esplode in un ruffianissimo “E come possiamo dire di no a Padre Fedele?”. Lo “spettacolo” che gli si presenterà davanti agli occhi non lo dimenticherà mai. Riceve una lavata di testa dal suo superiore (la Rai dal canto suo non manderà mai in onda quelle immagini) e subito dopo si precipita a Reggio da Nunnari.

Il neoarcivescovo lo tranquillizza, gli dice che non ci sono problemi ma in cuor suo Padre Fedele realizza che sta succedendo qualcosa ma non per questo si arrende. E così, pochi giorni dopo, scrive una lettera aperta agli ospiti del Papa Giovanni intitolata semplicemente “Il lager della vergogna”.

Il destino del Monaco è segnato. E si compie quando Nunnari, ovviamente avvertito da quel “rattuso” di don Luberto, incontra il Provinciale dei Cappuccini Rocco Timpano e gli preannuncia qualche mese prima l’arresto di Padre Fedele deciso a tavolino e reso possibile dal complotto tra chiesa, politici, magistratura e forze dell’ordine. Una gran porcata che nessuno ha ancora pagato.

E Nunnari risiede ancora a Cosenza ad ammorbarci la vista e, probabilmente, a coprire i “pezzi grossi” che non possono essere toccati. Anche se c’è una denuncia dei genitori di un ragazzino che urla a tutta una città di essere stato molestato.

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E’ vero, ci sarebbe anche un arcivescovo “nuovo”, Francescantonio Nolè, insediatosi da poco. Ma figuratevi cosa può comandare uno che è arrivato solo da qualche mese in questa “jungla”. Si adegua alla bisogna e si schiera con i più forti.

Ma prima o poi qualche persona onesta questo maledetto nome lo tirerà fuori e allora saranno guai per tutti.

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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

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