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Gli orchi che portano la tonaca protetti da silenzio e omertà

Redazione WebNews by Redazione WebNews
7 Ottobre 2015
in Cronaca e News
Reading Time: 3 mins read
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Pedofili smascherati quando le vittime diventano grandi

C’è il giovane prete accusato dalle sue piccole vittime e c’è il parroco anziano che per decenni, circondato da silenzio e omertà, ha commesso i suoi abusi sui minori; c’è il sacerdote finito in carcere a scontare la sua condanna per pedofilia e il preposto che ha patteggiato per poter tornare in curia. I precedenti italiani di preti travolti da scandali sessuali e perseguiti per avere sfogato i propri vizi su bambini o bambine, sono molti, anche se spesso dimenticati. Uno dei casi più gravi riguarda don Pierangelo Bertagna, parroco dell’abbazia di Farneta (Arezzo). Quando viene arrestato, nel luglio del 2005, per il caso di pedofilia su un ragazzino di 13 anni, il vescovo, monsignor Gualtiero Bassetti, esprime sbalordimento e incredulità, così come i parrocchiani. Ma in realtà le colpe del prete sono più di quante si pensi. Dopo pochi mesi, infatti, i genitori di molte altre vittime si recano in caserma a sporgere denuncia e don Bertagna, 44 anni, confessa tutti i suoi 38 misfatti commessi nell’arco di 12 anni. Nel settembre del 2006, il parroco, accusato anche di violenza sessuale, viene dispensato dal sacerdozio da Papa Benedetto XVI. Due anni dopo arriva la condanna a 8 anni di carcere, confermati in appello nel 2010. Nel 2004 ancora un caso. Un ex seminarista di Agrigento scrive una lettera al vescovo per denunciare gli abusi sessuali da lui subìti da parte di don Bruno Puleo. Poco tempo dopo il sacerdote patteggia una pena a 2 anni e 6 mesi di reclusione per violenza sessuale nei confronti di 7 ragazzi. È il 2008 quando don Ruggero Conti, parroco di Selva Candida (Roma), viene arrestato per molestie sessuali su alcuni ragazzi affidati alle sue cure. A denunciarlo è un altro sacerdote. Don Ruggero, per abusare dei ragazzi, approfitta della loro fragilità e li invita a casa promettendogli in regalo cd, dvd e qualche capo d’abbigliamento. Dall’inchiesta emerge che il numero di casi di cui il prete si è reso colpevole sono moltissimi. Al processo, che vede costituirsi come parte civile anche i Radicali, il sacerdote respinge gli addebiti, afferma di non essere “un mostro”, parla di “accuse infamanti ed estremamente grossolane costruite abilmente” contro di lui. Nel febbraio del 2011 i magistrati chiedono 18 anni di carcere per i suoi “atti di inaudita gravità” e di “una serialità e una spiccata propensione all’abuso e al compimento di azioni con dolo”. La decisione del giudice è esemplare: 15 anni e 4 mesi di galera in primo grado e 14 anni in appello. Nella tormenta degli abusi sessuali cade anche don Lelio Cantini, ex priore della parrocchia Regina della Pace di Firenze (morto nel 2012). È l’aprile del 2007 quando la procura del capoluogo toscano lo mette sotto inchiesta per una serie di molestie pluriaggravate e continuate su minori. Alcuni fedeli lo accusano di violenza sessuale e psicologica commesse in passato su ragazzi fra i 12 e i 17 anni. Nel dicembre del 2007, mentre su di lui pende l’accusa di essere «responsabile di delittuosi abusi sessuali su alcune ragazze negli anni 1973-1987, di falso misticismo, di controllo e dominio delle coscienze», don Lelio, a causa dei suoi problemi di salute, torna nel convitto ecclesiastico di Firenze. Un anno più tardi Papa Ratzinger lo riduce allo stato laicale. Nella richiesta di archiviazione, conseguenza della prescrizione e della mancanza di querele, il pm parla di «abusi sessuali gravi protrattisi per circa 20 anni» e di «comportamento apparentemente omissivo» e «lunga inerzia» da parte della autorità religiose. Il giudice, nell’accogliere la richiesta dei magistrati, scrive che don Lelio è riuscito a «carpire la buona fede e l’innocenza dei giovani fedeli» anche recitando il Cantico dei cantici.

Nel 2010, con l’accusa di aver abusato di un ragazzino straniero di 13 anni, viene arrestato anche don Domenico Pezzini, sacerdote 75enne della diocesi di Lodi. I giudici lo condannano a dieci anni di galera con sentenza passata in giudicato. Pena di due anni e mezzo per violenza sessuale su una bambina di 7 anni anche per don Marco Redaelli, sacerdote salesiano, ora deceduto, della parrocchia S.S. Pietro e Paolo di Arese (Milano). Infine, solo pochi mesi fa, per gli abusi sessuali su una tredicenne che frequentava la parrocchia di Aliminusa (Palermo), anche don Paolino Marchese fa i conti con la giustizia subendo un processo e vedendosi comminati sei anni di carcere.

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http://www.iltempo.it/politica/2015/10/07/gallery/gli-orchi-che-portano-la-tonaca-protetti-da-silenzio-e-omerta-990062/

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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

No thanks, I’m not interested.