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il Portale della Rete L'ABUSO - Home » Altamura » Abusò di un minore: il parroco don Rutigliano ha scontato la condanna. Quale futuro per il suo sacerdozio?

Abusò di un minore: il parroco don Rutigliano ha scontato la condanna. Quale futuro per il suo sacerdozio?

Redazione WebNews by Redazione WebNews
29 Luglio 2015
in Calabria
Reading Time: 4 mins read
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di Antonio Baldari

BIVONGI – “Con il presente Decreto, il Rev. Rutigliano è dichiarato colpevole del delitto di abuso di minore, con l’aggravante dell’abuso di dignità o ufficio”, commesso “nel periodo fra il 2006 e il 2008”. Era questa è la dicitura per esteso posta al capo a) del punto 4., dell’ultima pagina del documento, licenziato dal Palazzo del Sant’Uffizio in data 20 giugno 2011 con cui si portò a conclusione il processo a carico di don Francesco Rutigliano, ex parroco di Bivongi e Pazzano,  cittadine dell’Alto jonio calabrese ed insistenti nell’area ecclesiastico-giurisidizionale della diocesi di Locri-Gerace, nella provincia di Reggio Calabria; una sentenza di condanna per l’allora 36enne sacerdote, originario di Altamura, in provincia di Bari, di cui si venne a conoscenza quattro anni orsono, ottobre 2011, proprio nelle ore immediatamente precedenti la visita del Santo Padre, Benedetto XVI, in terra di Calabria. 

Oggi, a distanza di oltre mille giorni da quel provvedimento adottato dal tribunale apostolico, ci si chiede cosa farà la Chiesa in merito a quello che fu uno dei casi più eclatanti registrati in Italia e configurabili tra gli oltre trecento finiti sotto la lente di ingrandimento della commissione giudicante formata proprio per dirimere le controversie coinvolgenti tanti rappresentanti del clero ed ancor’oggi molto attiva grazie alla spinta propulsiva di papa Francesco nel voler fare chiarezza su tali vicende…

Gli abusi ebbero inizio già intorno al 2004 prima dell’ordinazione diaconale… 

Tra le quali quella relativa a don Rutigliano fu sin da subito destinata a segnare ulteriormente un limpido spartiacque nella lotta alla pedofilia per quanto riguarda il Vaticano, con quella sentenza il cui numero di protocollo è il 197 del 2009, recante l’intestazione ufficiale della “Congregatio Pro Doctrina Fidei”, e che prende l’abbrivio con il punto 1, capo a), con il quale si attesta che “Il Rev. Francesco Rutigliano, del Clero della Diocesi di Locri-Gerace, nato il 13 dicembre 1974 ed ordinato sacerdote il 30 settembre 2006, venne accusato davanti a questo tribunale per abuso di minore in data 12 giugno 2009” per fatti accaduti “nel periodo fra il 2006 e il 2008”. “Gli abusi avrebbero avuto inizio già intorno al 2004, prima dell’ordinazione diaconale dell’accusato”.

Affermazioni forti sottoscritte dal delegato,  Carlo Dezzuto; Monsignor Robert Deeley, in qualità di assessore e Mons. Krzysztof Nykiel, anch’egli assessore, nel porre il caso de quo. Che poi comincia a sciorinarsi sostenendo che si è dato “luogo ad un processo amministrativo penale mediante la raccolta e l’esibizione di prove documentali e testimoniali, nonché con l’audizione diretta e il confronto fra presunta vittima e accusato – si apprende – nell’esame degli atti, anche senza considerare le testimonianze raccolte il denunciante è coerente e concorde nel descrivere in modo preciso i comportamenti del Rev. Rutigliano nei propri confronti, ribadendo particolari anche minuti”…

Divieto assoluto ad esercitare qualunque ministero pubblico per il periodo di quattro anni… 

Nel corso del processo sono risultati “Chiaramente dimostrate la fragilità e l’instabilità emotiva, psicologica ed esistenziale della presunta vittima, che attraversava una fase adolescenziale resa particolarmente delicata dal contesto famigliare e culturale in cui si collocava la sua esistenza – si asserisce al capo c) del punto 3. – che la difesa non smentisce ma anzi ne conferma la vulnerabilità, conferendo credibilità al quadro in cui gli abusi possono essersi verificati”.

Da cui si è di riflesso addivenuti alla conclusione che “Si impone dunque al Rev. Rutigliano – sotto la diretta responsabilità del Vescovo diocesano – il divieto per anni quattro, a partire dalla notifica del presente Decreto, di esercitare qualunque ministero pubblico. Rimane unicamente consentita la celebrazione in forma privata della S. Messa – si prosegue – nello stesso periodo in cui egli si sottoponga ad un adeguato percorso psicologico di durata quadriennale, di cui verrà data tramite il Vescovo diocesano relazione annuale a questa Congregazione, mirante al consolidamento della maturità psico-affettiva e vocazionale del chierico”.

Ma non solo, come per la famosa “legge del contrappasso” di dantesca memoria, nel paragrafo conclusivo del testo licenziato dalla Congregazione della Dottrina e della Fede, si dice ancora che “Egli è tenuto alla celebrazione di dodici S. Messe (con cadenza mensile, per un anno) a favore della vittima e della sua famiglia – si epiloga con il sopraccitato documento – in caso di inosservanza delle misure sopra indicate, al reo potranno essere inflitte pene più gravi, non esclusa la dimissione dallo stato clericale”.

Quel 17 febbraio del 2010 quando lasciò per sempre Bivongi e Pazzano… 

A margine della predetta sentenza di colpevolezza di don Francesco Rutigliano balzò particolarmente alla mente quel 17 febbraio 2010, giorno in cui il giovane prete lasciò per sempre le comunità dei fedeli di Bivongi e Pazzano: un addio nato nella mestizia, a fare da contraltare al giubilo di cinque anni prima, l’8 ottobre 2006, allorché ad una settimana dall’ordinazione sacerdotale venne intronizzato quale nuovo parroco dei due sodalizi socio-religiosi.

Quel giorno di 5 anni e mezzo fa, ironia della sorte, era il “Mercoledì delle Ceneri” notoriamente rivolto alla conversione, ed al pentimento, invitando a “credere al vangelo”. Quel giorno, egli se ne andò nella più completa solitudine, senza che nessuno dei suoi superiori fosse presente. E senza che venisse indicato alla comunità il suo sostituto, don Enzo Chiodo, che arrivò “soltanto” nove mesi dopo. Cosa che, col senno di poi, fece riflettere, e non poco, sulla piega che l’amara vicenda stava nel frattempo prendendo…

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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

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