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Home NEWS e CRONACA LOCALE

Bergoglio, Ratzinger e l’amore per gli esseri umani. Di Federico Tulli

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28 Ottobre 2014
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    Federico Tulli Federico Tulli
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    Il cappellano della Saint John’s School di Milwaukee, Lawrence Murphy, violentò oltre 200 scolari sordomuti di età inferiore ai 12 anni tra il 1950 e il 1974. Intorno alla metà degli anni Settanta fu trasferito dal proprio vescovo in un’altra diocesi dove, a suo dire, non commise più abusi. In base a un dossier segreto reso pubblico nel 2010 dal New York Times, è emerso che solo nel 1996 l’arcivescovo di Milwaukee, monsignor Weakland, aveva informato del caso il cardinale Ratzinger, all’epoca prefetto della Congregazione per la dottrina della fede. In un primo momento, l’allora segretario di Ratzinger, Tarcisio Bertone, apparve deciso a istruire il processo canonico. Informato del rischio di essere ridotto allo stato laicale, Murphy (che ammise tutti i suoi crimini quando oramai erano prescritti) scrisse ai suoi futuri giudici ecclesiastici di essere pentito e malato, e chiese di evitare il processo.

    Una linea di condotta probabilmente studiata a tavolino dal sacerdote pedofilo, poiché lo psichiatra assunto dalla diocesi di Milwaukee per esaminarlo aveva scritto chiaro e tondo nel rapporto conclusivo: «Non si rende conto del male fatto e sembra insensibile alle cure». Passano un paio di anni e il 30 maggio 1998, al termine di un summit in Vaticano in cui si deve decidere il da farsi, a

    Murphy viene intimato di «riflettere sulla gravità del male fatto» fino a quando non darà «prove di ravvedimento». La punizione viene comminata da Tarcisio Bertone, che era ancora il braccio destro di Ratzinger all’ex tribunale dell’Inquisizione, nel corso di un incontro con monsignor Girotti, don Antonio Manna dell’Ufficio disciplinare, padre Antonio Ramos, monsignor Weakland, il suo vescovo ausiliare, monsignor Skiba, e monsignor Fliss, vescovo di Superior.

    Il resto è storia; Murphy muore il 21 agosto dello stesso anno senza aver mai speso una parola per le vittime. Ma non è l’unico a mantenere un rigoroso silenzio. Secondo quanto scritto nel documento vaticano ‘confidenziale’ protocollato n. 111/96 – facente parte del dossier del New York Times – che riassume le fasi dell’incontro, Weakland nota che in caso di processo si correrebbe il «pericolo di grande scandalo qualora il caso venisse pubblicizzato dalla stampa».

    È questo uno dei tanti esempi di ‘ragion di Stato’ che hanno contribuito a insabbiare migliaia di casi di pedofilia nella seconda metà del Novecento permettendo che venissero stuprati decine di migliaia di minori che altrimenti si sarebbero potuti salvare.

    Ma per una volta – con il caso Murphy – non fu il ‘bene della Chiesa universale’ a prevalere all’atto della decisione finale. A calare la pietra tombale sulla vicenda del pedofilo serial killer ci pensò il cardinal Bertone osservando, in quella stessa sede, che il processo era inutile «per la difficoltà dei sordomuti a testimoniare senza aggravare i fatti». Una lungimiranza politica e una – si fa per dire – umanità che furono premiate anni dopo, nel 2006, da Joseph Ratzinger divenuto Benedetto XVI, assegnando a Bertone la carica di Segretario di Stato.

    Perché racconto questa orrenda storia di pedofilia oramai sepolta negli archivi della cronaca nera e scarsamente indagata anche all’epoca dai nostri media? Perché è una delle tante che ruotano intorno alla figura di Ratzinger, colui che per primo invocò la “tolleranza zero” nei confronti della pedofilia.  Mi è tornata alla mente leggendo la seguente dichiarazione di papa Francesco I durante il suo intervento alla Pontificia accademia delle scienze: «Benedetto XVI è stato un grande Papa. Grande per la forza e penetrazione della sua intelligenza, […], grande per il suo amore nei confronti della Chiesa e degli esseri umani, grande per la sua virtù e la sua religiosità».

    Senza dubbio, l’amore di Ratzinger per la Chiesa, e per il potere che conferisce, è certificato anche da come ha permesso di gestire la vicenda di Lawrence Murphy. Tuttavia per comprendere cosa intenda il gesuita argentino per «amore nei confronti degli esseri umani» e quindi la sua sintonia con l’agghiacciante fatuità e cinismo del suo predecessore che è tra i principali responsabili della diffusione della pedofilia clericale nel mondo (come si evince anche dalle considerazioni conclusive della Commissione Onu sui diritti del Fanciullo pubblicate il 5 febbraio 2014), occorre ricordare l’intenso momento di religiosità e soprattutto – si fa per dire – di umanità sgorgato dal cuore di Jorge Mario Bergoglio quando all’udienza generale dell’8 gennaio 2014 ha tenuto a precisare che «un bambino battezzato non è lo stesso che un bambino non battezzato».

    Tale discriminazione, unita all’idea perversa che l’abuso sia un’offesa a Dio prima che lo stupro di una persona umana inerme – pensiero, anche questo, che accomuna il pontefice e il papa emerito –, rappresenta la chiave di volta per scoprire le radici culturali della complicità morale e materiale dei gerarchi vaticani, tutti, nei casi di pedofilia clericale. Perché in questa frase di Bergoglio c’è l’idea che in fondo il bambino non sia ancora un essere umano – diviene tale con il battesimo – pertanto gli si può fare quel che si vuole. Salvo poi confessarsi per aver violato il VI Comandamento (e nel caso tornare a “peccare” dopo aver fatto penitenza).

    Federico Tulli

    (28 ottobre 2014)

    http://blog-micromega.blogautore.espresso.repubblica.it/2014/10/28/federico-tulli-il-demerito-di-papa-ratzinger/

     

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    Federico Tulli

    Federico Tulli è giornalista professionista. Per anni firma di Left sin dalla sua fondazione nel 2006, prima come collaboratore fisso e poi come redattore, ha scritto articoli per numerose testate italiane e internazionali (tra cui MicroMega, Avvenimenti, Sette, Globalist, Cronache laiche, Adista, Critica liberale, Brecha, etc). Per L’Asino d’oro edizioni ha pubblicato i libri: “Chiesa e pedofilia” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L’Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015). Nel 2018, insieme a Emanuela Provera, ha pubblicato “Giustizia divina” (Chiarelettere). Nel 2020, per “I libri di Left”, ha pubblicato “Cosa ci ha insegnato la pandemia”, e nel 2023 “La Chiesa violenta” (Ed90). Ad aprile 2023 è uscito un suo saggio dal titolo “Informazione e Intelligenza artificiale: quale futuro per il giornalismo?” nel libro, a cura di Andrea Ventura, “Pensiero umano e intelligenza artificiale. Rischi, opportunità e trasformazioni sociali” (AA.VV., L’Asino d’oro ed.). Nel 2022 Tulli ha ideato e realizzato per Left “Spotlight Italia”, la prima indagine giornalistica permanente sui crimini nel clero italiano, e fa parte di #ItalyChurchToo, coordinamento italiano delle associazioni contro gli abusi nella Chiesa cattolica in Italia. Contatti: federicotulli@gmail.com info@cronachelaiche.com

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    PRECISAZIONE

    La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

    Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

    Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

    Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

    Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

    E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.  

    Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

    E questo principio facciamo nostro.

                   Il direttivo della Rete l’Abuso