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Come e perché il prete diventa pedofilo

Redazione WebNews by Redazione WebNews
24 Giugno 2014
in Cronaca e News
Reading Time: 9 mins read
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Intervento dello psichiatra e psicoterapeuta Domenico Fargnoli in presentazione del nuovo libro di F. Tulli: Chiesa e pedofilia, il caso italiano. Feltrinelli Appia 30 maggio 2014

di Domenico Fargnoli

Nel libro di Federico Tulli, Chiesa e pedofilia, il caso italiano (L’Asino d’oro 2014), troviamo chiaramente formulate due domande: qual è la specificità della pedofilia nella Chiesa cattolica? Come e perché il prete diventa pedofilo?
Il termine “pedofilia” è stato introdotto nella “Psichopathia sexualis” di Kraft Ebing (1886). In questa opera c’è un primo tentativo medico di mettere in relazione la perversione e la malattia mentale con la vita religiosa. Più in generale si può dire che nel rapporto con la dimensione del sacro nel Cristianesimo c’è sempre stato il rischio di una deriva psicopatologica complicata da condotte criminali, fra cui la pedofilia, ampiamente documentata nella storiografia.

I due libri di Tulli su Chiesa e pedofilia (cfr. “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” L’Asino d’oro 2010) costituiscono una diade inscindibile che potrebbe essere, idealmente, la continuazione della “Storia criminale del cristianesimo” opera in 10 volumi scritta da Deschner Karlheinz scomparso recentemente. I due autori hanno in comune lo scrivere la storia dal punto il punto di vista delle vittime: vengono riportati ed analizzati fatti occultati nella letteratura apologetica e agiografica.
Quanto alla seconda domanda bisogna considerare che tutta la formazione del prete è basata sulla sublimazione dell’istinto sessuale. Il concetto di istinto implica che esso sia innato: ma noi sappiamo che alla nascita nell’uomo non solo non ci sono istinti ma neppure sessualità. Quindi si sublima, si desessualizza un istinto che non esiste. Siamo rimasti al tempo degli eremiti nel deserto, i santi “talpa” e “pascolanti” che aggredivano i bambini occasionalmente incontrati nelle oasi. Essi combattevano le tentazioni della carne, cioè gli istinti cercando di distruggere il corpo. In realtà erano in preda a deliri e allucinazioni a sfondo erotico.
Vorrei però raccontare come sono arrivato a queste considerazioni.

A Londra nel Marzo 2011 con Federico abbiamo incontrato un gruppo i Survivors Voice Europe, un’associazione di sopravvissuti alla devastazione degli abusi. Fuori nella piazza antistante la sala dell’incontro c’era una locandina con uno scritto che polemizzava con papa Ratzinger dicendo: Non servono belle parole ma fatti. Basta! Non insisto sul fatto che per i papi chiedere perdono significa auto assolversi ricordo però che in quella circostanza, pur riconoscendo il sacrosanto diritto delle vittime di pretendere giustizia e risarcimento, ho pensato che si doveva andare oltre al confronto scontro con le gerarchie vaticane: il problema era affrontare la mentalità religiosa, scoprire ciò che che alimentava le violenza sui minori. 
Tulli nei suoi libri mi sembra abbia condiviso questa impostazione. Egli non approda solo a un anticlericalismo fortemente motivato e documentato ma propone attraverso il contributo di vari esperti una ricerca sulla psicopatologia della vita religiosa. Molto opportunamente il nostro autore allarga il discorso ad una riflessione sulla natura più profonda, irrazionale del cristianesimo nel cui ambito si colloca la pedofilia clericale. Nel cuore dell’esperienza religiosa c’è appunto la dimensione del sacro, del quale il sacerdote dovrebbe essere il soggetto mediatore privilegiato. Perché egli realizza un minus piuttosto che un plus e si comporta come un criminale comune od un malato di mente?

Ci si potrebbe chiedere cos’è il sacro. Mi limito ad alcune considerazioni seguendo la ricerca di Maria Gabriella Gatti nella prefazione del libro.
Il sacro, è stato detto da Mircea Eliade, una struttura fondamentale della coscienza umana e non solo un momento della sua storia. L’esperienza del sacro sarebbe indissolubilmente legata allo sforzo dell’uomo per costruire un mondo che abbia significato.. Che significato ha però un mondo in cui i preti, metà uomini e metà santi, violentano i bambini?
Il famoso teologo e antropologo Julien Ries, ha scritto che la comparsa dell’homo sapiens sul nostro pianeta coinciderebbe con quella dell”homo religiosus. 
Il prendere coscienza di sé dell’uomo primitivo sarebbe stato subito il prendere coscienza di altro da sé, cioè della presenza di una potenza misteriosa ed invisibile nella realtà materiale. Questa sarebbe la struttura della coscienza. Essa avrebbe in sé stessa una vocazione religiosa per una qualità innata, antecedente ad ogni esperienza destinata a rimanere tale nel corso della storia.

L’Homo religiosus è fin dall’inizio alienato: non sa che la potenza che colloca nella natura altro non è che l’energia, la forza, (avrebbe detto Goethe nel Faust) della pulsione che si crea nei primi istanti della vita quando il pensiero emerge dalla realtà biologica.
Alla nascita il neonato non ha coscienza di sé ma è già in rapporto con il mondo ed è già una presenza umana.
La coscienza, quando diventa certezza di sé stessi è condannata a rimane religiosa solo se è scissa da ciò che non è cosciente ed annulla il fondamento irrazionale dell’identità tipica della nostra specie.
Rudof Otto, nel 1917 aveva definito il sacro come l’irrazionale nell’idea del divino. Sarebbe la presenza di Dio che suscita il terrore mistico, il sentimento del sublime , ineffabile ed irrazionale: non sarebbe l’irrazionale che crea Dio.
Non è Dio che crea l’uomo, ma l’uomo che crea l’idea di Dio aveva già affermato Feuerbach nell'”Essenza del Crisitianesimo” nel 1841: con la precisazione che è l’irrazionale, la pulsione di annullamento che crea l’idea di Dio e non solo la coscienza dei filosofi.

Dai libri di Tulli traspare in filigrana una nuova concezione del sacro. 
Esso è un prodotto umano storico, culturale e istituzionale il cui fine è far fronte ad una crisi della presenza, al rischio di non esserci nel mondo. Il sacro è l’alienazione dell’irrazionale che è dentro di noi nell’idea del divino fuori di noi. Il divino diventa, nel Cristianesimo, il trascendente, l’assolutamente altro, il Gans ander. Ernesto De Martino in alcuni scritti editi postumi nel libro “Storia e metastoria” sosteneva che l’origine del sacro sia rintracciabile nel vissuto di sentirsi gettati inermi nel mondo con il rischio di essere travolti che Martin Heidegger riteneva una condizione originaria e chiamava Geworfenheit. Lo psichiatra dell’Analisi collettiva, Massimo Fagioli, ha tradotto il termine con “parto animale” legando il suo uso, nella filosofia di Heidegger, alla pulsione di annullamento. La Geworfenheit è il vissuto di chi non riesce più a ricreare la propria nascita e, avendola annullata, ha perso l’ identità umana irrazionale.
Il parto è ridotto allora ad una deiezione, ad un espulsione di materiale biologico come quella degli animali. La nascita umana è invece, per Fagioli, fantasia di sparizione che crea una realtà biologica e psichica nuova che gli animali non hanno.
La Geworfenheit in quanto annullamento di ciò che è specificamente umano, è il pericolo estremo che minaccia ed a cui si cerca di ovviare con la spiritualità astratta del sacro, una irrealtà fuori dal tempo e dalla storia.

Dopo questa premessa torniamo all’interrogativo del come e perché il prete diventa pedofilo. 
Il concetto di sublimazione è stato utilizzato sia dalla psicoanalisi che dalla Chiesa cattolica. Esso si riferisce all’ipotesi psicoanalitica secondo la quale gli istinti sessuali, originariamente perversi verrebbero desessualizzati per scopi creativi e per obiettivi sociali. L’istinto sessuale, che essendo istinto sarebbe innato, andrebbe desessualizzato altrimenti saremmo del tutto uguali agli animali. Noi sappiamo invece che alla nascita non ci sono istinti ma neppure sessualità. «La sessualità è identità sessuale. Compare dopo che l’essere umano ha realizzato la propria nascita, svezzamento, visione dell’essere umano diverso, pubertà» (Fagioli).
Tutta la formazione del prete scorre sul binario privilegiato della sublimazione: si dovrebbe desessualizzare, delirantemente ciò che nell’uomo non esiste, l’istinto sessuale.
Questa idea, sconcertante, risulta chiaramente presente nell’enciclica Sacerdotalis caelibatus di Paolo VI (1967).
Il celibato, diceva il Papa nel suo pronunciamento è una fulgida gemma, strumento indispensabile per l’elevazione spirituale oltre l’istinto sessuale ed i desideri della carne (testuale). Il sacerdote deve affrontare una quotidiana morte a tutto se stesso per essere più vicino a Dio. Il suo è un olocausto cioè un sacrificio totale di sé. La solitudine, o meglio l’isolamento sacerdotale, non è il vuoto perché esso è riempito dall’imitazione di Cristo Il celibato e la castità, per Paolo VI, non distorcerebbe la personalità anzi contribuirebbe alla sua maturità e stabilità. 
E a proposito della sublimazione afferma testualmente il Pontefice: «La scelta del celibato esige lucida comprensione (.), attento dominio di sé e sapiente sublimazione della propria psiche su un piano superiore». 

Leggendo l’Enciclica ci si rende conto che i sacerdoti sono vittime e complici di una concezione antiumana: devono annullare se stessi, devono realizzare, ad imitazione di Cristo ” un essere per la morte” ed affrontare il vuoto e lo smarrimento, il vissuto della Geworfenheit che così si determina. Essi devono cancellare. la loro nascita, cioè la propria dimensione affettiva ed irrazionale. Devono diventare anaffettivi in tutto simili ai nazisti come Heidegger, lo schizofrenico autore di Essere e tempo e dei Quaderni Neri. La vita del sacerdote, deposta sull’altare, deve recare i segni dell’Olocausto, il sacrificio levitico del maschio senza difetto. L’uso del termine “Olocausto”, evoca lo spettro del totale annientamento fisico. Come se la rinuncia alla sessualità comportasse una tendenza a procurare una lesione del corpo, un attacco alla vitalità propria e altrui: è quello che i pedofili fanno.
Il concetto Freudiano di sublimazione adottato da Paolo VI e applicato alla formazione dei chierici può avere effetti devastanti.
Nel tentativo di sublimare, che poi è annullare la sessualità come identità,, la personalità intera si altera, aumenta il narcisismo e si ipertrofizza la coscienza. Ciò spiegherebbe lo sviluppo del cosiddetto narcisismo clericale, favorito dalla cultura della Chiesa, cioè la grandiosità, un senso ingigantito della propria importanza, lo sfruttamento degli altri, la negazione che sfiora il delirio e che può giungere fino all’affermazione di una diversità ontologica fra chierici e laici. Un razzismo elevato all’ennesima potenza grazie al sacramento dell’ordine che si somma a quello battesimale anch’esso generatore, secondo Bergoglio, di una diversità ontologica dei credenti rispetto ai non credenti. La sublimazione non è altro che una formazione reattiva, come quella dei santi talpa, cioè una difesa patologica cronica rispetto ad un impulso perverso .

Dalla formazione reattiva, dal narcisismo patologico al costituirsi di una falsa personalità , il passo è breve.. Il Sé pubblico si ipertrofizza mentre il sé privato cioè la sfera dell’intimità e della sessualità si atrofizza. Portato alle estreme conseguenze il processo sopra delineato determina una grave alterazione dell’equilibrio mentale.
Paolo VI nella sua enciclica si riferiva all’isolamento del prete e al suo vuoto affettivo: il sacerdote lo avrebbe dovuto riempire, con l’imitazione di Cristo cioè il sacro.. Il sacro ha un carattere ambivalente presentandosi come fascinans et tremendum, alter ed ater, cioè alterità radicale ed oscurità insieme.
Il sacerdote cerca Dio ma trova il male, la negazione ed il demonio. Trova la pulsione di annullamento al fondo del suo irrazionale alienato e corre il pericolo di impazzire. Nella sua vita compare lo spettro della catastrofe.

Il prete pedofilo vi fa fronte creando un proprio rituale masturbatorio che si contrappone a quello eucaristico diventato privo di senso., In esso egli perfidamente attira e lucidamente coinvolge le vittime: si mantiene così in bilico fra sé pubblico e privato. Il sostegno e la complicità del clericalismo laico, altro grande imputato, e delle gerarchie ecclesiastiche lo confermano nel suo ruolo di pastore: egli rimane apparentemente asintomatico mentre circoscrive il suo delirio alla sfera dei comportamenti masturbatori. Nell’ambito di un’intimità malata e violenta che egli impone alle vittime ha modo di manifestarsi la sua volontà di ledere la vitalità altrui. La segretezza, le raffinate strategie di occultamento sono in funzione di un vissuto di onnipotenza che le permea. Il sacerdote, che non si rassegni ad una religiosità routinaria e razionale, burocratica e di facciata è schiacciato nella relazione che cerca di stabilire con il sacro, da un ideale che gli viene imposto e che si è paranoicamente imposto.

Egli i rivolge allora ai bambini: solo in un rapporto totalmente asimmetrico , dove lui si pone come l’assolutamente altro, cioè un Dio o un demone malvagio, egli recupera una illusoria e transitoria sensazione di potenza. L’abuso sui minori diventa una droga. Essa esaurisce presto il suo effetto fino alla nuova dose in una spirale che si ferma solo con l’arresto. La pedofilia clericale ha quindi una sua caratteristica particolare che la distingue da altre forme di pedofilia Essa è un sintomo di una malattia in cui è coinvolto non solo il prete, ma anche l’intero apparato della Chiesa, nei suoi aspetti istituzionali e dottrinari. La Chiesa non può che cercare di occultare la realtà inquietante degli abusi, dietro dichiarazioni ufficiali che lasciano il tempo che trovano. Essa sa bene che il problema non è costituito dalle deviazioni sessuali di singoli soggetti ma è in discussione il suo intero modo di concepire la realtà umana e la sessualità. . La Chiesa società perfetta aspira a rimanere sempre la stessa, semper eadem ergendosi al di fuori del tempo e della storia. Il progetto di una immobilità assoluta, viene realizzato al prezzo di vite umane, sofferenze e torture indicibili. Tale sacrificio, per le gerarchie clericali, sembra non essere poi così importante. Importante è che l’immagine di Gesù e di Dio legati da un matrimonio mistico con la Chiesa, rifulga imperitura nei secoli dei secoli. 

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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

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