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il Portale della Rete L'ABUSO - Home » italia » “Difficile curare i preti pedofili in un ambiente ecclesiastico”

“Difficile curare i preti pedofili in un ambiente ecclesiastico”

Redazione WebNews by Redazione WebNews
24 Luglio 2013
in Informazioni, Lombardia
Reading Time: 3 mins read
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Il parere del professor Maurizio Marasco, docente di Psicopatologia forense alla Sapienza di Roma

MILANO – La psichiatria accademica tende a minimizzare le possibilità di recupero per i soggetti che abusano di minori, soprattutto se non curati precocemente, e tende ad escludere l’efficacia riabilitativa di qualsiasi trattamento farmacologico, compresa la castrazione chimica. La pedofilia non è una malattia mentale, ma piuttosto un disturbo abnorme del comportamento sessuale che di solito emerge durante lo sviluppo evolutivo, in età prepuberale.

“Il pedofilo non è un malato di mente e conserva la capacità di rendersi conto del valore o disvalore delle proprie azioni”, spiega lo psichiatra Maurizio Marasco, professore di Psicopatologia forense all’università “La Sapienza” di Roma. “Quando compiono l’atto, questi soggetti sono molto attenti nell’occultare la propria azione sessuale. Sono astuti e abili nel nascondere tutte le prove a loro carico e sanno benissimo che stanno commettendo dei reati”.

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Il professor Marasco spiega di aver incontrato, in qualità di perito nominato dal tribunale, preti accusati di molestie sessuali su minori: “Per esperienza ritengo che i soggetti che sono protagonisti di questi comportamenti si sono avviati verso il sacerdozio con personalità già deviate fin dal loro processo evolutivo. Nei rari casi in cui i disturbi si manifestano dopo l’ordinamento, probabilmente c’è un’immaturità dal punto di vista psicosessuale”.

Sembra che la medicina ufficiale ignori le strategie di sostegno attuate dai Padri Venturini. Nonostante queste comunità religiose si avvalgano anche di specialisti laici, tutto rimane sotto uno scrupoloso riserbo. “Posso immaginare che questi soggetti vengano sospesi dal sacerdozio e inviati in una comunità per essere sottoposti a cure”, prosegue il professor Marasco, “Ho qualche dubbio però che in un ambiente chiuso come quello ecclesiastico si possano ottenere buoni risultati. Inoltre affidare questi soggetti a psicologi che vengono dallo stesso ambiente, mi lascia perplesso”. Poiché i sacerdoti, psicologo e paziente, condividono lo stesso mondo e la stessa morale, il terapeuta, anziché mantenere una posizione neutra, tenderà a esercitare il giudizio e a far emergere il senso di colpa, piuttosto che la consapevolezza delle proprie pulsioni. Sulle possibilità di reinserimento dei pedofili nel loro ambiente, Marasco è categorico: “Ho enormi riserve sul reintegro dei sacerdoti pedofili in un contesto che li esponga a contatti con minori. Nei soggetti adulti la possibilità di debellare questa anomalia del comportamento è minima, per non dire nulla. Il rischio che si riattivi è altissimo”.

Il professor Marasco spiega che, in linea di massima, i soggetti pedofili non accettano spontaneamente una terapia di tipo psichiatrico. Senza questa volontà la psicoterapia non può essere efficace. Il pedofilo non vuole uscire dalla sua situazione perché da essa trae gratificazione. Nel sistema sanitario italiano, soprattutto in quello pubblico, non ci sono centri in grado di accogliere questo tipo di casi. Una volta uscito dal carcere il pedofilo rimane un soggetto pericoloso. “Sarebbe utile, come succede ad esempio in Svizzera, che si costituissero dei centri che possano aiutare i pazienti ad inibire i propri impulsi in modo da non compiere l’atto”, continua lo psichiatra.”Oltre a questa mancanza In Italia c’è un rifiuto anche da parte di molti miei colleghi a curare soggetti che hanno un disturbo così sgradevole, per usare un termine elegante. C’è un rifiuto davanti ad azioni così degradanti. La terapia dovrebbe cominciare subito: il carcere non deve essere solo un luogo di afflizione, ma deve avere un ruolo nella riabilitazione. Rimessi in libertà questi soggetti dovrebbero essere inseriti in comunità e trattati con psicoterapie cognitive e relazionali per evitare il ritorno di comportamenti deviati, anche se l’alterazione rimarrà comunque sempre latente: fa parte dello stile di vita del soggetto ed è molto difficile sradicarla”.

24 luglio 2013

http://inchieste.repubblica.it/it/repubblica/rep-it/2013/07/24/news/preti_pedofili-62446106/

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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

No thanks, I’m not interested.

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