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Intransigente coi preti pedofili. Vaticano non invita vescovo di Dublino, all’incontro sul tema a febbraio 2012. Tempi biblici per affrontare il problema

Redazione WebNews by Redazione WebNews
7 Luglio 2011
in Città del Vaticano
Reading Time: 4 mins read
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7/07/2011
Vaticano, il mancato invito all’arcivescovo di DublinoDiarmuid Martin
L’intransigenza del presule irlandese nei confronti dello scandalo pedofilia sarebbe all’origine dell’esclusione tra i relatori al simposio di febbraio a Roma

Giacomo Galeazzi Città del Vaticano

Troppo radicale nei metodi usati nella lotta agli abusi sessuali del clero. L’arcivescovo di Dublino e primate d’Irlanda, Diarmuid Martin non è stato invitato all’incontro dedicato ai preti pedofili che avrà luogo a febbraio in Vaticano. Monsignor Martin è vescovo non amato da tutti nei dicasteri della Curia romana per un eccesso di intransigenza e di visibilità pubblica sugli scandali del sesso. Un’impostazione apparsa a molti di stampo giustizialista e non adeguatamente rispettosa delle garanzie degli accusati. L’arcivescovo di Dublino non figura nella lista dei relatori convocati dalla Santa Sede per la conferenza di febbraio sugli abusi sessuali del clero.

Nell’episcopato europeo monsignor Martin è stato uno dei principale sostenitori della «linea dura», recentemente ribadita anche in un’intervista al «New York Times» nella quale ha criticato la «lentezza» con cui il Vaticano ha portato avanti la visita apostolica nella Chiesa d’Irlanda al fine di valutare quali misure adottare per risolvere il problema della pedofilia nel clero.

È stata la columnist Maureen Dowd a rendere nota una conversazione avvenuta tra lei e Martin nella quale il presule, mostrando il proprio disappunto per come la Santa Sede ha gestito fino a oggi il problema “molto sentito” della pedofilia, ha offerto la possibilità di dire la sua in merito: «Martin, da sempre dalla parte delle vittime, è un outsider di una gerarchia» dove spiccano in negativo i nomi del cardinale Bernard Law, ex arcivescovo di Boston che a seguito del deflagrare in diocesi del problema pedofilia si trasferì a Roma per divenire arciprete della basilica di Santa Maria Maggiore, e di Angelo Sodano, l’ex segretario di stato vaticano «che difese il noto pedofilo e padre di più figli Marcial Maciel Degollado», fondatore dei Legionari di Cristo.

Difficile dire se Martin si senta descritto da queste parole. Di certo c’è che, come ha scritto il National Catholic Reporter, la Dowd «ha trovato in Martin il suo cavaliere nella gerarchia cattolica». E di certo c’è che, rispetto al problema della pedofilia nel clero Martin, che nella curia romana ha reso il suo lungo servizio dal 1986 al 2001 come sottosegretario e poi segretario di Giustizia e pace, è stato lo scorso anno tra i primi a fare propria con forza la linea di maggior rigore voluta da Papa Benedetto XVI. Una linea che ha avvicinato molto Joseph Ratzinger a Martin, tra i vescovi europei uno coi quali il Pontefice ha oggi maggiore confidenza. Comunque non tutti nella Chiesa apprezzano il modo sopra le righe nel quale monsignor Martin ha pubblicamente espresso il proprio disappunto per come la Santa Sede ha gestito fino a oggi l’emergenza-abusi. Alle accuse di Martin, il Vaticano ha reagito a metà giugno replicandogli ufficialmente che «la visita si è conclusa in conformità alle scadenze previste». E che «lo svolgimento della visita è stato molto proficuo, grazie alla collaborazione di tutti coloro che hanno contribuito a tale scopo». Comunque, se «per diocesi e seminari non saranno necessarie altre indagini», dopo un questionario generale inviato a tutti i monasteri, saranno effettuate ispezioni «in loco ad alcune realtà religiose».

Alle perplessità di Martin il Vaticano oppone che la visita è andata avanti con la giusta tempistica seppure non tutto è oggi concluso. Manca ancora l’ispezione nelle realtà religiose che è stata affidata all’arcivescovo di New York e capo della Conferenza episcopale statunitense, il cardinale Timothy Dolan. Martin, invece, non sarà tra i relatori alla conferenza sugli abusi di febbraio. Una Chiesa, quella irlandese, che ha bisogno di “rinnovamento” e “riconciliazione”, dopo le ferite degli abusi e il “fallimento” dei credenti a “testimoniare una fede coerente”, ma in cui si intravvedono “segni di speranza”. È questa l’analisi non “pessimistica, ma “realistica” della Chiesa irlandese fatta dall’ arcivescovo di Dublino e primate d’Irlanda. Proprio Dublino sarà sede, nel 2012, del Congresso eucaristico internazionale (“Iec” la sigla in inglese) che ha come tema “L’Eucarestia: comunione con Cristo e dell’uno con l’altro”.

Monsignor Diarmuid Martin è stato Osservatore permanente della Santa Sede presso la sede di Ginevra delle Nazioni Unite. Nato a Dublino, è stato ordinato sacerdote nel 1969 dopo aver concluso gli studi presso l’Università nazionale d’Irlanda. Successivamente proseguì gli studi presso la Facoltà di Teologia Morale all’Università Pontificia di Roma. E’ stato membro del comitato centrale per il Giubileo del 2000 e Segretario del Pontificio Consiglio per la Giustizia e la Pace. Per conto della Santa Sede ha partecipato al summit mondiale su progresso e ambiente a Rio de Janeiro nel 1992, alla Conferenza internazionale sullo sviluppo delle popolazioni a Il Cairo nel 1994, oltre ad essere stato capo delegazione in numerose missioni. Monsignor Martin ricopre dal 2004 la carica di arcivescovo di Dublino e ha sempre parlato chiaro sulla situazione della Chiesa irlandese anche in relazione agli scandali sulla pedofilia. “Va sottolineato senza ambiguità – ha più volte dichiarato – che lo scandalo dell’abuso sessuale di bambini da parte di sacerdoti e religiosi in Irlanda è veramente uno scandalo e non un’invenzione dei media”. Una chiesa irlandese da ricostruire, un paese che “ha bisogno sia di laici e atei maturi che di cristiani maturi”.

L’Irlanda, ammette Martin, è duramente colpita dalla secolarizzazione. “Alcuni fuori dall’Irlanda credono ancora che il Paese sia un bastione del cattolicesimo tradizionale”, spiega. “Si sorprendono scoprendo che a Dublino ci sono parrocchie in cui la presenza alla messa domenicale è del 5% della popolazione cattolica, e in alcuni casi non arriva al 2%. In qualche domenica speciale, il 18% della popolazione cattolica dell’arcidiocesi di Dublino assiste alla messa”. Fin dall’inizio del suo mandato, Martin riflette sui cambiamenti nell’economia irlandese e sulle loro conseguenze culturali, e segnala come sua principale preoccupazione una “crescente frattura tra la Chiesa e i giovani”. Precisa: “Fin da un’età relativamente tenera, si allontanano da qualsiasi contatto regolare con la Chiesa e soprattutto con la messa domenicale. E’ vero che la partecipazione alla messa domenicale non è l’unica statistica che indica un’affiliazione alla Chiesa e alla missione di Gesù Cristo, ma difficilmente è possibile continuare ad essere veramente cristiani se non si hanno per anni contatti con l’eucaristia”.

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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

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