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il Portale della Rete L'ABUSO - Home » abusi sessuali » La Chiesa del peccato

La Chiesa del peccato

Redazione WebNews by Redazione WebNews
12 Maggio 2011
in World
Reading Time: 4 mins read
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Segnaliamo La Chiesa del peccato (Castelvecchi tazebao), nel quale il giornalista e scrittore Paolo Pedote racconta le vere storie di abusi accaduti in Italia, raramente arrivati agli “onori” della cronaca con più di un trafiletto d’agenzia. Ne emerge una sequenza raccapricciante di episodi scandalosi che lasciano intravedere un mondo oscuro, che si cela nelle canoniche, nelle sagrestie, nei seminari e negli oratori, dominato da una mentalità medioevale e sessuofobica in grado di alimentare ogni genere di crimine, perversioni e sofferenze. Un mondo con il quale la nostra società si ostina a non voler fare i conti.


Dall’introduzione:
Celibato e pedofilia

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Sembra però che il clamore mediatico sugli scandali della pedofilia, coperti dalla Chiesa, stia producendo effetti a catena, anche e soprattutto dentro la Chiesa stessa e i suoi più illuminati ministri. Reazioni che fino a soli pochi anni fa erano impensabili, proprio come la messa in discussione del tabù del celibato in seno alla comunità sacerdotale.
Il cardinale Christoph Schoenborn, arcivescovo di Vienna, nell’analizzare tutte le ipotetiche cause dei numerosissimi abusi per il mondo, indica un percorso di analisi molto interessante: se da un lato la formazione dei preti, nella peculiarità dei luoghi e nelle situazioni, può contribuire alla predisposizione di certe tendenze, anche gli strascichi della rivoluzione sessuale avviata nel 1968 e il celibato sono due elementi di cui è necessario tener conto.
In sostanza, l’Arcivescovo per la prima volta pone una relazione tra il concetto e la pratica della castità e la sua infrazione. Come dire: se l’essere umano in genere è anche esperienza del corpo sessuato e a questo non si dà la possibilità di esprimersi, succede un po’ come un fiume che durante la piena non trova canali adeguati per smaltire l’acqua in eccesso.
Gerhard Mueller, vescovo di Ratisbona, protagonista dell’operazione di trasparenza avviata dalla Chiesa cattolica sugli abusi sessuali perpetrati in Germania da religiosi ai danni di minori, non è affatto della stessa opinione:
“Una stupidaggine pensare che all’origine degli abusi sessuali ci sia il celibato.”
Se però si confrontano le statistiche dei casi di pedofilia riguardanti i preti cattolici, con quelli di ortodossi o di pastori di altre chiese, come quelle protestanti – che per l’appunto non hanno l’obbligo del celibato – e che quindi possono costruirsi una famiglia e conseguentemente un’equilibrata vita affettiva, le differenze saltano subito all’occhio e si può osservare come il problema degli abusi sessuali riguarda unicamente il sacerdozio in seno alla Madre Chiesa.
Ovvio che indicare il celibato, o meglio la castità obbligatoria, come unica e decisiva causa è arbitrario, ma evidentemente il problema c’è e non solo per i laici, ma anche per i cattolici stessi che analizzano questo fenomeno terribile degli abusi.
Restano comunque, al di là del complesso problema, domande che non possono più essere eluse e rimandate: perché questa ostinazione della Chiesa a ritenere il celibato condizione indispensabile per il sacerdozio per poi attribuire, come di consueto, all’omosessualità la causa e quindi l’unico elemento da combattere? L’omosessuale come ‘capro espiatorio’ non basta più e credere ancora che il mondo possa ridurre la sessualità umana al solo esercizio riproduttivo all’interno del matrimonio, è forse anacronistico oltre che controproducente. Scrive Vito Mancuso, teologo fuori dal coro dottrinale:

Oggi assistiamo alla fine abbastanza ingloriosa del modello di vita sacerdotale sancito dal Concilio di Trento, e in genere portato avanti nel secondo millennio cristiano, con il legare obbligatoriamente alla vita sacerdotale la scelta celibataria. I crimini legati al clero pedofilo (che la gerarchia conosceva e copriva per anni) stanno scavando la fossa, anzi hanno già scavato la fossa, alla falsa idea della superiorità morale e spirituale del celibato.
Naturalmente non intendo per nulla cadere nell’eccesso opposto di chi ritiene la vita celibataria alienante e disumana a priori. Conosco preti celibi straordinari, modelli integerrimi di vita serena, pura, felicemente realizzata.
Voglio piuttosto esprimere la mia ferma convinzione che ciò che conta per un uomo di Dio (perché nulla di meno il prete è chiamato a essere) sia avere l’anima piena della luce e della gioia del vangelo, e che a questo scopo la condizione migliore sarà per uno vivere nel celibato e per un altro metter su famiglia, a seconda del temperamento e dell’attitudine personali.
(La Repubblica,18 marzo 2010)

Allora diventa evidente che lo sguardo necessario da ora in poi dovrà essere più ampio, in modo da accogliere i molteplici aspetti.
Aldo Bodrato così analizza il problema:

Dona adesso Dona adesso Dona adesso

Dicono che non il celibato in sé, ma la sua obbligatorietà e esclusività, come via di accesso ai ruoli guida nella comunità ecclesiale, tende a formare nelle coscienze degli aspiranti l’idea che l’emarginazione della questione sessuale nella vita del clero sia doverosa e che una scarsa propensione all’esercizio dell’amore eterosessuale o omosessuale è premessa indispensabile e sufficiente a fare un buon prete e ad aprirgli una promettente carriera. Di qui la creazione di un percorso formativo e la diffusione di una spiritualità celibataria, disattenta alla maturazione sessuale dell’individuo e propensa a lasciare aperte vie secondarie e deviate all’esercizio della sessualità stessa.
(Il Foglio, pubblicazione di cattolici di Torino, n° marzo 2010)

Dunque si fanno sempre più insistenti le voci di chi chiede un nuovo atteggiamento della Chiesa nei confronti della sessualità umana che bandisce una volta per tutte una rigidità con cui la dottrina cattolica continua a trattare il tema, rimanendo così semplicemente distaccata dalla realtà. E per quanto concerne la selezione degli ammessi ai seminari, nei modelli di vita proposti, nelle culture delle relazioni affettive, inizia a formarsi una nuova coscienza che accetta e accoglie anche i sacerdoti dichiaratamente omosessuali, ciò per evitare da un lato che questo torni ad essere una tendenza da reprimere e non piuttosto da vivere con serenità, dall’altro per evitare che il candidato al presbiterato abbia ritenuto forse di risolvere il proprio disagio sessuale abbracciando lo stato ecclesiastico e dunque il celibato, ottenendo così un danno ancora maggiore.

www.ildialogo.org/pretipedofili/Notizie_1275912719.htm

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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

No thanks, I’m not interested.