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il Portale della Rete L'ABUSO - Home » cardinale » Vienna, preghiere e cartellini rossi contro il Muro del Vaticano

Vienna, preghiere e cartellini rossi contro il Muro del Vaticano

Redazione WebNews by Redazione WebNews
23 Maggio 2010
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23/5/2010 (7:23) – UNA COMUNITA’ DI FEDELI APERTA A NUOVE IDEE
Iniziative in tutto il Paese per convincere la Chiesa di Roma a riformarsi.

I cattolici austriaci: “Perdiamo fedeli e vocazioni, è ora di dire no al celibato”
MARINA VERNA INVIATA A VIENNA
Da una tasca della sua borsa, Paul Weitzer – professore di matematica e teologia in pensione – estrae una cartolina rossa prestampata indirizzata a Benedikt XVI-Palazzo Apostolico-Città del Vaticano. Sulla parte sinistra, poche parole: «Cartellino rosso per il Vaticano. Adesso basta! Cambiare!».

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La firma è un sito Web, quello di «Wir sind Kirche» (noi siamo la Chiesa), piccola organizzazione di laici progressisti che da 15 anni è portavoce del malcontento dei fedeli e lavora per riformare la Chiesa dall’interno. «Noi pensiamo che sia sulla strada sbagliata, ma non vogliamo lasciarla, passare alla Chiesa luterana. Vogliamo cambiarla, riportarla ai fondamentali delle origini. Vogliamo che i sacerdoti siano liberi di scegliere se essere celibi o sposati, che le donne possano accedere al diaconato, che i messaggi dal pulpito siano di gioia e non di minaccia. Vogliamo far cadere il Muro del Vaticano!».

E allora, perché non copiare Lipsia e i suoi lunedì di preghiera che alla fine degli Anni 80 catalizzarono la protesta e contribuirono a far cadere il Muro di Berlino? Il primo appuntamento, a Vienna, è per giovedì alle 18 nella bellissima Chiesa di Donau City: un parallelepipedo di cromo e acciaio nero in mezzo ai grattacieli del quartiere Onu, con le pareti perforate da decine di «occhi» che convogliano la luce all’interno.

I «buchi» che i dissidenti vogliono scavare nel Muro del Vaticano fino a farlo crollare. Padre Albert – uno dei pochi che accettano di dare ospitalità a «Wir sind Kirche» – ha messo a disposizione la sua Chiesa, ma non celebrerà la messa: sarà un momento di preghiera gestito dai laici. A Graz l’hanno già fatto e la chiesa era piena – «più che alla domenica», dice Weitzer. Dunque si fa anche a Vienna, ogni mese. Consegnando a ogni fedele cartellini rossi da spedire in Vaticano. «Il Papa deve riconoscere le sue responsabilità dirette nello scandalo della pedofilia e trarne le conseguenze. Deve ritirarsi».

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Non è nuova alla teologia della riforma, Vienna. Cominciò con il sinodo del 1970 dopo il Concilio Vaticano II, quando sotto un cardinale illuminato e carismatico come Koenig molti teologi elaboravano nuove proposte – per esempio il celibato volontario – e nei consigli pastorali delle parrocchie i laici condividevano davvero le decisioni. La stagione felice finì nel 1985, con l’arrivo a Vienna di quel cardinal Groer che dieci anni dopo dovette lasciare la guida dell’arcidiocesi per le accuse di pedofilia e morì nel 2003, in disparte ma mai apertamente accusato. «Groer ha cancellato subito tutto quello che aveva fatto Koenig – racconta Weitzer -. Non riduceva neppure più allo stato laicale i preti che lo chiedevano. E’ stato allora che la gente ha cominciato a essere insoddisfatta, a non andare più in Chiesa. Le rivelazioni sulla pedofilia sono state solo la goccia finale».

Così, nel 1995, un pugno di teologi decise che era tempo di reagire e fondò «Wir sind Kirchen». Dopo 15 anni, di risultati, però non se ne sono praticamente visti. Nemmeno con il cardinal Schoenborn, che pure sembra aver fatto aperture impensabili. «Il cardinale parla parla parla, sorride sorride sorride, ma non si sposta di un centimetro – dice Weitzer -. E così pure il 95% dei vescovi: ci ascoltano, ma non succede niente. Solo adesso, con lo scandalo, siamo stati di nuovo ricevuti e ascoltati. Noi siamo dell’idea che l’origine degli abusi sta nel celibato obbligatorio».

Dunque, occorre ridiscutere la forma di vita dei sacerdoti: «Il celibato non è un dogma, è stato introdotto nel corso del tempo e dunque, cambiando le circostanze, può essere cambiato. Neppure i preservativi o il divieto di sacerdozio alle donne sono materia di fede. Perché dunque questa rigidezza? Che cosa deve ancora succedere perché la chiesa capisca che deve cambiare strada o è finita?». «Abbiamo sottovalutato la gerarchia – dice Martha Heizer, teologa e assistente di pedagogia delle religioni all’Università di Vienna -. Le Chiese che si svuotano, i fedeli che manifestano la loro frustrazione, i giovani che non vogliono più fare i preti pur studiando teologia – e la ragione me la dicono chiara: prete sì, casto no -, nulla sembra scuotere gli uomini del Vaticano. I laici possono dire quello che vogliono, è il clero che governa. Ma il meccanismo funziona perché ci sono dei laici che riconoscono questo potere e lo finanziano. Dobbiamo smetterla di chiedere sempre il permesso, dobbiamo cominciare a fare ciò che riteniamo giusto. Il tempo della paura è finito».

Martha Heizer ha conosciuto la frustrazione per l’inutilità di ciò che faceva – insegnare come si insegna religione nelle scuole -, ma proprio nel «no» di Papa Wojtyla al sacerdozio delle donne e alla comunione ai divorziati risposati ha trovato la motivazione per fondare «Wir sind Kirche» e rappresentare quella maggioranza silenziosa di laici – ma anche di sacerdoti – che vorrebbe tornare alla Chiesa delle origini, con la sua struttura democratica e senza l’ossessione del peccato sessuale. «Madre Chiesa! – e qui Heizer cita una collega che con lei ha scritto «Muttikan», una parodia del Vaticano dove sono le donne a tenere lontano dal potere gli uomini -. Chiudo gli occhi e vedo patriarchi, santi padri, vecchi parroci: qualcosa non quadra, le madri non sono così!».

La «marcia nelle istituzioni» di questa società semisegreta – che si raduna nelle case private e in pochissime parrocchie tolleranti e non ha una sede ma un sito – ha cambiato molto nelle teste della gente, ma di frutti ne ha raccolti pochi. Peter Weizer ne mostra uno: la posizione dell’altare in questa chiesa barocca alla periferia di Vienna – Maria Hietzing – per la quale i parrocchiani hanno discusso tre anni con il cardinale Schoenbron: «Volevamo un altare moderno al centro, senza pedana né scalini, solo sedie intorno, per simboleggiare che il sacerdote è uno di noi. Abbiamo discusso su ogni singolo banco, li volevamo togliere tutti, alla fine ci siamo accordati per sei file. E adesso la messa si celebra su questo cubo di marmo bianco circondato dai fedeli. Volevamo anche togliere la Madonna dall’altare maggiore e metterla in uno laterale: lei è importante ma non è il centro del cristianesimo, quel posto non è il suo. Su questo non l’abbiamo spuntata».

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C’è una conquista però ben maggiore, e il merito va tutto al cardinal Schoenborn: da novembre è avviato un percorso in cinque colloqui per portare i divorziati risposati alla comunione. E’ arrivato un ammonimento dal Vaticano, ma il cardinale non si è tirato indietro. Ha fatto anche dell’altro: ha affidato sette parroccchie a sacerdoti anglicani e ortodossi passati al cattolicesimo insieme a moglie e figli. Doveva essere un primo passo verso l’abolizione del celibato, ma lì sono arrivati guai grossi: uno di loro vuole divorziare. Il cardinale l’ha raccontato a Weitzer, spiegandogli che adesso ha ancora più problemi di prima. «Eccellenza – gli ha risposto – questi sono i nostri tempi e a questi tempi dobbiamo trovare risposte».

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