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Rete L'ABUSO - Associazione sopravvissuti agli abusi sessuali del clero
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il Portale della Rete L'ABUSO - Home » abusi sessuali » Così ha abusato di nostra figlia”

Così ha abusato di nostra figlia”

Redazione WebNews by Redazione WebNews
5 Maggio 2010
in World
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Mercoledì 05 Maggio 2010 09:35 Carmine Castoro
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Solo negli ultimi giorni hanno “lasciato” le funzioni di ministro di Dio i vescovi di Limerick, di Cloyne, e un terzo presule irlandese, James Moriarty, il vescovo di Bruges in Belgio, il vescovo di Augusta in Germania, e nuovi casi spuntano come funghi avvelenati anche in Italia via via che le vittime di abusi sessuali da parte di rappresentanti delle gerarchie ecclesiastiche trovano il coraggio di denunciare i loro carnefici tonacati.

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Una lunga lista di proscrizione. Storie torbide, buie, che a fatica escono da una riottosa clandestinità dove sono state seppellite per anni da una prassi interna al Vaticano e ai suoi apparati più elevati che impone di non divulgare la notizia di molestie e atti sessuali commessi da sacerdoti su inermi minorenni, di aspettare, di avere prove certe e insindacabili, di non stabilire subito rapporti di “buon vicinato” e di collaborazione con gli uffici giudiziari competenti dello Stato laico, di stornare l’attenzione dell’opinione pubblica, di pregare, questo sì, per il prete “intrappolato” dalla sua incoercibile carnalità e per le sue vittime, ma di uscire allo scoperto e di avere pietà e rispetto per queste ultime, no. Finché si può. Finché il segreto regge e i documenti pontifici che negli ultimi decenni, a partire dalla Crimen Sollicitationis del ‘62, hanno imposto prudenza, omertà e una pianificata omissione di fatti e responsabilità, riescono ad alzare un argine. Poi l’argine si rompe. E al dossier della commissione Murphy in Irlanda e ad una trasmissione d’inchiesta nello stesso Paese dal titolo Cardinal Secrets, fanno seguito in Italia il libro-choc Il Peccato nascosto (Nutrimenti), poi le dichiarazioni vibranti dello stesso Papa di condanna dei preti pedofili e le indagini e le sentenze della magistratura. Una ragnatela di vere e proprie sequenze criminali commesse all’ombra delle canoniche che passano dai palpeggiamenti, alle violenze esplicite e ripetute, alle punizioni corporali, all’uso di materiale pornografico, a reati gravissimi di tipo seriale che sanno di innocenza violata, di tenerezza sporcata, di fiori recisi.

L’avvocato Claudia Colombo sta difendendo una decina di bambine di Ferrara vittime di abusi in un asilo religioso da parte del parroco direttore. Il prelato è stato condannato in primo grado il 9 aprile del 2008 a sei anni e dieci mesi di reclusione per atti sessuali su minori di anni 10 e per violenza sessuale su due insegnanti dello stesso istituto, e al pagamento di una provvisionale di decine di migliaia di euro che non liquida perché nullatenente. E la Curia tace. In esclusiva per Il Punto, i genitori di una di queste bambine hanno accettato di raccontare la loro tristissima esperienza fatta di verità strazianti e di civica nobiltà. (Con P le risposte del papà, con M quelle della mamma).

Innanzitutto, qual è il senso del vostro essere qui oggi?
P: «E’ un modo di far capire che quando succedono questi fatti bisogna agire subito e fare delle denunce. Poi vorremmo anche far capire come ci si sente quando si affida la propria figlia a una persona di fiducia – nel caso di un prete è come se la si affidasse direttamente a Dio -, e poi traditi senza nemmeno una dichiarazione di scusa o un “mi dispiace”. Certo, bisogna aspettare i tre gradi di giudizio, ma non c’è stato nessun atto di volontà, di pudore, di carità cristiana».
C’è nei vostri ricordi un momento preciso, un primo giorno in cui il dramma ha preso avvio?
M: «Ricevetti una prima telefonata da una insegnante di mia figlia un pomeriggio verso le 4; inaspettata, lei era una ragazza con la quale avevamo come tutti i genitori un buon rapporto. Disse: “E’ successo qualcosa? Vi hanno chiamato i carabinieri?”. Non capivamo. Il giorno dopo arrivarono i carabinieri a casa con un documento di convocazione e ci siamo dovuti presentare in caserma, del tutto ignari di essere parte lesa. A quel punto è successo l’inferno, ci è caduto tutto addosso, certe cose sei abituato a vederle in tv, ma quando capitano a te ti distruggono la vita, sbatti la testa, non capisci cosa è successo, sei nel più completo buio. Noi pensavamo, tra l’altro, di essere stati chiamati per testimoniare su una scena che riguardava un bacio plateale dato dal prete a una bambina in particolare all’interno dell’asilo, vista da me e da un’altra mamma, ma non pensavamo che ci fosse altro fango sotto».
P: «Si trattava di cose che si ripetevano da due anni, e la questione è saltata fuori dopo due anni. E’ questo che ci ha lasciati del tutto basiti, il fatto che chi ha visto ha lasciato correre, sottovalutando. A quel punto io e mia moglie abbiamo dovuto scavare, ricostruire dichiarazioni e frasi che i bimbi di solito dicono con fantasia, o magari per la svogliatezza di non andare a scuola. Due anni di pensieri, parole per capire. E combaciava tutto».
Avete mai avuto sentori, nella normale vita familiare, di qualcosa che stava cambiando nei comportamenti di vostra figlia come conseguenza delle molestie?
M: «Solo episodi che i genitori di norma inquadrano come fisiologiche fasi di crescita. Con qualche accentuazione, però. A volte quando andavo a fumare fuori casa, oltre una porta finestra, urlava spaventatissima per la paura di restare sola dietro il vetro. All’asilo mostrava a volte intolleranza ad andare con una babysitter che impiegava tantissimo tempo a lasciarla sola, non ci voleva stare, e io mi precipitavo appena finivo di lavorare per prenderla subito perché rimaneva buona poche ore. Ma pensi che siano capricci, magari ti senti in colpa perché sei impegnata per tantissime ore al giorno, e una figlia vuole stare coi genitori, ma non pensi mai che si tratti di un sentimento profondo di disagio. Finito quel periodo ricordiamo che disse: “Non voglio più andare a quell’asilaccio”».
E qualche segnale di allarme più di tipo fisico, emotivo?
M: «Un’affermazione, col senno di poi, l’abbiamo incanalata nel giusto senso. Da un certo momento in poi nell’andare in bagno chiudeva la porta, anche se non c’era la chiave, dicendo “ho bisogno della mia privacy, all’asilo il prete è sempre lì che viene da noi bimbe grandi ad asciugarci, ma noi non ne abbiamo bisogno, lui deve accudire le bimbe piccole, noi siamo autosufficienti”».
P: «Personalmente ho inteso queste frasi nel senso della responsabilità, della vigilanza pura e semplice che il prete attuava per evitare che i bimbi si facessero male, che facessero i monelli. Solo dopo abbiamo capito la diversità di queste parole, mentre all’inizio sembrava che lei volesse dire: “Io non ho bisogno di assistenza, sono una bimba sveglia”».
Avete sensi di colpa per non aver intuito il peggio?
M: «No sensi di colpa, tanta rabbia, perché non ci si può fidare nemmeno della propria ombra».
P: «Inizialmente abbiamo provato uno stupore grande, superi diverse fasi emotive poi razionalmente metti insieme i fatti e cerchi di capire, perché si tratta di una persona malata, in altro modo non la si può definire. Ma la cosa più fastidiosa è stato constatare che le cose andavano avanti da due anni, e invece bisognava affrontare e stroncare tutto sul nascere. La cosa rilevante è l’arco temporale: dai fatti alla denuncia gli episodi criminosi sono andati avanti e si sono ripetuti».
Come avete gestito il rapporto con lei dopo la scoperta della verità?
M: «Uscita dall’asilo non ne ha più parlato, né ha dato segni di intolleranza, ha continuato a fare quello che una bimba della sua età fa. In quarta elementare non voleva più andare a scuola, all’improvviso, pur avendo dimostrato ottimo spirito di adattamento facendo due anni in una scuola e tre in un’altra. Diciamo che dopo lo scoppio della vicenda abbiamo fatto da noi e, nonostante la tristezza di questo periodo particolare, non si è accorta di niente. Una psicologa ci ha fatto capire che blocchi di questo tipo non sono infrequenti, temevamo fosse la ritorsione di qualche elemento legato alle molestie, ma sembra sia solo una paura irrazionale, un episodio occasionale legato alla crescita. La psicologa mi ha fatto domande sulla gravidanza, il concepimento, perché sembra che qualsiasi dramma dall’embrione possa creare queste angosce. Per ora siamo rimasti così, sospesi. Quando è andata in quinta, passavo ogni mattina a osservarla».
P: «E’ ancora ingenua, aspetterò due tre anni per parlare, ma quando è matura le spiegherò i fatti».
La vicenda di vostra figlia ha inciso anche su di voi?
M: «Ci siamo richiusi come in un guscio. Perdi la voglia di vivere, di fare qualsiasi cosa, vai a lavorare un po’ in trance, lui si è rinchiuso nella sua musica, abbiamo quasi eretto una barriera tra di noi per non soffrire: non ci si guardava in faccia per non rispecchiare il reciproco dolore, una barriera a 360 gradi fra noi e col mondo esterno per proteggerci, come se non fosse successo niente. Io sono più nervosa, agitata, darei fuoco a mezzo mondo».
P: «Quando si fa violenza a un bimbo che non sa difendersi, non hai strumenti in mano, da dove cominci? Non si ha esperienza, sei lì, ti dici: “Qualcosa dovrò fare, ma poi ognuno ha il suo carattere, chi sbraita, chi si chiude, io sono calmo e pacato, ma ognuno ha il suo modo di assimilare l’amarezza».
Avete dovuto far finta di niente…
M: «Esatto, sorrisi, tranquillità, anche se dentro tutto si amplifica e quando ti arrabbi sei sul limite del crollo, ti accorgi che stai urlando più del solito, quando magari il figlio non ha colpa, o per cose futili».
Avete temuto il giudizio della gente?
M: «Non tanto il giudizio, quanto il vuoto. E poi quella sottile accusa di andare contro la Chiesa per chissà quale mania di protagonismo, quando invece le persone toccate da questo problema sono tante».
P: «Un’istituzione come la Chiesa è guardata con reverenza, ma che l’abbia commessa un padre di famiglia o un prete, la violenza deve essere giudicata e condannata, e non far passare per delinquente chi denuncia un prete. Oggi avremmo avuto maggiore appoggio dall’opinione pubblica perché si è scoperta la pentola».
Che idea vi siete fatti della pedofilia dei preti?
M: «La considero aberrante, una delle peggiori schifezze al mondo, un grosso tradimento della fiducia che hai riposto in chi ha una posizione delicata. Io che andavo a prendere la bimba e avevo un rapporto di amicizia con insegnanti ed educatrici, vedevo che una di queste spesso era in lacrime, il clima era teso, i bambini tutti seduti in silenzio, ma non me lo spiegavo: pensavo che erano stati sgridati perché troppo esuberanti, poi abbiamo scoperto i fatti. Ci guardava in faccia e piangeva, ci credo, vergognati…».
Non vi eravate accorti delle attenzioni del prete verso vostra figlia?
M: «Non nei confronti di nostra figlia, ma il comportamento ambiguo e inqualificabile verso un’altra bambina con baci espliciti, fisici, nel cortile, tra le mamme, era tangibile, e la situazione era arrivata a un punto di rottura. La stessa scena si ripeteva alla luce del sole, il cortile era a vista e asilo e parrocchia erano collegati. Quando ho incrociato lo sguardo del prete in aula ho provato schifo e rabbia e pensieri diciamo fantasiosi contro di lui che tutti proverebbero al posto mio».
Che futuro pensate aspetti voi e la crescita della bambina?
M: «Aspettiamo di vedere come prosegue tutto e come affronteremo la cosa con la bambina che diventerà adolescente. Se ci saranno conseguenze psicologiche per lei non si può dire: rispetto ad altre bambine, sono state leggere queste invadenze da parte del prete, ma anche lì è un rimandare, un vivere alla giornata. Per ora è tranquilla, stiamo a guardare».
Cosa vi sentite di suggerire a genitori che si trovassero in analoghe situazioni?
P: «Denunciare e non tacere: se avete dubbi parlatene e non state zitti, perché a certe cose non si dà peso, le si prende come nel nostro caso per forme di vicinanza, di sorveglianza».
M: «Io mi sento di dire che è molto importante affidarsi a strutture dove tante persone sono in grado di aiutarti; non siamo mai soli e non dobbiamo vergognarci. E’ semplicissimo aprire le giuste porte e avere giusti consigli».
Per paradosso, adesso volete più bene a vostra figlia?
M: «Non siamo diventati iperprotettivi, il controllo, l’educazione sono fondamentali. Farà la cresima normalmente, non l’abbiamo isolata dall’ambiente ecclesiastico perché se uno è malato non è che tutti lo sono. Qui da noi in paese la Chiesa si sente nel suo vero essere, lì era qualcosa allo sbando. Non l’abbiamo demonizzata, come culto non lo abbiamo escluso dalla nostra vita. Ha sbagliato una persona per menefreghismo e disumanità, e non la Chiesa».

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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

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