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il Portale della Rete L'ABUSO - Home » asilo » “prete pedofilo, la curia si difende ma non risponde alle famiglie – michele smargiassi”

“prete pedofilo, la curia si difende ma non risponde alle famiglie – michele smargiassi”

Redazione WebNews by Redazione WebNews
7 Febbraio 2010
in Emilia Romagna
Reading Time: 3 mins read
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“prete pedofilo, la curia si difende ma non risponde alle famiglie – michele smargiassi”

Data: 12/02/2010
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Cronaca Locale
Pagina III – Bologna L´inchiesta Prete pedofilo, la Curia si difende ma non risponde alle famiglie MICHELE SMARGIASSI La Curia continua a tacere, ma fa parlare i suoi avvocati. Martedì l´avvocatessa delle piccole vittime delle molestie del prete-maestro di un asilo parrocchiale del ferrarese, condannato due anni fa in primo grado, ha chiesto pubblicamente al cardinale Caffarra di farsi carico dei risarcimenti alle famiglie, che il sacerdote non può pagare. Ieri, dopo che Repubblica ha ricostruito l´intera triste storia dell´abuso, degli imbarazzi e del lungo silenzio mantenuto dalla Curia di Bologna (da cui dipende quella parrocchia), è stato l´avvocato Giuseppe Coliva a farsi vivo a nome delle gerarchie ecclesiastiche, con un formale invito alla rettifica che però, di fatto, non contesta nessuna delle notizie da noi riportate, provenienti integralmente dalla sentenza del Tribunale di Ferrara e dagli atti del processo. Infatti è contro quella sentenza che l´avvocato, volendo smentire «il preteso ‘muro di gomma´ opposto dalle autorità ecclesiali» si vede costretto ad indirizzare le sue critiche affermando che «il tribunale offre una non corretta e suggestiva lettura dei fatti». Un´osservazione, questa, che andrà dunque rivolta al tribunale dell´appello, sempre che all´appello si arrivi, visto che la data del secondo grado pare essere stata fissata fra due anni, con rischio di prescrizione.
SEGUE A PAGINA XI

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12/02/2010 11:16
Ultima chiamata per don Felix

Nulla di fatto nella riunione promossa dalla «Rete contro la violenza di genere»

Dona adesso Dona adesso Dona adesso

CAMPOBASSO La riunione promossa dalla rete contro la violenza di Genere, presieduta da Giuditta Lembo e dedicata al caso «don Felix» più che per le presenze ha lasciato il segno per le sue assenze. Mancavano, seppure con una nota che ne giustificava l’assenza, tanto il comitato spontaneo costituitosi a Cercemaggiore per l’allontanamento del rete maltese, sia il tutore pubblico dei minori, Nunzia Lattanzio. In pratica i due protagonisti del braccio di ferro con la Curia vescovile di Campobasso, la vera grande assente dell’intera vicenda, responsabile del mantenimento nel comune molisano del sacerdote condannato per fatti di violenza su minori.
Il tentativo della «Rete» è stato quello di arrivare ad una pacificazione degli animi, decisamente esacerbati, tra le parti in causa. Da un lato i sostenitori di don Felix, dall’altro i suoi avversari. Chi ha seguito le vicende di queste ultime settimane sa bene come la comunità di Cercemaggiore si sia letteralmente spaccata sul delicato tema della permanenza di don Felix alla guida delle anime cercesi. Da una parte chi a ritenuto quella condanna infamante e quindi destinata a determinare l’allontanamento del prete, dall’altra chi invece ha visto nell’arrivo del sacerdote come una benedizione che ha fatto rifiorire l’amore per la Chiesa tra i credenti del paese.
La questione, in determinati momenti, ha assunto un rilievo di ordine pubblico. Sono volta, in più circostanze, parole grosse. Massiccia, in paese, anche la presenza delle forze dell’ordine in occasioni di manife stazioni di segno opposto.
Ieri, quindi, l’occasione era quella di sedersi tutti attorno a un tavolo e cercare di ragionare al fine di ritrovare serenità ed equilibrio. Un’opportunità tardiva, secondo l’interpretazione del «Comitato per la sicurezza e la legalità», quello avverso a don Felix. Della vicenda, fanno sapere, si discute da circa cinque mesi e, in ogni caso, nessuno potrà cancellare la condanna per pedofilia.
Su questo tema, nelle intenzioni della «Rete» riunitasi ieri con i soli sostenitori di don Felix, ha relazionato il noto penalista campobassano Gianfederico Cecanese. Il legale, autore di un testo di studio sul tema del «patteggiamento», ha spiegato come questa formula processuale non valga come ammissione di colpa. Il rito scelto da don Felix, o meglio dai suoi legali, riguarda solo la determinazione della pena ma non il raggiungimento e la formazione di una prova di colpevolezza. Potrebbero essere state, in buona sostanza, le ragione che hanno indotto il sacerdote e i suoi legali a intraprendere quella strada che poi ha portato alla condanna. La prova, sostiene il legale, è solo quella che si forma in dibattimento. In sede di patteggiamento il giudice prende atto solo della determinazione della pena così come stabilita direttamente dalle parti in causa.
Queste le valutazioni processuali. Resta tuttavia sullo sfondo il rumore di una vicenda che non si placa. Per il momento le certezze sono due: la condanna di don Felix e la sua dipartita da Cercemaggiore.

Pasquale Di Bello

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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

No thanks, I’m not interested.