È stato riferito, tempo fa, che il Papa voleva che i diplomatici vaticani intervenissero con più vigore negli affari del mondo, per assicurare che l’insegnamento cattolico avesse un peso maggiore nelle decisioni relative a diritti umani, programmi d’aiuto e controllo della popolazione. Durante la stessa settimana, funzionari dell’ONU si sono lamentati per una campagna intrapresa dal Vaticano che ostacolava i loro sforzi tesi alla realizzazione degli impegni presi al Cairo cinque anni prima: ridurre il numero delle donne che morivano durante il parto ed aumentare la capacità riproduttiva dei giovani.
La coincidenza delle due notizie mi ha fatto riflettere sul fatto che la Chiesa Cattolica ha i suoi diplomatici accreditati in vari Paesi ed è rappresentata sia all’ONU, oltre che in un gran numero di enti internazionali. Dopo tutto, essa è una chiesa, non una nazione, e nessun’altra religione è coinvolta in questo modo nella politica globale. È opinione comune che questa doppia autorità derivi dal fatto che la Città del Vaticano è uno Stato, ma non è così semplice: ciò che ha a che fare con la religione, non è mai cosa semplice. Infatti, non è la Città del Vaticano ad essere riconosciuta dall’ONU e nelle Cancellerie del mondo, ma la Santa Sede, cosa piuttosto strana a prima vista. La Città del Vaticano può essere considerata uno Stato, sebbene di dimensioni microscopiche – un’area di meno di mezzo chilometro quadrato e con meno di 500 cittadini – ma la «questione» Santa Sede è, nell’insieme, un affare molto nebuloso.
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