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Portale della Rete L'ABUSO - Associazione sopravvissuti | News | Chiesa e pedofilia, la fortuna di chiamarsi Ratzinger

Chiesa e pedofilia, la fortuna di chiamarsi Ratzinger

Un'inchiesta in Germania ha accertato 231 casi di abusi compiuti sui bambini del coro della cattedrale di Ratisbona negli anni in cui era diretto dal fratello di Benedetto XVI.

Redazione WebNews by Redazione WebNews
9 Gennaio 2016
in News
Reading Time: 3 mins read
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Pestaggi, torture, violenze. Pedofilia. Per almeno 40 anni i bambini del coro delle voci bianche della cattedrale di Ratisbona in Baviera hanno subito di tutto da alcuni dei loro educatori. In 231 sono stati sottoposti ad abusi di ogni genere al buio delle stanze della storica istituzione fondata nel 975 e diretta per 30 anni fino al 1994 da mons. Georg Ratzinger, fratello del papa emerito Benedetto XVI. Sono le conclusioni dell’inchiesta commissionata dalla direzione del Coro nel 2010 all’avvocato Ulrich Weber rese note venerdì 8 gennaio durante una conferenza stampa a Ratisbona. La notizia è velocemente rimbalzata dall’Europa negli Stati Uniti, dove il New York Times è uscito con un importante articolo, ma senza passare per l’Italia. Nessuna delle grandi testate nostrane le ha degnato la giusta attenzione. Non il Corriere, non Repubblica e nemmeno Vatican Insider de La Stampa. Strano, perché di solito non perdono occasione per sparare in prima anche i sacri starnuti vaticani.

Secondo una stima di Weber gli abusi potrebbero essere stati molti di più. Un terzo dei giovani che sono passati per il coro tra il 1953 e il 1993 ha affermato di aver subito molestie. Il principale responsabile indicato dagli investigatori è stato Johann Meier, direttore dello studentato del coro dal 1953 fino al suo pensionamento avvenuto nel 1992. Meier è morto improvvisamente in quello stesso anno. Già al centro di un’inchiesta scattata nel 1987 in seguito a numerose segnalazioni Maier era rimasto al suo posto e nessuno intraprese azioni penali nei suoi confronti. Si arriva poi a marzo 2010 quando spuntano rivelazioni che arrivano a sfiorare addirittura monsignor Georg Ratzinger.

La vicenda esplode dopo la pubblicazione di una lettera sul sito della diocesi di Ratisbona firmata dalla direzione del coro, che si rivolse a genitori, coristi e collaboratori spiegando di essere venuta a conoscenza di un caso di pedofilia avvenuto all’inizio degli anni Sessanta tra i Domspatzen (ovvero i “passeri del duomo”, così viene chiamato il coro famoso in tutto il mondo). Il fatto fu confermato dal vescovo della cittadina tedesca, Gerhard Ludwig Müller, ma non era chiaro se fossero state commesse all’interno del coro oppure in un’altra istituzione. Gli amministratori dei Domspatzen ammisero comunque che c’erano indizi concreti di abusi da parte di Meier. Quanto a monsignor Ratzinger, in un’intervista radiofonica alla BR (Bayerische Rundfunk) il fratello del papa emerito sostenne di non essere a conoscenza di casi di pedofilia commessi all’epoca in cui era direttore. In breve le accuse si moltiplicarono. In una conferenza stampa, il portavoce della diocesi di Ratisbona, Clemens Neck, parlò di «sospetti concreti» nei confronti di due ex direttori delle voci bianche del coro, vicende «che in generale erano già note» in diocesi. Smentendo così l’affermazione di Ratzinger ma nessuno ha mai voluto approfondire. I due religiosi, morti nel 1984, sarebbero anche finiti in prigione per gli abusi commessi. Il primo, un ex insegnante di religione e direttore del collegio, sarebbe stato allontanato nel 1958 mentre l’altro, direttore anch’egli del collegio per alcuni mesi, sarebbe stato condannato nel 1971.

La responsabile della diocesi di Ratisbona per i casi di pedofilia, la psicologa Birgit Boehm, chiese quindi a tutte le vittime di farsi avanti. «Vogliamo fare un’inchiesta trasparente», disse mons. Neck, annunciando la creazione di una commissione da parte del vescovo Müller. Dal canto suo la Santa Sede, all’epoca guidata da Joseph Ratzinger, in una nota emessa dal vicedirettore della sala stampa vaticana, informò il mondo che «stava prendendo molto sul serio tutta la vicenda dello scandalo di pedofilia in Germania», pur senza intervenire direttamente sul caso Ratisbona (che come è noto non era l’unico). Dunque, mai una riga in Vaticano è stata dedicata ai Domspatzen. Nè dopo l’avvio dell’inchiesta auspicata dalla diocesi, né oggi che si è conclusa. E questo forse spiega perché la stampa italiana rimane muta e quanto sia influente, ancora, Benedetto XVI.

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Federico Tulli

http://cronachelaiche.globalist.it/Detail_News_Display?ID=125023&typeb=0&chiesa-e-pedofilia-la-fortuna-di-chiamarsi-ratzinger

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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

No thanks, I’m not interested.