Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: preti pedofili

  • Abusi in Chiesa, la denuncia di Schoenborn: Sodano non mi credette

    di Askanews

    Roma, 28 nov. (askanews) – Il cardinale arcivescovo di Vienna, Christoph Schoenborn, ha raccontato dello scontro verbale che ebbe con l’ex Segretario di Stato vaticano, Angelo Sodano, oggi decano del collegio cardinalizio, in merito agli abusi sessuali sui minori.L’episodio è noto ma era sempre stata circondata da un alone di riservatezza. E invece in una lectio alla università di Vienna, il porporato ha svelato i dettagli di quella vicenda.Schoenborn venne in contatto con le vittime di pedofilia nel 1995 dopo che il suo predecessore, il cardinale Hans Hermann Groer, venne accusato di abusi. Nei tre anni seguiti alla sua nomina, ha ricordato, ascoltò le loro testimonianze, ed è stato “traumatico scoprire quanto l’abuso sessuale del clero è legato con il sacramento della Riconciiazione e scoprire che spesso inizia nel confessionale”. Alla fine, giunse alla conclusione che quello che le vittime gli avevano detto era vero. A marzo del 1998, Schoenborn ed altri tre vescovi austriaci dichiararono pubblicamente che erano arrivati alla “certezza morale” che le accuse contro Groer erano “sostanzialmente” corrette. Pochi mesi dopo, nel corso della periodica visita “ad limina” a Roma, i vescovi austriaci criticarono il modo in cui la Chiesa aveva (male) accolto le denunce contro Groer, nel rapporto preparato per il Papa, ma un vescovo, Kurt Krenn di Sankt Poelten, strenuo sostenitore di Groer, attaccò i suoi confratelli vescovi di mentire e di avere preparato una trappola.”Ho sperimentato la stessa cosa nella mia controversia con il cardinale Sodano, che mi ha letteralmente detto in faccia: ‘Vittime? Questo è quello che dici tu!”.Era il 2010, in pieno pontificato Ratzinger. Sodano, in occasione delle cerimonie di Pasqua, prese la parola in piazza San Pietro per affermare che le informazioni sugli abusi sessuali su minori perpetrati da preti pedofili erano solo “un chiacchiericcio”. In un colloquio riservato con alcuni giornalisti, poi pubblicato, Schoenborn espresso il proprio sconcerto per quella che definì una “pesante offesa per le vittime”. A giugno Schoenborn fu convocato da Bendetto XVI, suo mentore in passato, e dovette esprimere al Pontefice il proprio “dispiacere” per le interpretazioni date ad alcune sue affermazioni sul conto di Sodano, in un’udienza a porte chiuse alla quale poi si unirono anche lo stesso Sodano e il suo successore quale Segretario di Stato, Tarcisio Bertone.”Alcune persone in Vaticano mentirono”, ha detto ora Schoenborn. Hanno umiliato le vittime per proteggere la Chiesa, “ma la Chiesa è meglio servita quando la verità è rivelata. ‘La verità vi renderà liberi’”.In una lectio di 50 minuti, raccontata sul Tablet da Christa Pongratz-Lippitt, l’arcivescovo di Vienna ha detto che dopo aver ascoltato per oltre venti anni le vittime dei preti abusatori è giunto alla conclusione che l’abuso sessuale e spirituale – “ma soprattutto l’abuso di potere clericale” – è “una realtà enorme” nella Chiesa cattolica.Quanto a Benedetto XVI, egli ha approntato “una diagnosi che non voglio criticare ma voglio solo correggere citando alcune cifre. Benedetto è dell’opinione che l’abuso sessuale clericale ha le sue origini nel movimento del 1968. Le cifre per l’Austria mostrano un immagine totalmente differente”. In particolare, in Austria il 60 per cento dei casi è stato commesso tra il 1940 e il 1969. Il numero è sceso al 29 per cento tra il 1970 e il 1979 e al mero 0,9 per cento dal 2000. Il fatto che la maggior parte degli abusi sia avvenuto prima del Concilio vaticano II fa pensare, ha sottolineato Schoenborn, che ha puntato il dito contro il sistema chiuso che vigeva nella Chiesa prima del Concilio: “Nei sistemi chiusi l’abuso avviene molto più frequentemente che in quelli aperti”.

  • L’Argentina condanna i preti pedofili ma l’Italia rifiuta l’estradizione

    L’Argentina condanna i preti pedofili ma l’Italia rifiuta l’estradizione

    Abusi sui bambini sordi dell’istituto Provolo: 42 anni di carcere per un sacerdote veronese. Ma i giudici di Venezia rigettano la richiesta argentina di arrestare un altro religioso italiano, scappato a Verona. E filmato dall’Espresso

    DI PAOLO BIONDANI E ANDREA TORNAGO
    L’Argentina condanna i preti pedofili, ma l’Italia nega l’estradizione del ricercato: un religioso che è sfuggito all’arresto scappando a Verona, dove vive libero e indisturbato.
    Dall’altra parte del mondo, la magistratura argentina ha pronunciato ieri una sentenza storica. Per la prima volta un’autorità giudiziaria ha condannato due sacerdoti dell’Istituto Provolo, che ha la casa madre a Verona, per una serie di abusi e violenze sessuali commessi tra il 2005 e il 2016 su vittime minorenni: bambini sordi, spesso orfani, che vivevano nell’educandato di Mendoza. Una sentenza pesante, che conferma la gravità dei fatti attribuiti ai religiosi della Compagnia di Maria, la congregazione vaticana che gestisce l’istituto Provolo: 45 anni di reclusione per il prete argentino Horacio Corbacho, 42 anni per il sacerdote veronese Nicola Corradi, che del centro di Mendoza è stato anche direttore. Condannato a 18 anni anche il giardiniere della scuola, il 57enne Armando Gómez.
    I tre imputati sono stati arrestati nel novembre 2016. Don Corradi ha poi ottenuto i domiciliari per motivi di salute. All’arresto è invece sfuggito un altro religioso veronese, Eliseo Pirmati,accusato di violenza sessuale aggravata, atti osceni e corruzione di minorenni in un procedimento collegato, che riguarda un’altra sede del Provolo in Argentina.
    Un’inchiesta giornalistica dell’Espresso ha rivelato che il religioso italiano, dopo i primi arresti in Argentina, è tornato a Verona, sfuggendo così al successivo mandato di cattura. Nel giugno scorso Pirmati è stato filmato dall’Espresso mentre andava a messa e poi rientrava nella sede centrale del Provolo a Verona, dove ha un alloggio. Sull’inchiesta argentina, ha detto solo: «Non so niente». Quindi i giudici argentini hanno presentato alle autorità italiane una formale richiesta di estradizione, trasmessa l’8 ottobre scorso ai magistrati di Venezia. Qui, dieci giorni dopo, la Procura generale ha rigettato la domanda argentina, come risulta dal provvedimento, datato 18 ottobre 2019, di cui l’Espresso ha ottenuto copia.
    Le pesanti condanne in Argentina e lo stop italiano all’estradizione, almeno temporaneo, approfondiscono ancora di più il solco tra due nazioni con grandi legami storici. In Argentina il caso Provolo è considerato uno dei più gravi scandali di pedofilia nella Chiesa cattolica. In Italia il caso fu scoperchiato solo da un’inchiesta dell’Espresso firmata da Paolo Tessadri, che raccolse le prime testimonianze, videoregistrate, di decine di vittime. La successiva istruttoria eccelesiastica, però, si è chiusa senza alcuna condanna. E la magistratura veronese ha dovuto archiviare tutte le accuse per prescrizione. Gli atti della lacunosa istruttoria vaticana, recuperati l’anno scorso dall’Espresso, mostrano che i vertici del Provolo si limitavano a trasferire da una sede all’altra i religiosi accusati da diverse vittime. Tra loro, spicca proprio don Corradi, che fu spostato negli anni Settanta da Verona in Argentina, dove secondo la sentenza di ieri ha ricominciato ad abusare dei bambini. Una trama che ricorda il caso Spotlight, il film sullo scandalo dei preti pedofili americani svelato da un’inchiesta giornalistica del Boston Globe.
  • Savona – e le LINEE GUIDA DELLA CEI per la tutela dei minori

    Savona – e le LINEE GUIDA DELLA CEI per la tutela dei minori

    Bella serata, anche se il pubblico era davvero scarso, una trentina di persone in tutto, compreso il Vescovo. Il relatore annunciato nel volantino, don Gottfried Ugolini della Diocesi di Bolzano-Bressanone, è uno dei sette membri del Consiglio di Presidenza del Servizio Nazionale per la tutela dei minori, organismo della Cei.

    Perfetto. Persona autorevole e preparata per illustrare ciò che è stato annunciato nel titolo del volantino di questa serata, 19 novembre 2019: si parlerà della Linee Guida della CEI per la tutela dei minori. Finalmente una Diocesi coraggiosa che riuscirà a mettere in luce tutti i cavilli presenti nel documento della Cei.

    L’inizio però mi spiazza subito: don Ugolini introduce la serata affermando che avrà un approccio umano e pastorale più che giuridico, che si parlerà di “relazione”, “rispetto” e “responsabilità” ed inizia a proiettare delle slide che affrontano il tema degli abusi in chiave psicologica e, solo in minima parte, prende in considerazione il fenomeno considerando l’abusatore nella figura del prete.

    Nulla viene detto rispetto alla responsabilità di chi sa e non denuncia all’interno della chiesa. Nulla viene detto rispetto all’importanza di denunciare. Non vi sono indicazioni operative, ho quasi la sensazione di essere ad un corso di aggiornamento in ambito psicologico, sono quasi spiazzata dalla banalità del discorso. Forse il titolo annunciato per la serata è fuorviante perché io mi aspettavo davvero ben altro.

    Pazientemente ascoltiamo tutto, prendo qualche appunto, fotografo le slide. Due frasi in particolare mi hanno colpito: “La chiesa è al servizio di coloro che sono stati abusati” e “La chiesa è una delle poche realtà che prende sul serio questo problema”, le ho trascritte subito per non rischiare di manipolarne in seguito il ricordo. Due frasi che per me sono come una pugnalata, come il coltello che, ben conficcato, si rigira nella piaga. Ma come è possibile? Nell’esperienza della mia famiglia la distanza da quelle affermazioni è abissale.

    Le slide proseguono… e anche l’illustrazione da parte di don Ugolini.

    “Che cosa può offrire la Chiesa alle vittime?”. Anche qui l’elenco è disarmante. Nessuno, a nessun livello, nella Chiesa ha mai chiesto scusa a mio figlio, e tanto meno offerto “ogni necessario sostegno e riparazione”. Se poi penso al processo in Tribunale, la frase “Assumere la responsabilità e rendersi conto dei propri errori” è davvero una barzelletta di cattivo gusto.

    Così come “Riconoscimento della sofferenza e ricostruzione della fiducia” e “Coraggio di confrontarsi con la realtà e di cambiare” sono parole vuote, rimbombano nel microfono del relatore ma non hanno alcun significato concreto. Belle, inutili, pompose parole… frasi che non appartengono alla realtà delle vittime dei preti pedofili. Posso parlare per esperienza personale, ma posso anche esprimermi a nome di tante altre vittime che ho conosciuto tramite l’Associazione Rete L’ABUSO. La storia di ciascuno appartiene a un copione: la gestione da parte della Chiesa non ha Linee Guida che tengano.. le vittime sono una “scocciatura”…

    E poi questa slide:

    Rispetto alla “Azione pastorale nelle comunità dove è avvenuto l’abuso e/o dove ha vissuto l’abusatore” siamo davvero alla FANTASCIENZA. Penso alla mia Parrocchia di Rozzano, ma anche a quella di Randazzo, o a quella di Portocannone, così come di Savona o si Serina… l’elenco è davvero lungo…

    Di chi parlava don Ugolini? Non escludo a priori che ci possa essere qualche “isola felice”, ma è indispensabile che tale “isola felice” sia riconosciuta anche dalle vittime del luogo, altrimenti è un bel compitino sulla carta, quella apparenza che offende l’onestà intellettuale di chi ascolta. Le vittime sono stufe e irritate dalle belle parole.

    Le vittime cattoliche fanno davvero fatica a sentirsi accolte dalla Chiesa e, serate come questa, hanno solo la bontà di aumentare la determinazione a non tacere.

    Le LINEE GUIDA della Cei? Forse se ne parlerà un’altra volta… chissà…

    Cristina Balestrini

    (per approfondire è possibile acquistare il libro “Chiesa: perché mi fai male?”. Il ricavato della vendita è destinato a Rete L’ABUSO https://www.amazon.it/dp/1085988945 )

  • Preti & scandali sessuali. La pagina nera della Chiesa

    Preti & scandali sessuali. La pagina nera della Chiesa

    Preti & scandali sessuali: il fenomeno della pedofilia clericale, oltretutto, ancora non è stato del tutto analizzato con strumenti psicanalitici, capaci di penetrare negli oscuri meandri del mondo clericale sconosciuto ai più.

    di ANDREA FILLORAMO

    Da alcuni dati ufficiali della “Congregazione per la dottrina della Fede” sui preti pedofili risulta che solo nel 2017 si contavano 410 denunce ritenute “verosimili” e che dal 2013 a oggi in media è stato segnalato come presunto pedofilo, ogni giorno, un prete.

    Non vogliamo discutere su questi dati né su altri presunti, che coprono, a mio giudizio, solo in minima parte la grande galassia di un fenomeno che tende, per sua stessa natura, a rimanere in parte o in buona parte occulto.

    Il fenomeno della pedofilia clericale, oltretutto, ancora non è stato del tutto analizzato con strumenti psicanalitici, capaci di penetrare negli oscuri meandri del mondo clericale sconosciuto ai più.

    Non sono state analizzate, quindi, fino in fondo le nefaste conseguenze di una formazione data nei seminari che ha potuto spersonalizzare generazioni di preti ancor oggi attivi nelle varie diocesi, divenuti nel tempo anche monsignori e vescovi, rendendoli forzosamente “eunuchi per il regno dei cieli”- attraverso un processo educativo di neutralizzazione e di sublimazione delle pulsioni sessuali infantili, con  il quale si è fatto pensare che sarebbe stata disponibile l’energia per attività non istintuali.

    Se questo è vero, tali preti, apparentemente casti, talvolta sono stati colpiti da varie patologie fisiche e psichiche dovute alle frustrazioni sessuali, che avrebbero condotto alcuni di loro (fortunatamente non tutti) alla pedofilia, dato il facile accesso nel rapporto che è possibile avere con i bambini.

    Solo conoscendo, perciò, quello che si manifesta dell’esperienza esterna e/o dell’esperienza interna del prete che ha caratteri specifici e individuabili si ha la possibilità di conoscere i processi che hanno condotto alcuni o molti di loro ad infrangere alcune regole non date soltanto dal proprio status ma anche dalla morale comune o, addirittura sancite dal Codice penale.

    Non desta, oggi, pertanto, meraviglia la notizia presente in tutti i telegiornali del mandato di cattura internazionale della magistratura argentina nei confronti del vescovo di Orán, monsignor Gustavo Zanchetta, accusato di abusi sessuali continuati, con l’aggravante di essere un religioso, nei confronti di due seminaristi. Lo hanno reso noto fonti della Procura di Salta. Zanchetta è considerato vicino a Papa Francesco, che nel 2017 lo aveva nominato consigliere di Apsa, l’Amministrazione del patrimonio della Sede apostolica.

    Non occorre, quindi, dinnanzi a questi casi “stracciarsi le vesti”, che è stato sempre un atteggiamento tipico del mondo cattolico di fronte agli scandali sessuali che hanno come protagonisti degli uomini di Chiesa, un modo ipocrita per distanziarsi dai loro confratelli e non da un sistema educativo al quale si vuole rimanere debitori. Applicabile a loro è il pensiero del gesuita, scrittore e filosofo spagnolo Baltasar Gracián y Morales 1601 – 1658)  che scrive: ”Ci sono individui composti unicamente di facciata, come case non finite per mancanza di quattrini. Hanno l’ingresso degno d’un gran palazzo, ma le stanze interne paragonabili a squallide capanne.”

    Non stracciarsi le vesti non significa, però, tacere.

    Bene ha fatto, per esempio, frère Alois, attuale priore della comunità cristiana monastica ecumenica internazionale di Taizé fondata nel 1940 da Roger Schutz, meglio conosciuto come frère Roger (fratello Roger) che ha denunciato 5 casi di abusi su minori e altre aggressioni verificatisi da parte di 3 fratelli, due dei quali morti più 15 anni fa, che facevano parte del gruppo. Un vero e proprio fulmine a ciel sereno la sua denuncia, se si considera che la comunità di Taizé viene raggiunta ogni anno, sulle colline borgognesi, da centinaia di giovani che, in arrivo soprattutto dall’Europa e appartenenti alle varie chiese cristiane, intendono fare un percorso di formazione spirituale, con preghiere, meditazioni e condivisioni. Eppure, anche questo luogo, fondato ormai da quasi 80 anni da frère Roger, sarebbe stato in passato teatro di gravi fatti di pedofilia.

    “Quando sono stato informato di queste accuse – ha scritto frère Alois – il mio primo passo è stato quello di ascoltare, con altri fratelli, le vittime, nel rispetto assoluto della loro parola, della loro sofferenza e accompagnarle il meglio possibile. Oggi i nostri primi pensieri vanno verso di loro; ascoltando ciò che hanno vissuto e sofferto, proviamo vergogna e un dolore profondo. È possibile che questo nostro parlare porti altre eventuali vittime a farsi conoscere: le ascolteremo e le accompagneremo nei passi che vorranno compiere. Se parlo oggi, è perché lo dobbiamo alle vittime, ai loro cari e a coloro che cercano a Taizé uno spazio di fiducia, sicurezza e verità”.

    Preti & scandali sessuali. La pagina nera della Chiesa

  • I vescovi votano “somma forfettaria” per le vittime di preti pedofili

    I vescovi votano “somma forfettaria” per le vittime di preti pedofili

    I vescovi della Francia si sono incontrati in sessione plenaria a Lourdes per decidere su una compensazione finanziaria nel “riconoscimento della sofferenza” delle vittime.

    I vescovi di Francia hanno votato questo sabato a favore di una “somma forfettaria” per il “riconoscimento della sofferenza” delle vittime dei preti pedofili quando erano minorenni, ha dichiarato al presidente della stampa Eric de Moulins-Beaufort, il presidente della Conferenza dei vescovi di Francia (CEF).

    I vescovi hanno votato “in gran parte”, secondo lui, questo dispositivo, che passa per “un’unica somma di denaro e somma forfettaria”, il cui importo tuttavia non è stato annunciato.

    Il prezzo dell’indifferenza

    I vescovi, riuniti a Lourdes , si sono assicurati di riconoscere l ‘”aggressione”, ma anche “silenzio, negligenza, indifferenza, mancanza di reazione, decisioni sbagliate o disfunzioni all’interno della Chiesa”, disse, parlando di “cattiva condotta di vari ordini all’interno della Chiesa”. Non è “né il risarcimento che dipende dalla giustizia del nostro paese o la giustizia canonica né il risarcimento”, ha affermato Eric de Moulins-Beaufort.

    Il suo importo sarà proposto ai vescovi nella prossima riunione a Lourdes del prossimo aprile, come fondo di dotazione specifico, che pagherà il pacchetto. Il pagamento avverrà quindi dopo questa riunione.

    Le vittime in questione sono quelle per le quali sono prescritti i fatti. Per coloro i cui atti giudiziari sono ancora pendenti, il pagamento avverrà dopo. “Ogni vescovo prenderà l’iniziativa di riconnettersi con le vittime che conosce” per offrire loro questo pacchetto. Il fondo di dotazione sarà finanziato da “vescovi, sacerdoti colpevoli quando saranno vivi e fedeli che verranno ad aiutarci”, ha detto, “ma questo può essere solo un passo volontario dei fedeli “, secondo il presidente del CEF.

    I vescovi riflettono anche sull’idea di un “gesto liturgico”. Questa potrebbe essere una preghiera per le vittime, ad esempio il Venerdì Santo, o la possibilità di presentare “storie di vita” in un “memoriale”, ritiene Eric de Moulins-Beaufort.

    “La parola” responsabilità “non appare”

    Le misure di compensazione finanziaria sono attese con impazienza dalle vittime, soprattutto quando sono prescritti i fatti. Giovedì, a Lourdes, quattro di loro avevano messo in guardia contro un atto finanziario che non avrebbe riconosciuto “la responsabilità della Chiesa”, un punto essenziale ai loro occhi.

    Tuttavia, “la parola” responsabilità “della Chiesa non appare, mi dà molto fastidio”, ha reagito Jean-Luc Souveton, sacerdote, aggredito quando era minorenne, membro del gruppo di lavoro con il CEF su questa domanda . Una critica osservata anche da un altro membro del collettivo, Michel, prete anche vittima che ha richiesto l’anonimato: “manca”.

    “In un certo senso, lo dicono senza dirlo, è molto importante”, da parte sua ha stimato Véronique Garnier, un’altra vittima. Quest’ultimo si rammarica, tuttavia, come altri, che l’episcopato non abbia aspettato la fine del lavoro di Ciase, la Commissione indipendente per gli abusi sessuali nella Chiesa, prevista all’inizio del 2021. “C’è molto poco rispetto per la competenza della commissione Sauvé “, ha dichiarato François Devaux, presidente dell’associazione La parole Libérée.

    “Non vogliono affrontare lo tsunami”

    “I vescovi aggirano le raccomandazioni della Commissione Sauvé, per non dover affrontare quello che sarà uno tsunami”, ha giudicato Olivier Savignac, un’altra persona aggredita. Lui, come Jean-Luc Souveton, si rammaricava in particolare del fatto che non fosse stato messo in atto un vero compenso, concesso da un organo indipendente, con scale secondo la singolarità di ciascun caso. “Stanno facendo il minimo.”

    “Dal 2016, le vittime ci aspettano cose, non aspetteremo fino alla primavera del 2021”, ha dichiarato Eric de Moulins-Beaufort. “Prenderemo in considerazione l’opinione di Ciase su questo dispositivo se necessario”.

    Per le altre vittime, il fatto che il pacchetto sia pagato su iniziativa del vescovo non ha senso. “Quando vediamo la tensione che può esistere tra il vescovo e la vittima in alcune diocesi”, afferma Jean-Luc Sauveton. “Rischia di lasciare indietro molte vittime”, ha detto. “A Lione, faremo affidamento su Barbarin?”, Domandò François Devaux.

    Per Jean-Luc Souveton, “abbiamo l’impressione che ci sia stata un’opera di co-creazione per le giuste misure da giocare insieme e che abbiamo perso”.

    https://www.lexpress.fr/actualite/societe/religion/les-eveques-votent-une-somme-forfaitaire-pour-les-victimes-des-pretres-pedophiles_2106366.html#C2GFjSv5Dh6kWHjx.41

  • La Curia nega il risarcimento a 5 presunte vittime di pedofilia:”Niente prove”

    La Curia nega il risarcimento a 5 presunte vittime di pedofilia:”Niente prove”

    La Curia non riconosce le presunte violenze a 5 vittime di pedofilia tra gli Anni 80 e 90. Chiesti quasi cinque mln di euro. Il 15 novembre prima udienza

    Il risarcimento da parte della Chiesa cattolica nei confronti di 5 presunte vittime di pedofilia è stato negato. Come scrive La Stampa, cinque adolescenti negli anni Ottanta e Novanta hanno incontrato e conosciuto don Nello Giraudo fra la parrocchia di Spotorno e l’entroterra ligure. Tutti hanno denunciato di essere stati abusati, violentati e maltrattati. Ma i reati sono prescritti. Perché tutti hanno denunciato dopo più di trent’anni. Solo nel caso di una vittima, sempre dello stesso sacerdote, la vicenda si è conclusa con un patteggiamento della pena. Ma adesso non esiste nessuno accordo, la Chiesa non intende risarcire alcuno perché non crede a loro. Il primo ha denunciare è stato Francesco Zanardi che ha trovato la forza di tirare fuori quanto vissuto: “È stato molto difficile ricostruire dentro di me quello che era successo”.

    Nel 2014 Zanardi ha parlato ad Affaritaliani.it  del caso di Luisa Bonello, il medico di 53 anni trovata morta a Savona. Insieme hanno denunciato le molestie e indagavano sulle coperture di cui godono i preti pedofili.

    Tornando alle 5 persone coinvolte, per i loro danni morali hanno chiesto complessivamente 4 milioni e 700 mila euro. Un calcolo ottenuto con una perizia di tutte le conseguenze fisiche e psicologiche sopportate. Il 15 novembre ci sarà la prima udienza davanti al Tribunale di Savona proprio per il caso Zanardi. La curia contesta, attraverso gli avvocati di Nello Giraudo: “Non eravamo a conoscenza diretta dei fatti laconicamente descritti, che Zanardi ha affermato essere avvenuti a suo danno”. Inoltre “Nessun apporto causale, anche sotto il profilo psicologico, può essere attribuito alla diocesi in ordine ai fatti asseritamente posti in essere da Nello Giraudo”. La curia non condivide la perizia di parte e aggiunge: “Il diritto al risarcimento del danno deve ritenersi ampiamente prescritto”. E ancora: “Tocca a Zanardi l’onere della prova”. L’ex prete Nello Giraudo nega. “Il convenuto non ha mai potuto effettuare una penetrazione o comunque una congiunzione carnale. Si contesta che sia accaduto alcunché di illecito in occasione dei frequenti campeggi organizzati dal gruppo parrocchiale”.

    Ma, sempre come riferisce La Stampa, esiste quel verbale firmato proprio da don Nello Giraudo il 21 dicembre 2011 davanti al pm Giovanni Battista Ferro: “In passato ho effettivamente affrontato serie problematiche della sfera sessuale con psicologi competenti. Effettivamente parlai dei miei problemi anche con i miei vescovi”. Il gip di Savona, Fiorenza Giorgi, firmando l’archiviazione di un caso per avvenuta prescrizione, scrisse: “È triste dirlo, la sola preoccupazione dei vertici della curia di Savona è stata quella di salvaguardare l’immagine della diocesi piuttosto che la salute fisica e psichica dei minori che erano affidati ai sacerdoti della medesima”. Anche la relazione custodita in una cassaforte di monsignor Andrea Giusto è molto seria:””Mentre don Nello era vice parroco a Valleggia si è verificato il primo serio inconveniente. È stato accusato da una mamma di atteggiamenti morbosi nei riguardi del suo bambino, tenuto sulle ginocchia e palpato in modo difficilmente precisabile. Attualmente, estate 2003, nulla è trapelato sui giornali. Don Nello si è impegnato a incontrare un religioso psicologo che lo aiuti a leggere in se stesso nel tentativo di ritrovare un miglior equilibrio”. Papa Ratzinger era stato informato. Sarà un giudice del Tribunale di Savona a decidere sui risarcimenti e verranno chieste nuove perizie sulle vittime.

    http://www.affaritaliani.it/cronache/la-curia-nega-il-risarcimento-a-5-presunte-vittime-di-pedofilia-niente-prove-635770.html

  • SAVONA: Non hanno minimamente intenzione di risarcire, nessun accordo tra la diocesi e le cinque vittime di don Giraudo

    SAVONA: Non hanno minimamente intenzione di risarcire, nessun accordo tra la diocesi e le cinque vittime di don Giraudo

    Persino un orologio fermo segna l’ora esatta due volte al giorno, a meno che non sia quello del duomo di Savona che, malgrado i proclami di papa Francesco, sembra incapace di restituire dignità a questa diocesi e alle vittime dei suoi preti pedofili e dei vescovi che li hanno favoriti.

    Di Francesco Zanardi

    Nel giugno scorso, dopo un tentativo di conciliazione avanzato da cinque vittime di pedofilia e concluso con una proposta indecente del vescovo di Savona Caloggero Marino – avrebbe voluto indennizzarle, per le violenze subite, con l’istituzione di un numero verde gestito dalla diocesi, e non avrebbe neppure dato l’opportunità alle vittime di avere un’occupazione – gli avvocati della Rete L’ABUSO, Elena Peruzzini e Francesca Rosso, hanno citato in giudizio la diocesi savonese.

    La citazione si riferisce al caso del sacerdote Nello Giraudo e agli abusi da lui commessi con il favoreggiamento dei vescovi, dal 1980 al 2000 circa, anche se l’ultimo abuso commesso da Giraudo risale al 2005. In quest’ultimo caso la vittima sarebbe già stata risarcita nel 2012, dopo che Giraudo patteggiò una condanna a un anno e sei mesi, per le molestie inflitte al giovane scout, all’epoca dei fatti quindicenne.

    Dall’indagine della procura di Savona condotta dal pubblico ministero Giovanni Battista Ferro, emerse che le coperture della chiesa a tutela del sacerdote iniziavano nel 1980, lo stesso anno in cui don Giraudo prende i voti e quando una mamma di Valleggia denuncia, all’allora vescovo di Savona Giulio Sanguineti, molestie sessuali sul proprio figlio.

    In un batter d’occhio Giraudo viene spostato, a soli 15 km da Valleggia a Spotorno, in una parrocchia ancor più gremita di minori, dove produrrà altre vittime.

    Negli anni novanta, oltre che in diocesi, anche a Spotorno, le tendenze pedofile del Giraudo erano diventate di dominio pubblico, al punto tale che la stessa parrocchia e il nuovo vescovo, Dante Lafranconi, visti i precedenti del prete, ben catalogati negli archivi diocesani, ritenne di doverlo trasferire in un’altra parrocchia. Lo nominò parroco di un piccolo paesino sulle alture di Finale Ligure (SV), Orco Feglino, lontano da occhi indiscreti, dove con la benedizione dello stesso vescovo che lo aveva trasferito, aprì una comunità per minorenni in difficoltà nella quale per circa un decennio proseguì indisturbato la sua missione pastorale in alternanza con le sue perversioni.

    L’atteggiamento criminale dell’allora vescovo di Savona, Dante Lafranconi, non passò inosservato agli inquirenti, che nel 2012 ne chiesero il rinvio a giudizio. Lafranconi si salvò grazie alla prescrizione, alla quale, per suo diritto e soprattutto volendo chiarire la propria posizione, avrebbe potuto rinunciare. Ma non lo fece.

    Il Giudice del tribunale di Savona Fiorenza Giorgi, sulla base della documentazione emersa dalle indagini della procura, se pur costretta ad archiviare in quanto il reato era estinto, lo fece con parole durissime nei confronti dell’allora vescovo;  “la disposta archiviazione nulla toglie alla pesantezza della situazione palesata dalle espletate indagini dalle quali è emerso come la estrema gravità delle condotte criminose del Giraudo non fosse stata per nulla considerata; dai documenti, perfettamente in linea con l’atteggiamento omissivo del Lafranconi, risulta – è triste dirlo – come la sola preoccupazione dei vertici della Curia fosse quella di salvaguardare l’immagine della diocesi piuttosto che la salute fisica e psichica dei minori che erano affidati ai sacerdoti della medesima e come principalmente (per non dire unicamente) per tale ragione l’allora vescovo di Savona non aveva esercitato il suo potere-dovere  di controllo sui sacerdoti e di protezione dei fedeli. Altrettanto triste è osservare come, a fronte della preoccupazione per la “fragilità” e la “solitudine” del Giraudo e il sollievo per il fatto che “nulla è trapelato sui giornali”, nessuna espressione di rammarico risulta dai documenti agli atti a favore degli innocenti fanciulli affidati alle cure del sacerdote e rimasti vittime delle sue “attenzioni”.

    Dopo la citazione in giudizio depositata dai legali della Rete L’ABUSO, passati i tempi tecnici durante i quali, soprattutto sulla base dei proclami del pontefice, ci si aspettava una concreta ed onesta presa di posizione delle diocesi proprio a consolidamento dei proclami, arriva la conferma che almeno a Savona, la linea resta quella negazionista ed irresponsabile, già consolidata dai predecessori del vescovo Caloggero Marino.

    Per il difensore del sacerdote Nello Giraudo (l’avvocato Marco Russo) verrebbero messi in dubbio gli abusi perpetrati dal suo assistito e sosterrebbe che quanto affermato dal gip Fiorenza Giorgi nel decreto di archiviazione per il favoreggiamento alla pedofilia dell’ex vescovo Lafranconi,  nello specifico caso non siano supportate da alcun elemento di prova.

    Ancor più incredibile la posizione della diocesi, che non solo non ha alcuna intenzione di risarcire il dovuto alle cinque vittime, ma il vescovo Caloggero Marino, quasi non rendendosi conto, o forse facendo finta, lamenta di non essere stato lui vescovo all’epoca, ignorando di essere nominato in quella citazione non come responsabile dell’accaduto, ma semplicemente in quanto Ordinario in carica, della diocesi savonese.

    Ad irritare ulteriormente è la farsa, il colpo gobbo che la diocesi ha messo in atto per manipolare i fedeli, nel tentativo di voltare questa lunga e tanto vergognosa pagina di chiesa savonese. Apprendiamo infatti (vedi volantino) che il 19 prossimo, naturalmente a Savona, la diocesi ha organizzato un incontro nel quale, nel tentativo di rassicurare chi ancora manda i propri figli incoscientemente in parrocchia, verrà illustrato come la CEI abbia messo in atto delle linee guida a tutela dei minori e delle persone vulnerabili.

    Linee guida con le quali la chiesa da ad intendere che PREVEDE una tutela per i minori. In realtà non è rivolta a loro, ma semplicemente ad auto tutelarsi da eventuali “incidenti”, a fronte dei quali, però – come nel caso savonese e non solo – non PROVVEDE ad assumersi alcuna responsabilità o sostegno per le eventuali vittime, rinnegandole come in questo caso.

    La linea criminale ed omissiva della chiesa cattolica emerge già dal pesantissimo report delle Nazioni Unite del 31 gennaio 2014, report al quale il Vaticano avrebbe dovuto rispondere entro il 1 settembre 2017, ma non lo ha ancora fatto oggi.

    Lo stesso Motu proprio “VOS ESTIS LUX MUNDI”, recentemente emanato dal pontefice, come si può notare leggendolo, non prevede più alcuna indicazione o facoltà per i vescovi, di denunciare i crimini all’autorità giudiziaria, rendendo così ufficialmente la linea della chiesa, totalmente omissiva delle leggi civili.

    Zanardi

  • I figli dei preti: il nuovo scandalo che potrebbe travolgere il Vaticano

    I figli dei preti: il nuovo scandalo che potrebbe travolgere il Vaticano

    Gerald Erebon è nato 30 anni fa Archer’s Post, un villaggio del profondo Kenya e da sempre ha un grosso problema: non assomiglia per niente all’uomo che per anni gli è stato raccontato essere suo padre. Ha infatti pelle chiara, capelli ondulati, lineamenti sottili. Differenze che l’hanno costretto a una vita da reietto, da “figlio di un bianco”, come lo chiamavano compagni di scuola e parenti.

    Non era infatti un mistero per nessuno che il suo vero padre fosse un prete italiano allora 50enne, appartenente all’ordine dei Missionari della Consolata, giunto ad Archer’s Post per diffondere la fede tra le tribù semi-nomadi della Rift Valley una trentina di anni prima. Ma il missionario oltre alla parola di Dio ha anche diffuso il (suo) seme, abusando, secondo le accuse presentate anche all’Interpol, di una ragazzina di 15 anni che lavorava nella missione. E quando questa rimase incinta, intervennero le gerarchie ecclesiastiche, che trasferirono il missionario in un’altra parrocchia del Kenya e trovarono un uomo – l’allora autista e catechista della chiesa –  che accettò di sposare la ragazzina, dando il proprio nome al neonato. In cambio, avrebbe avuto un lavoro sicuro per la chiesa e aiuti economici.

    Anni dopo, alla morte della madre, Erebon ha avuto certezza della verità. Ha cercato quel missionario oggi 83enne e ha tentato inutilmente di creare un rapporto con lui. Il missionario ha respinto ogni contatto, e, con l’appoggio del clero keniota, ha rifiutato il test del Dna. Oggi il prete è sotto inchiesta da parte della Congregazione per il clero ed è stato segnalato, come detto, dell’Interpol.

    La vicenda di Erebon – venuta alla luce grazie allo psicoterapeuta Vincent Doyle, il figlio di un prete irlandese che nel 2014 ha fondato l’associazione Coping International per tutelare i diritti dei bambini figli dei sacerdoti – è solo una delle tante storie che spiegano come per decenni la Chiesa cattolica abbia affrontato i casi di sacerdoti accusati di aver abusato giovanissime donne dei Paesi in via di sviluppo e che abbiano poi generato dei bambini in seguito a quelle violenze.

    Storie che solo oggi stanno emergendo ma con difficoltà, visto che in Africa lo scandalo degli abusi sessuali della Chiesa è stato appena sfiorato. Il continente infatti è rimasto indietro rispetto agli Stati Uniti, all’Europa e all’Australia nell’affrontare il problema dei sacerdoti pedofili, perché lì le priorità della chiesa si sono concentrate sulla lotta alla povertà. Per Augusta Muthigani, responsabile dell’istruzione religiosa della Conferenza episcopale keniota, per anni è stata in vigore “una cultura del silenzio e del compromesso” che ha permesso abusi di ogni tipo nella società africana.

    Ma in Africa oltre al tema dell’abuso sessuale, c’è un problema in più: i figli non riconosciuti dei sacerdoti, evidentissimi frutti del peccato, visto che spesso hanno la pelle chiara, come Erebon. Persone destinate a una vita da reietti sociali, sebbene spesso le autorità ecclesiastiche abbiano previsto aiuti economici alle loro famiglie. In pratica ne hanno pagato il silenzio.

    Secondo il reverendo Stephane Joulain, uno dei massimi esperti nella prevenzione dell’abuso del clero in Africa, la maggior parte dei casi di abusi sessuali su minori nel continente africano coinvolgono sacerdoti stranieri. Ma per Joulain esiste anche un significativo problema da parte dei sacerdoti africani che generano figli a causa delle norme culturali: “Diventi uomo solo quando hai avuto figli”, ha spiegato. “Molti sacerdoti soccomberebbero a questa pressione da parte della famiglia o della tribù. Altri”, ha aggiunto, “razionalizzano il loro comportamento dicendo che il celibato è una tradizione “occidentale”, importata, che non ha posto in Africa, dove le ragazze sono spesso considerate adulte quando raggiungono la pubertà, indipendentemente dalla legge”.

    Verità scomode che, declinate sul versante dell’America Latina, in questi giorni stanno infiammando il Sinodo sull’Amazzonia, in corso a Roma. Nell’assise romana si stanno confrontando senza esclusione di colpi l’ala progressista della chiesa, guidata da papa Francesco e quella oltranzista e conservatrice, che si riconosce nel prefetto emerito dell’ex Sant’Uffizio, il Cardinale Gerhard Müller, sul tema del celibato dei sacerdoti.

    La fazione bergogliana ha infatti apertamente messo in discussione il voto di castità, ricordando come non questo non sia un dogma, proponendo che “uomini sposati, anziani e di provata fede” – i cosiddetti viri probati – possano essere ordinati sacerdoti. Dovrebbero essere la risposta alla scarsità di sacerdoti che si regista in alcune terre lontane, dove “gli indigeni non concepiscono il celibato”, come l’Amazzonia. Oppure l’Africa.

    Come evolverà lo scontro dentro San Pietro è difficile da prevedere. Le posizioni sono talmente lontane che alcuni osservatori hanno anche parlato di un possibile scisma. Ciò che è invece sicuro è che esiste un problema su come il vaticano ha gestito fino a oggi i casi dei sacerdoti-genitori e dei loro figli. A oggi non ci sono statistiche ufficiali, tuttavia Dayle sostiene che la sua organizzazione ha avuto contatti con almeno 40 mila persone nel mondo. Non tutti i figli di preti sono frutto di violenze sessuali, molti derivano da “semplici” relazioni clandestine, tuttavia lo stesso Doyle stima che circa il 5% di queste nascite sia il risultato di un abuso su un minore. Figli mai riconosciuti di sacerdoti sono stati scoperti “in Irlanda, Messico, Polonia, Paraguay, in città statunitensi grandi e piccole, virtualmente in ogni luogo dove la chiesa ha una presenza”, riportava nel 2017 l’inchiesta firmata dal Team Spotlight del “Boston Globe”, lo stesso pool giornalistico che fece scoppiare lo scandalo dei preti pedofili nel mondo. Boyle negli ultimi mesi ha ricostruito e trasmesso al Vaticano tre casi: oltre a quello di Erebon, quello di un 17enne del Camerun e di un 15enne nel Regno Unito.

    Formalmente, la posizione del Vaticano nei confronti dei sacerdoti-padri – codificata in un documento segreto che Doyle ha avuto il merito di portare alla luce nel 2017 ­–  è che questi debbano smettere l’abito talare e occuparsi della cura del bambino, il quale deve rappresentare il “focus prioritario”, il centro di interesse. Un orientamento recentemente confermato dal cardinale Beniamino Stella, prefetto della Congregazione per il clero, in un’intervista a “Vatican News”.

    https://it.businessinsider.com/i-figli-dei-preti-il-nuovo-scandalo-che-potrebbe-travolgere-il-vaticano/

  • La Chiesa deve difendere nostro figlio

    La Chiesa deve difendere nostro figlio

    “Mio figlio ha tentato quattro volte il suicidio dopo essere stato abusato da un prete a 15 anni: il Vescovo, pur essendo venuto a conoscenza dei fatti, non ha preso provvedimenti adeguati. Oggi chiedo le sue dimissioni“.

    Cristina Balestrini 53 anni, infermiera caposala in comunità psichiatriche e riabilitative, è mamma di due ragazzi avuti con il marito Ettore Battaglia; il minore dei loro figli, Alessandro, oggi 23 anni, nel 2011 ha subito una violenza dal suo padre spirituale, don mauro Galli, oggi 40 anni. La vita di Alessandro da allora è stata completamente sconvolta e così quella dei suoi familiari, che con forza, hanno cercato di non arrendersi né alla rabbia né al dolore. Nel 2018 don Galli è stato condannato in primo grado a 6 anni e 4 mesi di carcere per violenza sessuale nei confronti di Alessandro, e oggi i suoi genitori chiedono le dimissioni dell’arcivescovo di Milano, monsignor Mario Delpini, sostenendo che, pur essendo a conoscenza del grave fatto, si limitò a spostare il prete in un’altra comunità, tra l’altro affidandogli un incarico sempre con dei minori.

    Proprio in questi giorni la Balestrini ha descritto il suo difficile percorso interiore e i tormenti che prova nei confronti della chiesa in un libro che è stato pubblicato da Amazon “Chiesa: perché mi fai male?”: un messaggio di denuncia ma anche di speranza, il cui ricavato è destinato a Rete L’Abuso, www.retelabuso.org.

    Vi proponiamo l’intervista con lei con l’avvertenza che don Galli è stato condannato soltanto in primo grado, e quindi per lui vale ancora la presunzione d’innocenza che tocca a chiunque sia sotto processo.

    Cristina, per quale motivo chiedete le dimissioni di Delpini?

    “Come gesto di concreta coerenza nella direzione della “tolleranza zero” di cui parla sempre il Papa. Monsignor Delpini, all’epoca vescovo ausiliario di Milano, era stato avvisato subito dell’abuso, lo ha dichiarato anche lui alla polizia, ma ha scelto di non avviare alcuna indagine, ha spostato il prete e lo ha destinato a un incarico sempre con i minori. La Chiesa non può continuare a rimanere indifferente a simili comportamenti, sta perdendo questa battaglia contro la pedofilia, e risulta sempre meno credibile nei suoi proclami”.

    Cosa è accaduto a vostro figlio Alessandro, all’epoca quindicenne?

    “Qualche giorno prima di Natale 2011, don Mauro Galli, suo padre spirituale, chiese a me e mio marito il permesso di lasciar dormire nostro figlio in parrocchia a Rozzano la sera successiva per le attività di preghiera in preparazione al Natale. Ci lasciò intendere che tutto il gruppo di ragazzi avrebbe passato la notte in oratorio, ma così non è stato. La mattina successiva, Alessandro è stato accompagnato a scuola direttamente da don Mauro, ma poco dopo sono stata chiamata dagli insegnanti perché mio figlio aveva un forte malessere, invitandomi ad andare a prenderlo il prima possibile. L’ho trovato in uno stato di shock che non riuscivo a spiegarmi, finché gli ho chiesto cosa fosse accaduto quella notte e lui mi ha subito fatto capire che era successo qualcosa di molto grave, tanto da non lasciare dubbi. Abbiamo messo a conoscenza della cosa il nostro Parroco”.

    Come è cambiato Alessandro dopo questa violenza?

    “Prima era sempre allegro, solare, aveva tanti amici, frequentava l’oratorio e gli scout, aveva la ragazzina, suonava la chitarra e il pianoforte, giocava a calcio con gli amici. Dal giorno successivo all’abuso tutto è cambiato, era impossibile avere contatti fisici con lui, spesso piangeva o si chiudeva in bagno al buio facendo docce interminabili e singhiozzando. Negli anni è stato un progressivo peggioramento fino ad arrivare a fare quattro tentativi di suicidio. Fin da subito è stato seguito da una neuropsichiatra infantile e poi da psichiatri una volta diventato maggiorenne. Solo nel 2017 abbiamo trovato un centro specializzato per la cura del disturbo post-traumatico, Alessandro è tuttora seguito dallo specialista”.

    Avete perso fede?

    “Chi ha violentato mio figlio è stato un uomo, ministro di Dio, ma un uomo. Avere Fede è qualcosa di più profondo, non posso fermarmi alla dimensione umana. Per me è fondamentale la preghiera, il rapporto con Dio e il suo sostegno è quello che mi ha permesso di andare avanti. Sono stati tantissimi i momenti di sconforto in questi anni, ma non ho mai ceduto alla disperazione. Personalmente ho la necessità quotidiana di iniziare la giornata con la preghiera, la mia sveglia suona alle 4.30 proprio per permettermi di avere un lungo momento in cui stare con Dio. Alessandro invece, non riesce più a credere nella Chiesa”.

    Avete perdonato don Galli?

    “Mantenere rabbia o risentimento nel mio cuore non avrebbe cambiato la realtà o alleviato la sofferenza di mio figlio. Senza rabbia si è più forti, si può sperimentare una serenità interiore che non esclude il desiderio di giustizia. E poi, alla fine anche don Galli è una vittima della Chiesa: nessuno lo ha aiutato a prender coscienza del reato che ha commesso, del male che ha trasmesso, delle conseguenze profonde di aver rovinato la vita di un ragazzino, di averlo spinto a desiderare di farla finita”.

    Ora Alessandro come sta?

    “Si è diplomato con due anni di ritardo proprio a causa del trauma riportato. Gli attacchi di panico sono ancora frequentissimi, così come i periodi di sconforto. Sta lavorando come grafico e sogna di sposarsi, avere una famiglia, dei bambini. Talvolta però, lo sconforto ha il sopravvento e dice che il pensiero del suicidio è ancora in agguato, ma voglio aggrapparmi alla speranza che anche per lui ci sia qualcosa di bello nella vita e non solo sofferenza”.

    Come mai avete deciso di collaborare con la Rete L’abuso?

    “Scoprire di non essere gli unici, condividere, sapere di poter contare su qualcuno è stato fondamentale per noi. Attraverso la conoscenza di altre vittime e la partecipazione a momenti di raduno internazionale, Alessandro è stato aiutato a fare il passaggio fondamentale da “vittima” a “sopravvissuto”.”

    Avete scritto anche una lettera a Papa Francesco chiedendogli di potervi incontrare, ma questo incontro non è ancora avvenuto…

    “Non so nemmeno se abbia più un senso. Troppi silenzi e troppi proclami inutili. Per combattere davvero la pedofilia nella chiesa bisognerebbe rendere obbligatoria la denuncia alla magistratura da parte di tutti quelli che vengono a conoscenza di abusi, aprire gli archivi segreti con i dati sui preti pedofili, e risarcire le vittime, ma nulla di tutto ciò è stato fatto”.

    Vi siete costituiti parte civile al processo: avrete un risarcimento?

    “Abbiamo già ricevuto un’offerta che non è possibile chiamare risarcimento in quanto non si avvicina neanche lontanamente a quanto previsto come risarcimento del danno subìto stabilito dalla perizia medico-legale. Lo consideriamo una sorta di “rimborso spese” che abbiamo accettato perché non saremmo riusciti a sostenere le spese processuali e di cura”.

    Quando è previsto l’inizio del processo di appello?

    “Ancora non si sa. La nostra unica speranza è che la condanna venga confermata”.

    (trascrizione da Visto Tv del 25 settembre 2019)

  • Maxi risarcimento per una vittima minorenne di un prete pedofilo

    Maxi risarcimento per una vittima minorenne di un prete pedofilo

    Un risarcimento consistente è quello che verrà dato dalla Chiesa ad una vittima minorenne di un prete pedofilo che abusò di lui. Una grande vittoria.

    Un accordo che sicuramente creerà dei precedenti è quello che è stato reso noto in questi giorni ad opera della Chiesa Cattolica. La Chiesa ha concordato un risarcimento di migliaia di euro, dopo aver ritenuto il prete, Gerald Ridsdale, colpevole di aver abusato sessualmente nel 1982 un ragazzino di 9 anni, indicato come Jcb. L’ex sacerdote è accusato per reati di pedofilia lungo un arco di trent’anni.

    Risarcito con un milione di dollari la vittima di 9 anni di un prete pedofilo

    La notizia dell’imponente risarcimento è stata annunciata dai legali della vittima, un bambino australiano di nove anni che subì uno stupro da parte di un sacerdote, Gerald Ridsdale. la vittima riceverà oltre 1 milione di dollari, pari a circa 620mila euro, dalla Chiesa Cattolica.

    I fatti sono avvenuti 37 anni fa e solo adesso la Chiesa ha accettato la responsabilità legale per gli abusi sessuali da parte del prete. Il sacerdote si è macchiato di abusi di pedofilia per circa 30 anni. I fatti risalgono all’aprile del 1982 quando Ridsale era parroco in una Chiesa, la St Colman di Mortlahe e lo stupro avvenne in un confessionale.

    Nel 2016, come riportato da Fan Page, la commissione reale sugli abusi sessuali su minori ha saputo che la Chiesa cattolica di Victoria era a conoscenza dell’abuso sessuale subito dal bambino e ha cominciato a trasferire il sacerdote di parrocchia in parrocchia.

    La vittima, nel 2018, aveva citato in giudizio anche l’attuale vescovo di Ballarat Paul Bird per conto dei defunti vescovi James O’Collins e Ronald Mulkearns che al tempo erano i superiori di Ridsdale. Una dei suoi legali, Judy Courtin, ha riferito che l’accordo è stato raggiunto dopo che la Chiesa aveva negato a lungo ogni conoscenza di reati commessi da Ridsdale. L’ammissione è infine arrivata lo scorso settembre.

    Un altro avvocato della vittima, riporta il Guardian, ha spiegato che “grazie all’impegno di Jcd siamo riusciti ad ottenere l’importante ammissione da parte della Chiesa”.

    Ad oggi, Ridsale si trova in carcere, dove è detenuto dal 1994. L’ex parroco è stato arrestato dopo aver confessato di aver violentato 65 minori, maschi e femmine, tra gli anni Sessanta ed ottanta. Per chi indaga sulla vicenda, il numero di vittime potrebbe essere superiore anche a 100 minori.

    L’ammissione di colpa da parte della Chiesa è importante perché si è creato un’importante precedente che potrà dare il via ad altre cause simili, come affermato anche da Chris Atmore e riportato al The Guardian Australia: “Grazie alla determinazione ed al coraggio del mio cliente li abbiamo trascinati verso una confessione che non potranno più ritrattare. Le vittime dei preti pedofili sono state messe a tacere per anni e ora hanno una nuova possibilità“. Per la Chiesa cattolica il danno potrebbe raggiungere quota 3 milioni di dollari australiani se si vanno a considerare anche le spese legali.

    https://www.universomamma.it/maxi-risarcimento-vittima-prete-pedofilo/