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il Portale della Rete L'ABUSO - Home » abusi sessuali » Doppio processo: atti sessuali prima e dopo i 14 anni di Giada. Don Marino e la ragazza in aula

Doppio processo: atti sessuali prima e dopo i 14 anni di Giada. Don Marino e la ragazza in aula

Redazione WebNews by Redazione WebNews
26 Gennaio 2016
in Abruzzo - Molise
Reading Time: 3 mins read
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Si sono rivisti oggi in Tribunale dopo 4 anni la giovane Giada Vitale e l’ex parroco di Portocannone, allontanato nel 2012 dopo la denuncia della ragazza di presunti abusi sessuali. “Non sono contenta di vederlo, spero di avere giustizia” il commento della giovane, che oggi ha 19 anni e che avrebbe subito abusi continuati da parte del sacerdote dai 13 ai 16 anni. Il processo aggiornato a luglio, ma martedì prossimo si torna in aula per chiedere il dibattimento anche in relazione al periodo successivo ai 14 anni di Giada. “Anche se la legge dice che dopo quell’età può esserci un consenso, Giada non aveva la maturità per capire quello che stava accadendo”. La difesa porterà una perizia di parte.

Portocannone. L’accusa è sempre la stessa: atti sessuali con minore. Ma i processi che vedono imputato don Marino Genova, ex parroco di Portocannone, sono due. Uno relativo al periodo in cui Giada Vitale aveva meno di 14 anni, e l’altro relativo agli anni successivi. Oggi – martedì 26 gennaio – nel Tribunale di Larino è stata celebrata la prima udienza dibattimentale del processo principale, che prende in esame i presunti abusi di natura sessuale avvenuti quando la presunta vittima era praticamente una bambina. Prima che un minore compia 14 anni, infatti, non esiste, per la legge, alcun tipo di consenso. Giada Vitale perciò, che ha denunciato il sacerdote quando ha compiuto 17 anni, sarebbe una vittima dell’istinto erotico di un adulto indipendentemente dalle circostanze e dalle modalità dell’approccio.

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All’epoca, quando sarebbe iniziato il rapporto, lei di anni ne aveva tredici e don Marino Genova 55. L’imputato e la vittima si sono visti nell’aula di Tribunale oggi per la prima volta dal 2012, quando cioè il sacerdote era stato allontanato dalla parrocchia di Portocannone per decisione del vescovo della diocesi di Termoli-Larino Gianfranco De Luca, con il quale si era confidato lo stesso prelato, ammettendo i rapporti con Giada.
Oggi don Marino vive in una struttura alle porte di Roma in regime di clausura per sua scelta. Il Santo Uffizio, il Tribunale Ecclesiastico, lo ha sospeso “a divinis” a tempo indeterminato. Significa che pur restando un sacerdote, pur non avendo svestito l’abito sacro, don Marino non può celebrare la Messa né somministrare i sacramenti e nemmeno incontrare fedeli nel ruolo di prete.
«Lo rivedo oggi dopo tanto tempo, e non sono contenta» ha commentato lei, senza scendere nei particolari dell’emozione provata, confortata da Nunzia Lattanzio, ex tutore pubblico dei minori che non l’ha persa di vista nemmeno per un giorno «in questi anni difficili e di grande sofferenza», arrivata a Larino per starle accanto e rassicurarla sulla aspettativa di giustizia. Comprensibilmente scossa, Giada Vitale – che oggi ha 19 anni e studia al conservatorio – è stata rappresentata dall’avvocato Lorusso, sostituto del legale di fiducia Arturo Messere che non era presente, nella udienza ricognitiva che ha fissato numero e identità dei testimoni della pubblica accusa, rappresentata dal pubblico ministero Luca Venturi. Otto le persone chiamate, a partire dal 19 luglio prossimo – data a cui è stata aggiornato il processo – a riferire in aula. Tra di loro c’è anche la stessa Giada Vitale, che qualche anno dopo l’inizio della relazione con il sacerdote, consumata all’insaputa della madre della ragazza, ha scelto di confidarsi con è una parrocchiana e poi con il vescovo, decidendo di denunciare l’accaduto e il comportamento del sacerdote, subito allontanato dalla parrocchia.

Nel processo che oggi ha preso il via Giada Vitale è parte lesa, come pure si costituirà parte lesa nel procedimento che inizierà il 2 febbraio prossimo, incentrato sui fatti che hanno visto protagonista il sacerdote nel periodo in cui Giada Vitale aveva già compito i 14 anni ma, precisa Nunzia Lattanzio, «non aveva la maturità sufficiente a capire cosa stesse facendo, come hanno dimostrato le perizie cui è stata sottoposta».

La pubblica accusa aveva chiesto l’archiviazione, sostenendo che non si poteva dimostrare la non consensualità nel periodo in cui Giada aveva tra 14 e 16 anni. La vicenda era stata riaperta con una perizia atta a dimostrare la estrema vulnerabilità della ragazzina anche dopo il compimento del quattordicesimo anno di età, dovuta a gravi lutti familiari e a una situazione personale di grande fragilità. Martedì prossimo in aula verrà dunque portata la documentazione per chiedere il processo sempre per atti sessuale con minore anche in relazione agli anni successivi, considerando che «il consenso ad atti di natura sessuale da parte di un minorenne in questo caso non può essere ravvisato in alcun modo». I due filoni potrebbero essere riuniti in un unico fascicolo.

La storia di Giada Vitale e di dona Marino Genova è finita anche su media nazionali. Il punto di svolta risale al 2013 quando, tredici mesi dopo lo strano abbandono della casa canonica di Portocannone dell’allora 58enne parroco, era emerso un particolare sconcertante con la denuncia della famiglia della ragazza per abusi sessuali. Tra l’autunno 2013 e la primavera 2014 il sacerdote era stato processato dalla Chiesa e sospeso “a divinis”.

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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

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