Dalla tentata estorsione al concorso esterno. E c’è anche un prete accusato di molestie mandato a insegnare in un liceo di Vibo: diverse le vicende giudiziarie che interessano la Chiesa vibonese, con i sacerdoti coinvolti che, però, mantengono il loro “potere”
Immaginate il sindaco della vostra città che scelga come assessore, e segretario personale, una persona sotto processo per tentata estorsione aggravata dalle modalità mafiose. Poi, non contento, nomini come ulteriore assessore un uomo sotto processo per concorso esterno in associazione mafiosa. E, giusto per chiudere il cerchio, decidesse di non seguire del tutto la legge contro gli abusi sessuali e di mandare a scuola, come insegnante, un uomo accusato di molestie in una vicenda non ancora ufficialmente chiarita. Nessuna condanna definitiva, è vero. Ma forse anche i più garantisti inizierebbero a chiedere una maggiore attenzione alla legalità. Senza scomodare Paolo Borsellino – con il suo noto “non bisogna soltanto essere onesti ma anche apparire onesti, facendo pulizia di tutti coloro che sono raggiunti da episodi o da fatti inquietanti anche se non costituenti reati” – appare infatti evidente il gravissimo danno per l’Ente in sé, e per tutte le persone coinvolte, nel caso in cui dovesse arrivare una condanna. Adesso, sperando ci perdonerete, cambiamo i protagonisti di questa storia: non c’entra nessun sindaco, nessun assessore, alcun uomo politico. Facciamo riferimento in realtà a un’istituzione che – in teoria – dovrebbe fare più attenzione alla moralità, alla “santità”, di qualunque amministrazione comunale: la Chiesa. O meglio, ad essere precisi, la Diocesi vibonese di Mileto-Nicotera-Tropea.
Le pesanti accuse al segretario del vescovo.
Monsignor Luigi Renzo – vescovo in un territorio che di ‘ndrangheta ci muore e che chiede, a gran voce, una presa di posizione forte anche da parte della Chiesa– ha nominato come segretario particolare don Graziano Maccarone, anche direttore dell’Ufficio pastorale per i pellegrinaggi. Il sacerdote, insieme a don Nicola De Luca è stato rinviato a giudizio recentemente, lo scorso 21 gennaio, per tentataestorsione aggravata dal metodo mafioso. Nonostante questo, però, resta saldamente al proprio posto accanto al vescovo. Anche, si legge sul sito dell’Ente, all’interno del Consiglio diocesano: l’organo che supporta il vescovo nel governo della Diocesi.
Messaggi hot, Luigi Mancuso e Nicola Gratteri.
Il rinvio a giudizio era stato chiesto a maggio del 2019 quando, dopo una prima levata di scudida parte della Diocesi (che ha poi ritrattato), era intervenutoNicola Gratteri in persona per ribadire che le indagini della Dda di Catanzaro erano trasparenti e si basavano su prove concrete. Secondo gli inquirenti i due sacerdoti, dopo aver erogato un prestito, avrebbero usato minacce e raggiri per tentare di ottenere più di quanto dovuto. Don Graziano, in particolare, avrebbe anche invocato la sua parentela con il boss di ‘ndrangheta Luigi Mancuso (“quello che è uscito adesso a luglio, il capo dei capi… Luigi…”). E il tenore delle intercettazioni è infatti di questo tipo, tra “cugini” che “si sporcheranno le mani” e il debitore che “verrà comunque picchiato”. Tanto che poi lo stesso, ha denunciato, avrebbe effettivamente ricevuto il messaggio di fare attenzione perché “avrebbe fatto una brutta fine”. E, anche se alla fine il comportamento non dovesse costituire reato, rimangono comunque i fatti che la pubblica accusa sostiene di poter provare. Come i numerosissimi messaggi a sfondo sessuale mandati da Maccarone a una parente del debitore. Un comportamento non certo da portare come esempio all’interno dell’ambiente ecclesiastico. Che ne pensa, a riguardo, il vescovo Renzo?
L’aiuto alla “famiglia” mafiosa.
Non è però l’unico caso in cui sacerdoti del Vibonese, con vicende giudiziarie pendenti, rimangono saldamente ancorati al proprio posto di responsabilità all’interno della Diocesi. A guidare l’Ufficio pastorale della Famiglia c’è, infatti, don Salvatore Santaguida, accusato di aver aiutato un’altra “famiglia”: quella dei Patania di Stefanaconi. Santaguida è attualmente sotto processo per concorso esterno in associazione mafiosa ma, nonostante questo, continua a dirigere l’organo della Diocesi che si occupa della cura dei fedeli in ambito familiare, tra cui rientrano, ad esempio, gli importanti corsi prematrimoniali in cui lo stesso sacerdote tiene alcune lezioni. Santaguida è accusato – nel filone processuale dell’inchiesta “Romanzo Criminale” – di essere stato a disposizione del clan dei Patania quando era sacerdote a Stefanaconi. Un’accusa che, per non farsi mancare nulla, non ha impedito a don Salvatore anche la nomina a coordinatore della 5° commissione del sinodo diocesano.
Insegna a Vibo nonostante un’accusa di molestie sessuali.
Le vicende giudiziarie, però, non sono ancora finite. Papa Francesco, sul tema degli abusi sessuali, ha intrapreso la linea della “tolleranza zero”. Chissà cosa ne penserebbe allora del fatto che un sacerdote della Diocesi vibonese, accusato di molestie, sia stato mandato ad insegnare religione in un liceo di Vibo. La vicenda non è stata ancora ufficialmente chiarita: le indagini che dovevano far luce sugli abusi, o sull’eventuale diffamazione del giovane denunciante, non sono arrivate a una conclusione conosciuta. Nè i due sacerdoti coinvolti né il giovane, infatti, hanno ricevuto alcuna notizia sulla chiusura delle indagini. Con una vicenda non ancora chiarita, quindi, perchè non essere prudenti? Che una maggiore cautela fosse necessaria è inoltre testimoniato dal fatto che il prete sia stato rimosso dall’incarico dopo che, sui social, qualche studente aveva fatto notare le accuse a suo carico. E, a proposito degli abusi sessuali, questa non è l’unica mancanza della Diocesi vibonese: il motu proprio “Vos estis lux mundi” – emanato da papa Francesco il 7 maggio 2019 – prevede all’articolo 2 che: “Le diocesi devono stabilire, entro un anno dall’entrata in vigore delle presenti norme, uno o più sistemi stabili e facilmente accessibili al pubblico per presentare segnalazioni, anche attraverso l’istituzione di un apposito ufficio ecclesiastico”. Non sappiamo se la Diocesi di Mileto abbia adempiuto a tale obbligo, ma sicuramente, cercando sul sito, non sembra essere presente alcun sistema “facilmente accessibile al pubblico”. Perchè l’Ente ecclesiastico è rimasto inerte di fronte a un tema così delicato?
La (mancata) versione della diocesi.
Per i singoli sacerdoti, è importante precisare, vale sempre la presunzione di innocenza e spetta ad ognuno di loro difendersi nelle sede opportune. Il punto qui, però, è un altro: separare la posizione personale dall’istituzione che rappresentano. E offrire una tutela massima ai fedeli: se veramente i religiosi risulteranno colpevoli di quanto accusati, chi ripagherà coloro che sono stati seguiti da modelli non certamente “cristiani”? Perchè continuarea far occupare ruoli di “potere” anche davanti ad accuse molto gravi? Perche la Diocesi non agisce in autotutela davanti a comportamenti che sembrano non proprio “in odor di santità”? Alla Diocesi abbiamo posto quattro domande (che potete leggere QUI) alle quali il “portavoce” don Gaetano Currà, in qualità di responsabile per le Comunicazioni sociali, ci ha informato di non voler rispondere. In mancanza di sentenze definitive, quindi, la Chiesa preferisce – in piena trasparenza – mantenere il silenzio.
Nicola Gratteri, Papa Francesco e la diocesi di Mileto. Troppo facile, però, agire dopo, quando la magistratura ha fatto il suo corso (specie se i processi vanno per le lunghe): in un territorio come il Vibonese serve una presa di posizione forte contro ogni presunta forma di illegalità. In fondo non si chiede certo di “spretare” i sacerdoti in questione, solo sorge spontanea la domanda sul perchè ricoprano ancora ruoli di potere all’interno della Diocesi, non certo obbligatori per adempiere alla loro missione divina nel mondo. “Quando cerchiamo di farci vedere nella Chiesa per avere una carica, quella è la strada del mondo non è la strada di Gesù. E anche ai pastori può accadere questa tentazione di arrampicamento, ma se un pastore segue questa strada, non è discepolo di Gesù: è un arrampicatore con la veste talare”. A dirlo non siamo noi di Zoom24, ma papa Francesco. Rinascita Scott e Nicola Gratteri hanno ricordato a tutti che è arrivato il momento delle forti assunzioni di responsabilità: nel Vibonese la Chiesa vuole essere luce, speranza, o diventare ufficialmente parte del problema?
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Informazione sui contenuti
La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.
Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.
Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.
Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.
Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.
E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non - seppur condannate nei primi gradi di giudizio.
Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.