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Il Papa promette misericordia ai pedofili

Una lettera alla Chiesa francese rassicura migliaia di abusatori che non saranno considerati criminali ma peccatori: è la ricetta “perdono senza giustizia”

Federica Tourn by Federica Tourn
26 Marzo 2026
in Cronaca e News
Reading Time: 5 mins read
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Le vittime di abusi adesso sanno che non è la Chiesa ma un commissariato di polizia il posto dove chiedere giustizia. Perché il Papa ha fatto sapere oggi che per lui uno come Rupnik non è un criminale ma un peccatore. E che alle vittime la Chiesa riserva “attenzione”, agli abusatori “misericordia”. Cioè perdono senza giustizia

Giorgio Meletti e Federica Tourn

Papa Leone XIV ha rotto gli indugi e con la lettera inviata questa mattina (25 marzo 2026) alla Chiesa francese trasmette un messaggio chiaro e rassicurante a migliaia di preti pedofili e abusatori in genere: questi criminali per la Chiesa sono peccatori e perciò a loro è garantito il perdono.

In pratica, prendendo alla lettera le parole del Papa, si profila una sorta di amnistia generalizzata, sia pure sottobanco.

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Viene così definitivamente accantonato il vaniloquio sulla “tolleranza zero” proclamata dal predecessore Francesco, peraltro praticata contro i nemici e dimenticata per gli amici. E si profila un atterraggio morbido per l’imputato più illustre, il mosaicista e teologo ex gesuita Marko Rupnik, amico e protetto di Jorge Mario Bergoglio.

Ecco la parole di Robert Prevost comunicate dal sito ufficiale Vatican News:

“Un punto della vostra riflessione riguarderà il proseguimento della lotta contro gli abusi sui minori e il processo di riparazione che avete intrapreso con determinazione. È infatti opportuno perseverare nel lungo periodo nelle azioni di prevenzione avviate”, sottolinea Papa Leone. Invita a “continuare a manifestare l’attenzione della Chiesa verso le vittime e la misericordia di Dio verso tutti”. È bene – aggiunge – che i sacerdoti colpevoli di abusi non siano esclusi da questa misericordia e siano oggetto delle vostre riflessioni pastorali”.

L’ex capo degli agostiniani rimane perfettamente fedele all’insegnamento di Sant’Agostino: la giustizia va esercitata per il bene della vittima e per il bene del peccatore (messi sullo stesso piano) e della Chiesa tutta.

E per il peccatore la Chiesa conosce solo la strada del perdono e della riabilitazione. Per cui ci si potrebbe chiedere a che cosa servano i tribunali (uno statale e uno ecclesiastico) se non a garantire agli abusatori di poter serenamente continuare nel sacerdozio, magari occupandosi di minori, dopo un percorso di riabilitazione.

La risposta si legge tra le righe del messaggio di Prevost alla Chiesa francese: rispetto all’era Bergoglio cambierà molto, anche se Prevost è ossessionato dal timore che gli si dica che sta rovesciando le impostazioni del predecessore.

Come da antica tradizione della Chiesa, il Papa dichiara sempre di essere in perfetta continuità con chi l’ha preceduto, ma bisogna essere ciechi per non vedere la svolta.

A meno che non ci venga spiegato che queste frasi sono solo ovvietà di quelle che infarciscono i discorsi di Leone XIV, spesso somiglianti alle esternazioni di Chance il giardiniere (Oltre il giardino, 1979).

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L’impostazione di Francesco era di proclamare la “tolleranza zero” a favore di telecamera per tranquillizzare le vittime e le loro associazioni, salvo poi fingere di non vedere che le singole conferenze episcopali nazionali, quella italiana in particolare, continuavano a proteggere in vario modo i loro pedofili.

Dopo Bergoglio

Naturalmente il copione prevedeva che ogni tanto qualche pedina venisse sacrificata e spretata (in genere solo dopo dura condanna della giustizia penale) proprio per celebrare il rito biblico del capro espiatorio su cui scaricare i peccati di tutti.

E qualche volta è stato scelto come capro espiatorio un innocente, come il sacerdote di Ragusa Nello Dell’Agli, spretato con decisione inappellabile del Papa in persona, senza neppure il diritto di sapere di che cosa è stato accusato.

Ciò che con tutta evidenza non è mai piaciuto a Prevost è proprio l’arbitrio con cui Bergoglio interveniva nei processi proteggendo gli amici e condannando quelli che non gli piacevano.

Ma come si è visto nei due casi più scottanti ereditati da Bergoglio, quello del cardinale Angelo Becciu e quello di Rupnik, Leone XIV finora si è ben guardato dal dire una parola chiara, paralizzato da una prudenza così profonda da far sospettare ai più critici la mancanza di coraggio.

Da oggi è tutto più chiaro, almeno per il caso di Rupnik, accusato di abusi psicologici e sessuali su una trentina di donne adulte vulnerabili, quasi tutte religiose, e nominalmente sotto processo. Nominalmente perché la parabola del predicatore sloveno è incomprensibile.

Prima è stato scomunicato per assoluzione del complice, dove la “complice” era una donna vittima di abusi, tanto che la Chiesa le ha versato un risarcimento.

La scomunica fu revocata nel giro di ore per ordine dello stesso Papa Francesco, un gesto arbitrario che la Chiesa da anni si rifiuta di commentare.

Poi i suoi reati sessuali con decine di vittime sono stati dichiarati prescritti, fino a quando lo stesso Bergoglio, non riuscendo a sostenere la pressione di alcuni cardinali, ha revocato la prescrizione.

Questo avveniva due anni e mezzo fa, e in questo periodo il prefetto per la Dottrina della Fede Victor “Tucho” Fernandez è riuscito a non far mai iniziare il processo, benché la fase istruttoria fosse completata da tempo.

Dopo la morte di Francesco, Fernandez ha detto dapprima di avere molte difficoltà a trovare cinque giudici disponibili a processare Rupnik, poi di averli trovati ma di non poterne rivelare il nome.

L’avvocata Laura Sgrò, che difende cinque delle vittime, ha chiesto al tribunale di costituirsi parte civile un paio d’anni fa e ancora attende una risposta.

Nel frattempo proprio giovedì 26 marzo a Bari sarà proiettato per la prima volta in Italia l’esplosivo documentario Nun vs. the Vatican, di Lorena Luciano e Filippo Piscopo, nel quale due reduci della comunità Loyola di Rupnik, Gloria Branciani e Mirjam Kovac, raccontano in modo assai crudo le imprese erotiche dell’amico di Bergoglio e, soprattutto, il silenzioso lavorio della Chiesa per proteggerlo.

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Da tempo si era diffusa l’idea che Prevost, combattuto tra le richieste di giustizia e il timore di far apparire la Chiesa in balia degli umori dei papi che si succedono, avesse scelto la strada del rinvio sine die per non assumersi la responsabilità che il suo potere assoluto gli impone, sia per Rupnik, sia per Dell’Agli, sia per lo stesso Becciu.

Ma con il messaggio alla Chiesa francese il quadro si è chiarito.

Le vittime di abusi adesso sanno che non è la Chiesa ma un commissariato di polizia il posto dove chiedere giustizia. Perché il Papa ha fatto sapere oggi che per lui uno come Rupnik non è un criminale ma un peccatore. E che alle vittime la Chiesa riserva “attenzione”, agli abusatori “misericordia”. Cioè perdono senza giustizia.

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Federica Tourn è giornalista professionista; come freelance si è occupata soprattutto di migranti, religioni, diritti umani, mafie, femminismo. Ha scritto reportage da diversi paesi, dalla Siria al Libano, dalla Bosnia all’Ucraina; ha collaborato fra gli altri con Diario, D Repubblica, Il Manifesto, Left, Rolling Stone, Vanity Fair, Marie Claire, Famiglia Cristiana, Pagina99, Eastwest, FQ Millennium, Huffington Post UK, Geographical. Insieme ad altre donne, nel 2007 ha pubblicato per l’editrice Claudiana La Parola e le pratiche. Donne protestanti e femminismi e nel 2020 per le edizioni Aut Aut ha scritto Rovesciare il mondo. I movimenti delle donne e la politica. Su Jesus cura le rubriche “Ecumene” e “Le Straniere”. Per Domani dal 2022 si occupa dell’inchiesta sulla violenza nella Chiesa cattolica. Nel 2020 ha vinto la prima edizione del  “Piazza Grande Religion Journalism Award”, organizzato dall’Iarj, l’Associazione internazionale di giornalisti religiosi, e nel 2023 la seconda edizione del Premio Mimmo Cándito-Per un giornalismo a testa alta.

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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

No thanks, I’m not interested.