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il Portale della Rete L'ABUSO - Home » abusi sessuali » Vaticano, cala una fitta coltre di silenzio sull’orribile caso Rupnik. Ira delle vittime e del difensore: vogliamo giustizia

Vaticano, cala una fitta coltre di silenzio sull’orribile caso Rupnik. Ira delle vittime e del difensore: vogliamo giustizia

Il Pontefice era sceso in campo annunciando che il nuovo processo canonico era stato finalmente «avviato e i giudici nominati»

Redazione WebNews by Redazione WebNews
26 Marzo 2026
in Città del Vaticano
Reading Time: 4 mins read
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In Vaticano è calata una coltre di silenzio sospetto sul processo Rupnik. Eppure non sono passati che pochi mesi da quando – il 7 novembre 2025 – Papa Leone aveva voluto rassicurare personalmente l’opinione pubblica mondiale nonché le vittime dell’ex gesuita che è accusato di avere abusato sessualmente e psicologicamente di una trentina di donne. Il Pontefice era sceso in campo annunciando che il nuovo processo canonico era stato finalmente «avviato e i giudici nominati» e che occorreva avere pazienza. Pochi giorni dopo l’avvocato difensore di cinque delle vittime (quelle che per prime hanno portato a conoscenza il mondo di episodi crudeli e gravissimi), mandava una mail ai vertici del Dicastero della Fede per avere dal cardinale Fernandez e da monsignor Kennedy ragguagli tecnici e procedurali necessari a capire come procedere. «Per avere un minimo di chiarezza sul procedimento, nel rispetto e nell’interesse di tutti».

La lettera firmata dalla legale Laura Sgrò faceva riferimento alle parole spese agli inizi del 2025 dal cardinale Fernandez, sul fatto che finalmente il Vaticano era riuscito ad individuare i membri del Collegio incaricato a giudicare uno dei casi più scottanti, orrendi e spinosi degli ultimi decenni. Una vicenda che vede sul banco degli imputati un influente e noto artista, padre Rupnik accusato di reiterati abusi. Finora sembra sia sempre riuscito a sfuggire alle maglie della giustizia canonica in virtù delle sue amicizie potenti, dei suoi legami con cardinali di peso e persino con due pontefici, San Giovanni Paolo II e Papa Francesco. Quest’ultimo – che teneva in camera un suo dipinto – si dice che nel 2020 abbia cancellato di persona la scomunica del Dicastero della Fede.

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Vicenda che ha alimentato tanti interrogativi evidenziando scarsa trasparenza.

Vedendo che il tempo passava senza notizie di sorta, la legale ha cercato reiteratamente di ottenere risposte dal Dicastero vaticano ma sempre senza alcun risultato. «Ho sollecitato più volte il Dicastero della Fede per avere informazioni. Le vittime ignorano totalmente cosa stia accadendo». Ad oggi «non si conosce né il numero, né i nomi di coloro che fanno parte del collegio giudicante». «Nessuno a noi ci ha mai ufficialmente dato notizie di nulla. Le vittime stanno pagando già un prezzo altissimo da molti anni che invece che diminuire continua a crescere. E questo non solo è intollerabile, ma anche contro ogni principio giuridico. Perché è giusto che vi sia un processo equo dove vengano garantiti tutti i diritti, primi fra tutto il principio di innocenza e di difesa di don Marko Rupnik, ma è anche giusto che vi sia un tempo in cui tutto questo debba svolgersi, il tempo del giusto processo e che le vittime possano poi essere restituite all’oblio. Tutto ciò purtroppo, e lo dico con immenso dispiacere».

Ancora una volta il modus operandi del Vaticano in materia di giustizia pare caratterizzato da scarsa trasparenza, come hanno sempre messo in evidenza in questi anni le associazioni che si battono per la difesa delle vittime di abusi sessuali. Al di là del Tevere parlare del caso Rupnik solleva sempre la stessa reazione: imbarazzo e fastidio. Le poche informazioni sul collegio giudicante le aveva fornite il cardinale Fernandez l’anno scorso sostenendo solo che era composto da donne e chierici ma senza specificare i loro nomi, la rispettiva competenza, il curriculum, la nazionalità. Nel frattempo sul caso è calato il sipario con buona pace delle vittime.

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Intanto in parallelo procede senza sosta il duro braccio di ferro all’interno della Chiesa sul futuro delle opere di Rupnik presenti in santuari, chiese, basiliche. Molti vescovi si chiedono se smantellarle o mantenerle nei luoghi di culto più prestigiosi al mondo. A Lourdes il Vescovo ha già scelto di oscurare i grandi mosaici poiché, ha spiegato, non facevano altro che aggiungere altra angoscia alle vittime di abusi che arrivavano al santuario per trovare pace e riconciliarsi con la Chiesa. A Roma, invece, dove Rupnik ha stranamente continuato a godere di particolare benevolenza, nessuno vuole parlare delle opere. Tanto che al Vicariato nessuno ha mai sollevato il problema della costosissima cappella realizzata ai tempi del cardinale Angelo De Donatis, attuale penitenziere (e grande protettore del presunto abusatore). Papa Leone durante gli esercizi spirituali della curia ha voluto dare un messaggio, evitando di tenere gli esercizi nella cappella del palazzo apostolico contenente i mosaici realizzata ai tempi di Giovanni Paolo II. Al posto di ascoltare le prediche nella Cappella Redemptoris Mater ha scelto la Cappella Paolina. Tuttavia il Vaticano non ha mai voluto spiegare il motivo di questa scelta. L’opacità regna come sempre sovrana.

L’anno scorso la Compagnia di Gesù, nella persona del Delegato del Generale, padre Johan Verschueren, era stato protagonista di un autentico mea culpa. Egli aveva chiesto perdono alle vittime per avviare insieme a loro un percorso di riparazione, «orientato alla guarigione delle ferite” causate “dall’operato di Marko Rupnik”. I Gesuiti avevano offerto a Marko Rupnik la possibilità di farsi carico pubblicamente delle sue azioni, di pentirsi, di chiedere perdono e di cominciare un percorso di terapia. A seguito del suo pervicace rifiuto a sottomettersi a questa possibilità, il Padre Generale ha preso la decisione di dimetterlo.

Finora sono una trentina le denunce di suore abusate, in un’arco temporale che parte dagli anni Ottanta. Padre Arturo Sosa, superiore Generale della Compagnia di Gesù aveva informato: «Noi abbiamo chiesto perdono per la nostra cecità. Non abbiamo visto, è vero. Da dove viene questa cecità? Dal non aver messo insieme i segni che c’erano. Tra l’altro in passato non era facile fare una denuncia di questo genere. Ed è mancata da parte nostra la sensibilità per vedere quello che era accaduto».

https://www.ilmessaggero.it/vaticano/papa_leone_rupnik_vittime_suore_violenze-9435528.html

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Informazione sui contenuti

La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

No thanks, I’m not interested.

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