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Portale dell'Associazione Rete L'ABUSO | world » news » sicilia » Caso Rugolo: il vescovo Gisana indagato per falsa testimonianza

Caso Rugolo: il vescovo Gisana indagato per falsa testimonianza

ludovica.eugenio by ludovica.eugenio
15 Dicembre 2024
in Sicilia
Reading Time: 4 mins read
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PIAZZA ARMERINA (EN)-ADISTA. È formalmente indagato per falsa testimonianza dalla Procura di Enna mons. Rosario Gisana, vescovo di Piazza Armerina, assurto agli onori delle cronache nel caso del prete don Giuseppe Rugolo, condannato in primo grado a quattro anni e sei mesi ex articolo 609 bis e quater del codice penale per tentata violenza sessuale e violenza su minori di 16 anni, con interdizione per cinque anni dai pubblici uffici e interdizione perpetua dall’insegnamento nella scuola di ogni ordine e grado (v. Adista Notizie nn. 10/24). A denunciare il prete di Enna alle autorità civili, dopo un tentativo infruttuoso con le autorità della Chiesa, la vittima, Antonio Messina, sedicenne all’epoca degli fatti, avvenuti dal 2009 al 2013. La falsa testimonianza del vescovo, secondo l’accusa (v. La Repubblica Palermo, 13/12) sarebbe stata commessa nel corso dell’inchiesta e anche durante il processo; ugualmente indagato con la medesima contestazione anche il vicario giudiziale della diocesi, mons. Vincenzo Murgano.

Già nelle motivazioni della sentenza di condanna, pubblicate in 222 pagine lo scorso luglio, a 137 giorni dalla sentenza di primo grado – che sanciva anche la responsabilità civile della diocesi, condannandola a pagare un risarcimento alla vittima Messina (v. Adista Notizie n. 29/24) – il vescovo di Piazza Armerina era stato fatto oggetto di pesanti accuse, come quella di aver agevolato l’attività predatoria di Rugolo. Il documento citava «elementi chiari e univoci a sostegno di una condotta coscientemente colposa da parte del vescovo monsignor Rosario Gisana, che rendono vieppiù legittima la condanna al risarcimento del danno della Curia, nella sua qualità di responsabile civile, per i pregiudizi cagionati dagli abusi sessuali perpetrati da padre Rugolo». Gisana infatti «già nel 2016 e negli anni successivi in cui l’imputato seguitava a perpetrare abusi sessuali» ai danni degli altri due adolescenti vittime di Rugolo «era pienamente consapevole del fatto che p. Rugolo era stato segnalato a lui per avere tenuto, nel recente passato, condotte simili con altri ragazzi giovanissimi». Le motivazioni del Tribunale confermavano quanto raccontato nel podcast “La Confessione” dai giornalisti Stefano Feltri, Giorgio Meletti e Federica Tourn, che aveva ricostruito tutto il sistema di insabbiamenti del caso Rugolo sulla base dei documenti e delle registrazioni telefoniche messe agli atti e in seguito nella disponibilità delle parti, presentando, come spiegato da Feltri stesso, una «riproduzione quasi in scala 1:1 del meccanismo di copertura che la Chiesa offre ai sacerdoti che sbagliano».

Chiusura delle indagini

Ora, a seguito di un nuovo esposto della parte civile, il procuratore Ennio Petrigni, si legge su Repubblica, intende approfondire la posizione di Gisana e per questo nei giorni scorsi i pubblici ministeri «hanno firmato un provvedimento di chiusura dell’indagine, che è stato notificato dalla squadra mobile». Ora, davanti a questo nuovo passo Gisana – che ha sempre negato di avere insabbiato alcunché e il cui avvocato ha sempre insistito sul fatto che le frasi estratte dalle intercettazioni che lo incolpavano erano «decontestualizzate» – e il vicario Murgano hanno trenta giorni di tempo per depositare una memoria oppure per chiedere di essere interrogati.

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Le richieste di dimissioni

La notizia dell’indagine su mons. Gisana e mons. Murgano arriva dopo mesi di tensione in diocesi, segnati da iniziative della base cattolica, costituitasi in un comitato di protesta contro la curia diocesana che chiede le dimissioni di Gisana. Dimissioni, si dice, a cui avrebbe dovuto già pensare papa Francesco ma che invece non sono mai arrivate, complice anche il favore di cui Gisana gode presso il papa stesso che, a processo in corso, ebbe a dire che era stato «perseguitato e calunniato», ma che era «un vescovo giusto». Il 22 agosto, in due chiese di Enna, la parrocchia di San Giuseppe e il santuario di Valverde, dove a celebrare erano sacerdoti i cui nomi compaiono nella vicenda di don Giuseppe Rugolo, al loro ingresso in chiesa, un folto gruppo di fedeli si è alzato ed è uscito, in segno di protesta, riunendosi sul sagrato con cartelli con citazioni evangeliche e lo slogan dell’iniziativa: «Non accetto prediche da chi copre un abuso». Anche a Piazza Armerina, della cui diocesi Enna fa parte, si è svolta una protesta silenziosa, davanti alla cattedrale (v. Adista 30/24). Alla fine dello scorso novembre, poi, in occasione della celebrazione a Pietraperzia (Comune nella diocesi di Piazza Armerina) della patrona dell’Arma dei Carabinieri Virgo Fidelis, per la quale la Fanfara dell’Arma del XII Reggimento “Sicilia” di Palermo avrebbe dovuto esibirsi in un concerto seguito da un corteo e dalla celebrazione della Messa presieduta da Gisana. È arrivata al comando generale dell’Arma dei carabinieri una lettera firmata da Antonio Messina; si riteneva «inaudito che l’Arma dei carabinieri richieda, in occasione delle celebrazioni che vedono le forze dell’ordine protagoniste, la presenza del vescovo che, come rassegnato dal tribunale penale di Enna nella sentenza emessa in 5 marzo, all’esito del noto processo a carico del sacerdote Giuseppe Rugolo, “ometteva, con ogni evidenza, qualsivoglia, doverosa, seria iniziativa a tutela dei minori della sua comunità e dei loro genitori, nonostante la titolarità di puntuali poteri/doveri conferiti nell’ambito della rivestita funzione di tutela dei fedeli, facilitando l’attività predatoria di un prelato già oggetto di segnalazione”». «Vi chiedo – era l’appello di Antonio Messina – di valutare l’opportunità della presenza del vescovo Rosario Gisana alle celebrazioni dedicate alla “Virgo Fidelis”, patrona dell’arma dei carabinieri che, come tutte le altre forze di polizia, deve rispondere alla procura della Repubblica e al tribunale, istituzioni che hanno severamente condannato l’operato dell’ordinario diocesano».

L’appello non era caduto nel vuoto; il Comune di Pietraperzia (che patrocinava l’evento) e l’Arma dei Carabinieri hanno comunicato, a 48 ore dalla celebrazione, «che a causa di problemi organizzativi dell’Arma dei Carabinieri, l’esibizione della Fanfara dei Carabinieri è rinviata a data da destinarsi».

https://www.adista.it/articolo/73007

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ludovica.eugenio

Ludovica Eugenio, laureata in Storia delle origini cristiane, giornalista e traduttrice, nata nel 1966 a Torino, dal 1990 è direttore del settimanale di informazione religiosa Adista, presso la quale si occupa soprattutto della Chiesa di area anglofona e germanofona.

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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

No thanks, I’m not interested.