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il Portale della Rete L'ABUSO - Home » abusi sessuali » Lugano: gli abusi sessuali di don Leo, un caso anche politico

Lugano: gli abusi sessuali di don Leo, un caso anche politico

ludovica.eugenio by ludovica.eugenio
8 Settembre 2024
in World
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41965 LUGANO-ADISTA. Contro lo svizzero don Rolando Leo, 55 anni, prete ordinato nel 2005 originario di Mendrisio e incardinato nella diocesi di Lugano, è stato aperto un fascicolo penale per abusi sessuali su minori dal locale “ministero pubblico”. Don Leo non è un prete qualsiasi: cappellano e docente del Collegio Bartolomeo Papio, ad Ascona, insegnante al Liceo di Savosa, assistente diocesano della Pastorale giovanile, è anche direttore dell’ufficio insegnamento religioso scolastico nonché assistente dell’Azione Cattolica, presidente della “Comunità di lavoro delle Chiese cristiane in Ticino”, membro del “Forum svizzero per il dialogo interreligioso ed interculturale” Il suo caso ha sconvolto ai primi di agosto la Chiesa del Canton Ticino, in Svizzera: secondo quanto riporta il Corriere del Ticino (8/8), il prete è stato fermato dalla polizia il 6 agosto nel collegio di Ascona mercoledì mattina, è stato lungamente interrogato e il magistrato coordinatore dell’inchiesta, la procuratrice Valentina Tuoni, ne ha chiesto la carcerazione; il prete è stato posto in detenzione preventiva alla Farera, il carcere giudiziario di Lugano.

L’8 agosto la diocesi ha emesso un comunicato nel quale si affermava che «a seguito di una segnalazione giunta direttamente all’amministratore apostolico, monsignor Alain de Raemy» il giudice aveva «avviato un’indagine nei confronti di un presbitero. Le ipotesi di reato sono atti sessuali con fanciulli, coazione sessuale, atti sessuali con persone incapaci di discernimento o inette a resistere, pornografia». La vittima ha denunciato il suo caso al vescovo il quale, dopo aver coinvolto la commissione di esperti sugli abusi clericali, ha prontamente inoltrato il fascicolo alla magistratura.

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La denuncia del vescovo ora zelante…

La denuncia della vittima sarebbe frutto di un appello di qualche mese fa di mons. de Raemy, amministratore apostolico della diocesi di Lugano e vescovo ausiliare di Losanna, Ginevra e Friburgo, che nei mesi scorsi, in seguito alla pubblicazione, il 12 settembre dello scorso anno, dello studio preliminare dell’Università di Zurigo sugli abusi nella Chiesa Svizzera (v. Adista Notizie n. 31/23), che rivelava l’esistenza di 1.002 casi, 510 accusati e 921 vittime, aveva chiesto alle vittime di farsi avanti e di denunciare i fatti. Mons. De Raemy deve essere rimasto scottato dalle accuse mosse a lui e ad altri 5 vescovi svizzeri (in tutto quattro ancora in esercizio e due emeriti) all’inizio dell’anno di aver insabbiato o rallentato l’iter di alcuni casi di abusi (v. Adista Notizie n. 2/24). A muovere queste accuse fondate era stato mons. Nicolas Betticher, già portavoce della Conferenza episcopale, giudice del tribunale ecclesiastico interdiocesano, vicario generale a Losanna, segretario di nunziatura e attualmente parroco a Berna.

Questa volta mons. De Raemy pare essersi mobilitato tempestivamente, applicando le nuove norme stabilite dal Codice canonico, con la sospensione immediata del sacerdote dalle sue funzioni ela segnalazione alla giustizia penale.

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«Siamo fiduciosi che l’opera dell’autorità giudiziaria possa giungere in tempi rapidi a determinare l’esatta fisionomia dei fatti accaduti», ha detto monsignor de Raemy nel comunicato, che non dice molto altro per la «delicatezza della fattispecie e il rispetto di tutte le persone coinvolte».

Una Chiesa sconvolta

Le istituzioni nelle quale don Leo prestava il suo servizio sono rimaste sconvolte dal fatto. Il rettore del Collegio Papio don Patrizio Foletti, ha manifestato al Corriere del Ticino il suo «sconcerto: sono caduto dal quinto piano»; «neanche lontanamente mi è mai passato dalla mente che tutto questo potesse accadere», ha aggiunto, specificando che dall’interno del Collegio non era mai arrivata alcuna segnalazione su eventuali comportamenti illeciti del prete.

Don Foletti ha scritto alle famiglie degli allievi della scuola, senza negare i fatti ma cercando di rassicurarle sulla sicurezza e sul futuro della scuola: «A tutt’oggi, i fatti non sembrano toccare l’attività di don Rolando in Collegio», ha scritto. «Siamo ovviamente sconcertati e addolorati come voi, e stiamo già facendo quanto possibile per iniziare in modo sereno l’anno scolastico. Dignità e rispetto della persona restano, come sempre anche in passato, al centro delle attenzioni del Collegio. In attesa di rivedervi restiamo a disposizione per ascoltare il vostro disagio».

Che l’arresto di don Leo abbia sconvolto la Chiesa ticinese lo dimostra un lungo articolo comparso il 9 agosto sul giornale del Ticino: «Nessuno sembra voler sperare che dalla sede giudiziaria esca una risposta diversa da quella al momento data come unica verità», cioè i presunti «atti sessuali con fanciulli, la pornografia, la coazione sessuale e gli atti sessuali con persone incapaci di discernimento o inette a resistere, un carico che nell’arco di 24 ore ha portato dal primo interrogatorio alla carcerazione preventiva, quest’ultima disposta oggi da Paolo Bordoli nel ruolo di giudice dei provvedimenti coercitivi», e che dovrebbe durare per almeno due mesi.

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Accompagnamento dei giovani. Fino all’arresto…

L’inchiesta è durata alcuni mesi: la prima segnalazione alla magistratura, fatta da de Raemy, risale a marzo, subito dopo la segnalazione della vittima, ora maggiorenne, che riferiva fatti risalenti al 2018 o 2019. Ma pur nella tempestività della denuncia, alcuni fatti creano sconcerto, come il fatto che il prete, dunque sotto inchiesta da mesi – e ora ovviamente cautelativamente sospeso dal ministero – abbia potuto accompagnare, fino alla sera prima dell’arresto, in un pellegrinaggio di una decina di giorni a Medjugorje, un gruppo di ragazzi. «Perché la Curia ha lasciato che il sacerdote accompagnasse i giovani, molti dei quali minori, a Medjugorje?», si chiede il Corriere del Ticino. «Una domanda lecita», per la diocesi, che tuttavia non ha ancora dato risposta. E se è vero che nei tempi dell’inchiesta occorre fare riferimento alla presunzione di innocenza dell’accusato, nei tempi lunghi intercorsi tra denuncia e arresto (5 mesi) la reiterazione di uno o più tra i reati ipotizzati era ben possibile. «Don Rolando Leo ha tuttavia continuato ad insegnare e ad occuparsi delle attività di sua competenza», osserva il Corriere del Ticino: «Lo stesso viaggio a Medjugorje ha avuto luogo con un gruppo di ragazzi di cui il presbitero – insieme con il confratello don Kamil Cielinski – è stato conduttore e animatore, le tappe delle varie presenze in eventi comunitari sono state documentate in una sorta di continuo diario pubblico via “social” e sulle pagine del portale www.catt.ch; prima del pellegrinaggio nell’ex-Iugoslavia vi era stata a luglio, per 24 ore, la presenza al campo dell’“Azione cattolica giovani” con base alla “Montanina” di Blenio frazione Camperio; nulla davvero era stato accertato nel frattempo, nulla che potesse indurre ad un intervento d’autorità?». Ora sarà compito della magistratura indagare, è se si sia in presenza di un fatto isolato o se vi siano altri episodi, stante il fatto che il prete ha spaziato, per i diversi compiti ministeriali, per anni in tutto il territorio elvetico. Don Rolando Leo non ha finora confermato né smentito le accuse.

I riverberi politici

La vicenda ha già avuto riflessi all’interno del Gran Consiglio, il Parlamento del cantone svizzero, per ciò che riguarda le norme che regolano i rapporti tra Chiesa e Stato. Dopo aver presentato un’interpellanza, i deputati del Movimento per il socialismo (MPS) Giuseppe Sergi e Matteo Pronzini hanno depositato la proposta di un’iniziativa parlamentare con l’obiettivo di introdurre una modifica dell’art. 7 della Legge sulla Chiesa cattolica un dispositivo che obblighi l’autorità ecclesiastica (il vescovo ordinario del luogo) a segnalare immediatamente ogni sospetto di reato riguardante un membro del clero. Nella formulazione attuale della legge, varata il 16 dicembre 2002, all’art. 7 sull’obbligo di notifica dell’Autorità giudiziaria si dice infatti soltanto: «Il procuratore pubblico notifica all’Ordinario, al più presto ma al massimo entro tre mesi dall’apertura dell’istruzione, l’esistenza di un procedimento penale a carico di un ecclesiastico, ad eccezione dei casi senza rilevanza per la funzione»; una norma unilaterale che non sancisce alcun obbligo per la Chiesa.

Nel frattempo la richiesta è stata anche lanciata su act.campax.org in forma di petizione (quasi mille le adesioni finora), chiedendo al Gran Consiglio la modifica dell’art. 7 e misure «per garantire che le segnalazioni avvengano senza ritardi, tutelando così la sicurezza e l’integrità delle vittime e la corretta amministrazione della giustizia».

https://www.adista.it/articolo/72470

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Ludovica Eugenio, laureata in Storia delle origini cristiane, giornalista e traduttrice, nata nel 1966 a Torino, dal 1990 è direttore del settimanale di informazione religiosa Adista, presso la quale si occupa soprattutto della Chiesa di area anglofona e germanofona.

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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

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