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“Mia sorella Emanuela è stata riconsegnata, ma non alla famiglia. Era coinvolto il cardinale Poletti”: le rivelazioni di Pietro Orlandi. E spunta un nuovo nome

Il fratello della 15enne rapita il 22 giugno del 1983 nel cuore di Roma è tornato a parlare, svelando nuovi dettagli, dal 41esimo sit-in per ricordare l'anniversario della scomparsa della sorella

Redazione WebNews by Redazione WebNews
23 Giugno 2024
in Cronaca e News
Reading Time: 4 mins read
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“Mi scrivono sacerdoti e suore da ogni parte del Mondo per darmi sostegno nella mia battaglia. Non comprenderò mai perché il Vaticano preferisce subire i dubbi di mezzo mondo, piuttosto che dire cosa c’è dietro alla vicenda di Emanuela. Si tratta di qualcosa di pesante ma devono uscirne fuori. Qualunque sia la verità. Prima o poi crollerà tutto quel fango. Soltanto dopo, si potrà ricostruire una Chiesa nuova”: sono parole di speranza, nonostante tutto, quelle di Pietro Orlandi che ieri, sabato 22 giugno, ha tenuto a Piazza Cavour a Roma il 41esimo sit-in, nell’anniversario della scomparsa della sorella Emanuela Orlandi, la 15enne rapita il 22 giugno del 1983 nel cuore di Roma. Orlandi, che da 41 anni invoca giustizia per sua sorella, ha tracciato un possibile scenario su come e perché la vita di sua sorella sia stata risucchiata da un mistero senza fine.

“Mia sorella è servita a livello mondiale per portare a termine un ricatto ma una ragazzina, anche se cittadina vaticana, non può essere il solo oggetto del ricatto. Il fatto che sia cittadina vaticana è servito solo a mettere pressione, ma l’oggetto del ricatto è stato presentato prima del rapimento. Lei è stata usata solo a livello mediatico”. “Questi 40 anni ce li ho tutti in testa, c’è chi mi ha accusato di andare in tv per soldi. Sono tutte bugie, non ho mai preso nemmeno un solo euro. La mia ricompensa è poter parlare di Emanuela, non è una cosa assurda o anomala quello che faccio io. Per me è normale non accettare passivamente un’ingiustizia, andrò avanti sempre”.

Alle centinaia di persone arrivate ieri a Roma da tutta Italia che sostengono la sua lotta ha provato a raccontare da dove provenga tutta la sua ostinata forza, lasciandosi andare a un racconto più personale: “Immaginate di tenere per mano la persona più cara al mondo, di girarvi e non vederla più. Passano gli anni e non te ne accorgi, sei fermo a quel momento e vale per tutte le famiglie di persone scomparse. Vivi una serenità apparente, la tua vita è legata a quel giorno. Il tempo si annulla, non ha più senso, si dilata. Per me il 22 giugno del 1983 è durato un secondo in più e in quel secondo è racchiuso ciò che è successo a Emanuela. L’unica cosa che mi dà la percezione del tempo è la mia famiglia, mia moglie e i miei figli che sono cresciuti senza conoscere la zia. Se fossi rimasto solo, mi sarei annullato. Avrei vissuto in un mondo surreale, il loro affetto mi tiene aggrappato alla realtà”.

Tornando sul ricatto, Pietro Orlandi ha fornito nuovi elementi: “C’è ancora qualcuno che ricatta qualcun altro. Vorrei che chi indaga sulla scomparsa di mia sorella – al momento la Procura di Roma, quella Vaticana e la commissione parlamentare – convocassero la persona che mi ha consegnato dei documenti che mi fanno pensare che ci sia un legame in questa storia con l’Inghilterra”. Si tratta di una persona che più di un anno fa ha contattato il fratello di Emanuela Orlandi. Quest’uomo gli ha detto di essere stato coinvolto in una delle fasi del rapimento e di aver poi preso parte al trasferimento della ragazza a Londra in un appartamento adiacente a un convento gestito dai padri Scalabriniani. In pratica, è stata una sorta di suo carceriere pur non avendo avuto contatti diretti con la ragazza nella fase di prigionia. Secondo quest’uomo, vicino sia alla malavita romana che al gruppo dei Nar (nuclei armati rivoluzionari) e in particolare al gruppo guidato da Stefano Soderini (fonte: Notte Criminale di Alessandro Ambrosini) “a gestire la situazione di Emanuela sarebbe stato il cardinale Ugo Poletti. Lui spesso parlava con mia sorella a Sant’Apollinare, Emanuela lo conosceva bene come conoscevamo bene altri cardinali e prelati, essendo nati e cresciuti in Vaticano. Quest’uomo mi disse che per Poletti era difficoltosa e dolorosa questa situazione ma non poteva farne a meno. Mi ha anche detto che tutto era organizzato da più di un anno (come emerge anche dai famosi cinque fogli di Londra venuti fuori, nda). Mi spiegò che c’erano questi “festini” in cui erano coinvolti personaggi importanti e che lui aveva il compito di portare delle ragazzine in queste situazioni. Così è successo anche il 22 giugno del 1983, ma Emanuela ha seguito un altro percorso. Per rapirla si sono serviti di persone della Magliana ed è stato usato anche Poletti. Loro, il Vaticano, erano i ricattati. Ma chi sa la verità e poi viene a casa mia e mi dice che Emanuela è vittima del terrorismo internazionale allora è complice (Papa Giovanni Paolo II, nda). Questa persona di cui parlo che mi ha consegnato i documenti e una foto di una collanina di Emanuela sta in un’inchiesta di Otello Lupacchini. Lo scorso agosto, dopo avermi dato i documenti è sparito, mi scriveva dal dark web. Si è ben premunito, non credo affatto sia questo l’atteggiamento tipico di un mitomane. Ho parlato con Fioravanti (altro terrorista di estrema destra, nda) e si ricorda di lui ma con un altro nome. Ho visto che nell’inchiesta di Lupacchini c’è l’indirizzo di un negozio dove lo si può rinvenire. Ho dato tutto anche alla commissione parlamentare e alla Procura”.

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C’è un altro nome che ieri per la prima volta Pietro Orlandi ha tirato in ballo pubblicamente ed è quello di Stefano Soderini, ex Nar anche lui. Per la Procura è sua la voce di alcune telefonate dei presunti rapitori. “Non a caso, ha detto Pietro Orlandi, sulla sua agenda personale hanno trovato il numero di Poletti. Pare che Poletti si sia avvicinato a loro, non si può trascurare questo dettaglio. La pista di Londra è vera, io ne sono convinto. Penso che Emanuela, dopo che alcune richieste sono state soddisfatte dalle persone ricattate, sia stata riconsegnata ma non alla famiglia perché testimone diretta di cose troppo grosse. Non hanno avuto la coscienza di darla di nuovo in pasto ai criminali perché ci sarebbero stati per sempre dei testimoni e quindi un nuovo ricatto. Qualcuno se si è fatto carico di Emanuela per conto del Vaticano. Seppure fosse ancora viva, le hanno distrutto la vita quel giorno”.

https://www.ilfattoquotidiano.it/2024/06/23/mia-sorella-emanuela-e-stata-riconsegnata-ma-non-alla-famiglia-era-coinvolto-il-cardinale-poletti-le-rivelazioni-di-pietro-orlandi-e-spunta-un-nuovo-nome/7597953/

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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

No thanks, I’m not interested.