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Rete L'ABUSO - Associazione sopravvissuti agli abusi sessuali del clero
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il Portale della Rete L'ABUSO - Home » chiesa » Dove si nascondono i preti pedofili

Dove si nascondono i preti pedofili

Federico Tulli by Federico Tulli
3 Aprile 2024
in Cultura
Reading Time: 3 mins read
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di Federico Tulli – Silenzio e preghiera. È questa la pena comminata dalla Chiesa cattolica

agli ecclesiastici che violano le sue leggi interne.

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Dal 2000, sappiamo grazie a Rete L’Abuso che sono almeno 200 i sacerdoti denunciati in Italia per pedofilia. Per molti di loro il reato di cui sono stati accusati era prescritto, ma almeno centoquaranta sono stati indagati o condannati. Alcuni in via definitiva. Indagando con Emanuela Provera per il nostro libro edito da Chiarelettere “Giustizia divina” abbiamo così scoperto che molto pochi sono in carcere o sono passati per un carcere. Dove si trovano? Dove scontano le misure alternative?

La risposta non è ovvia, e non solo perché i preti quasi mai hanno una casa di proprietà. Di loro si occupa la Chiesa. Come una «madre amorevole». «Non è vero che la Chiesa nasconde i preti pedofili, si sa benissimo dove si trovano. Spesso sono i magistrati che ce li portano ma,

sempre, il loro vescovo è al corrente del loro “domicilio”. Altrimenti dovrebbe denunciarne la scomparsa» ci ha raccontato un diacono psicoterapeuta che ha chiesto di rimanere anonimo. Abbiamo così scoperto che in Italia esiste una efficientissima e molto discreta rete di «assistenza per ecclesiastici in difficoltà» (questa è l’espressione utilizzata dal Vaticano) creata con lo scopo di favorire il recupero dei

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rei, tramite la cura – laddove ce ne sia bisogno, come nel caso dei pedofili, – l’espiazione e la penitenza.

Silenzio e preghiera. Per primi, oltre ad averne verificato l’esistenza, abbiamo mappato questa rete di case di cura in tutta Italia e soprattutto siamo entrati in quelle mura intervistando chi vi ha abitato e chi le gestisce. Anche attraverso fonti documentali inedite abbiamo raccontato come sono regolamentate, da chi dipendono, che sono finanziate dalla Conferenza episcopale, che sono state “inventate” da monsignor Ghizzoni, nominato nel 2019 primo presidente del Servizio nazionale per la tutela dei minori e degli adulti vulnerabili nella Chiesa. Inoltre, abbiamo raccontato che tipo di vita conducono i preti “reclusi” al loro interno e come sono regolate le relazioni con la società laica. Abbiamo così appurato che il diacono non ci aveva detto tutta la verità. L’atavico timore del Vaticano per lo scandalo pubblico talvolta trasforma questi luoghi in carceri parallele a quelle dello Stato. È in queste «cliniche» che vengono indirizzati con garanzia di anonimato i sacerdoti protagonisti di episodi di abusi su minori che la Chiesa italiana, sulla base delle regole che si è data, non denuncia alla magistratura laica. Finendo paradossalmente per spuntare le armi che lo stesso papa Francesco ha a disposizione per la lotta contro la pedofilia.

Come si combina infatti tutto questo con i suoi frequenti proclami di «tolleranza zero»? Bisogna considerare innanzitutto che è prassi consolidata in Vaticano intervenire pubblicamente laddove non è più possibile celare e risolvere le situazioni di crisi nelle «segrete stanze». Inoltre, le fragilità di un ecclesiastico, le sue cadute, ancorché sfocino nel comportamento criminale, per la Chiesa sono pur sempre peccati, e dai peccati Dio salva, e verso i peccatori vanno usati misericordia e perdono, perché «chi tra voi è senza peccato scagli la prima pietra» (Gv 8,7).

Questa doppia morale affonda le sue radici nella confusione che la Chiesa fa, più o meno volontariamente, tra reato e peccato. L’abuso, per fare un esempio, cioè «l’atto sessuale di un chierico con un minore», è ritenuto un’offesa a Dio, in violazione del sesto comandamento, prima che una violenza efferata contro una persona. Di conseguenza i responsabili, secondo la visione degli appartenenti al clero, devono risponderne all’Altissimo, nella persona del suo rappresentante in Terra,

e non alle leggi della società civile di cui fanno parte.

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È questa un’idea di giustizia che si piega alle convenienze della

monarchia papale. E che si fonda sulla convinzione che il più violento dei crimini nei confronti di un bambino o una bambina sia prima di tutto un delitto contro la morale. E come tale viene trattato: il punto non è tanto evitare che un pedofilo ghermisca la sua preda ma che un prete «con» la sua vittima facciano del «male» a Dio. È questo che è intollerabile per il papa, sta qui la sua «tolleranza zero».

Che ne pensate?

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Federico Tulli

Federico Tulli

Federico Tulli è giornalista professionista. Per anni firma di Left sin dalla sua fondazione nel 2006, prima come collaboratore fisso e poi come redattore, ha scritto articoli per numerose testate italiane e internazionali (tra cui MicroMega, Avvenimenti, Sette, Globalist, Cronache laiche, Adista, Critica liberale, Brecha, etc). Per L’Asino d’oro edizioni ha pubblicato i libri: “Chiesa e pedofilia” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L’Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015). Nel 2018, insieme a Emanuela Provera, ha pubblicato “Giustizia divina” (Chiarelettere). Nel 2020, per “I libri di Left”, ha pubblicato “Cosa ci ha insegnato la pandemia”, e nel 2023 “La Chiesa violenta” (Ed90). Ad aprile 2023 è uscito un suo saggio dal titolo “Informazione e Intelligenza artificiale: quale futuro per il giornalismo?” nel libro, a cura di Andrea Ventura, “Pensiero umano e intelligenza artificiale. Rischi, opportunità e trasformazioni sociali” (AA.VV., L’Asino d’oro ed.). Nel 2022 Tulli ha ideato e realizzato per Left “Spotlight Italia”, la prima indagine giornalistica permanente sui crimini nel clero italiano, e fa parte di #ItalyChurchToo, coordinamento italiano delle associazioni contro gli abusi nella Chiesa cattolica in Italia. Contatti: [email protected] [email protected]

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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

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