Qualche giorno fa il pontefice è tornato sul tema degli abusi sessuali commessi da membri del clero per ribadire e aggiornare il complesso di norme varato quasi quattro anni fa con il Motu Proprio “Vos Estis Lux Mundi”. Il documento conferma, rafforzandolo, l’intricato complesso di norme e istituti che dovrebbero scoraggiare la commissione di questo genere di “delitti” (per usare un’espressione del diritto canonico).
L’impressione che si ricava da una sua prima e superficiale lettura è quella di una Chiesa Cattolica determinata a reprimere la diffusione degli abusi e a punire con la necessaria severità chi li compie. C’è naturalmente del vero in questa percezione: nel documento, il papa avverte implicitamente vescovi, sacerdoti e anche laici cattolici impegnati nelle attività pastorali che, nel caso si mettessero nei guai sul versante della sessualità con i minori, l’istituzione non interverrà più a proteggerli come ha sempre fatto, ma al contrario li punirà in modo rigoroso e fermo. È un messaggio che tutti i sacerdoti italiani hanno già colta già da qualche anno, da quando la CEI ha istituito dei centri di ascolto che raccolgono le denunce e avviato, in molte diocesi (non in tutte), una campagna di prevenzione di questi crimini, affidata essenzialmente a giuristi e psicologi.
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