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Portale dell'Associazione Rete L'ABUSO | world » news » Video-intervista al cacciatore di pedofili, molestato da bambino

Video-intervista al cacciatore di pedofili, molestato da bambino

La storia del Presidente dell'associazione Rete l'Abuso, Francesco Zanardi, vittima di abusi da bambino, oggi raccoglie e denuncia tutti i casi di pedofilia dentro le parrocchie italiane...

Redazione Media Web by Redazione Media Web
21 Novembre 2022
in Cronaca e News
Reading Time: 9 mins read
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Proprio qualche giorno fa avevamo parlato del report, appena pubblicato, che raccoglie tutti i casi di pedofilia all’interno della chiesa negli ultimi due anni.

I casi segnalati, “anche per fatti riferiti al passato, riguardano 89 persone, di cui 61 nella fascia di età 10-18 anni, 16 over 18 anni (adulto vulnerabile) e 12 under 10 anni”.

Preti pedofili, preti condannati, preti in attesa di giudizio o preti scampati al giudizio. Tutti i casi sono stati raccolti dall’associazione “Rete l’Abuso“.

Parliamo di un ente nato nel 2010 dall’idea di un gruppo di vittime di preti pedofili, le quali, in occasione di un incontro internazionale a Roma, si rendono conto delle incredibili analogie tra i loro casi, tutti casi in cui l’abusatore è un sacerdote.

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Proprio lì avevamo individuato due casi relativi al nostro territorio: a Venaria e a Lombardore, dove due parroci, negli anni scorsi, sono stati condannati per abusi su minori.

A capo dell’associazione c’è Francesco Zanardi, 52 anni e fondatore dell’associazione. Anche lui vittima di un prete pedofilo, tutto cominciò nel 1981 quando un prete della parrocchia Santissima Annunziata di Spotorno gli mise le mani addosso per la prima volta. “Avevo 11 anni, – ha raccontato in molte interviste – quasi 16 quando smise di toccarmi. Ma dovettero passarne altri 14 per capire quanto male mi aveva fatto”. 

Francesco raccontaci chi sei, cos’è l’associazione, quando è nata?

Ho 52 anni e sono un sopravvissuto ad un abuso. La nostra è un’associazione di sopravvissuti che nel 2010 a Roma si sono incontrati senza conoscersi, a Roma. Andavamo tutti a vedere una manifestazione in Vaticano di sopravvissuti agli abusi che arrivavano dagli Stati Uniti. 

L’idea era di andare a vedere le vittime dei preti, un po’ dissociandoci dal fatto che anche noi lo eravamo. Da lì è iniziato un gruppo di “auto aiuto”. Abbiamo scoperto che eravamo prescritti, quello che avevamo subito non era percorribile dalla giustizia. Rimaneva sulla nostra pelle ma non c’era una porta da aprire per poter chiedere giustizia. C’è stata rabbia. Poi però ci è voluto poco per capire che le caratteristiche del pedofilo sono quelle delle recidività. Siamo quindi andati dove c’erano i preti che avevano abusato di noi e lì abbiamo trovato le vittime. Il mio prete è stato condannato non per i reati che ho subito io ma per quelli fatti ad altri ragazzini. Così è nata la voglia di capire, studiare strategie, diventare utili nel contesto sociale. 

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Però ci sono state difficoltà…

Generalmente nei reati normali uno va alla polizia e denuncia i fatti, qui le cose vanno diversamente. Quando denunci i fatti su un prete la polizia manda alla Procura il fascicolo e per il protocollo addizionale dei Patti Laternanesi la Procura è tenuta ad avvisare il Vescovo che c’è una denuncia su quel sacerdote. In pratica vai a dire al Vescovo “coprilo”, vai a dire all’imputato è indagato. I Patti, poi, prevedono anche che i Vescovi possano anche non rispondere anche al Pubblico Ministero. Ci sono lacune ma si possono aggirare, l’associazione, per esempio, prima faceva le denunce. Ora le facciamo ancora ma prima procediamo con le “indagini”: audio, video, quando andiamo a fare denuncia c’è già materiale probatorio. Se il Vescovo o chi per esso cerca di fuorviare le indagini non può farlo.

Prima mi hai detto che i reati che avevi subito erano prescritti quando ne hai preso coscienza. Ecco, quando ti sei accorto di quello che avevi subito? Quando hai capito che non doveva succedere?

Te ne accorgi subito, è evidente. L’abuso sessuale di un minore, però, non è doloroso, il trauma non è nell’abuso sessuale. L’abuso sessuale va a devastare la psiche del minore, in quei momenti è devastante. Faccio un esempio: quando eri adolescente avevi delle musiche che ti caratterizzavano, la tua psiche si è formata con la musica e l’affettività, questa ha come sfera principale la sessualità. Distruggere quella sfera ad un bambino è devastante, crea nella sfere intorno alla sessualità un’azione distruttiva. 

Questo è un danno che non riconosci subito, io l’ho riconosciuto a 40 anni, dopo un passato di tossicodipendenza, altri di alcolismo, altri al secondo o terzo tentativo sono riusciti ad ammazzarsi. Lo stupro lo riconosci ma non riconosci il danno. Non è piacevole, non ne esci con un braccio rotto. Finito l’atto resta lì, un bambino non sa che fare.

Sul nostro territorio abbiamo due casi, a Venaria e Lombardore, di preti condannati per abusi… Spulciando i siti della diocesi, però, questi preti risultano ancora presenti. Come mai? Non vengono cacciati?

La condanna che dà la chiesa è al massimo 5 anni di sospensione, mica vanno in carcere. Chi viene giudicato dalla chiesa ha una condanna molto blanda. Magari vanno in uno dei 23 centri di cura per i preti pedofili presenti nella penisola. Per le vittime, invece, ce ne sono zero.

Quindi restano al loro posto?

Vediamo il caso di Don Mauro Galli: la chiesa l’ha assolto. Don Luciano Massaferro, per esempio, è stato condannato a 6 anni e 8 mesi, se li è fatti, è uscito e gli stessi parrocchiani della diocesi di Albenga se lo sono ripreso. Noi l’abbiamo saputo causalmente da un parrocchiano che ce l’ha segnalato indignato. C’è il caso di Milano, dei fratelli Lucchini, denunciati uno per abuso di minore e uno per stupro di una donna. Quando abbiamo annunciato che uno dei due era stato condannato a 5 anni di sospensione ci hanno scritto che era ancora in Parrocchia insieme al fratello. E poi c’è il caso di don Silverio Mura…

Raccontacelo

Don Silverio Mura era a Napoli, l’abbiamo perso per 8 anni e poi è ricomparso a Montù Beccaria e si chiamava don Saverio Aversano.

Cambiano anche nome…

Si si, da Napoli gli rimbustavano la posta e la spedivano sotto falso nome, sfiora il ridicolo questa cosa.

Quando ci siamo parlati prima dell’intervista mi hai detto che in Italia c’è un problema culturale, che l’opinione pubblica è indifferente rispetto a questo problema…

Per punire i preti pedofili servirebbe un cambio legislativo, questo, però, richiederebbe una partecipazione delle persone e qui non c’è. In Italia non c’è, in molti altri paesi i cattolici sono scesi in piazza per chiedere pulizia, chiarezza. In Italia c’è uno stallo totale, anzi, la gente porta i figli in chiesa e quando succede qualcosa sono gli stessi parrocchiani che attaccano la vittima e non il prete. Il problema non è tanto di omertà ma culturale che va molto oltre. Si arriva il punto che non ci cerca di tutelare neanche il proprio figlio. Io non sono padre ma sarebbe difficile stare lì a guardare.

Qualche giorno fa la Chiesa ha pubblicato un report sugli abusi, voi l’avete criticato ma lì ci sono comunque numeri importanti, giusto? 

Si, parliamo di 89 casi in due anni di lockdown, sono tantini. Teniamo conto che non c’era neanche l’accesso agli sportelli diocesani, proprio per il lockdown. Tuttavia, il report di due anni fa sorridere, e le vittime precedenti? I numeri, comunque, sono elevati per essere solo di due anni. C’è un tema che riguarda anche il certificato anti pedofilia…

Cioè?

In Italia è stato introdotto però ha lasciato fuori una categoria: il volontariato, quella più a rischio, ma casualmente è quella alla quale appartiene il clero. Se io fossi un pedofilo e mi dicono che non posso più adescare nelle scuole ma posso andare nel volontariato ci vado. La pulsione mi porta lì. Forse è più adeguato andare in un ambiente di chiesa, vista l’omertà che c’è e il terrore dello scandalo. Se un pedofilo fa qualcosa di sbagliato in parrocchia al massimo viene mandato via. Non scatta quasi mai la denuncia.

Il problema della pedofilia è più ampio nella chiesa che fuori? C’è una questione legata al ruolo, alla privazione del sesso?

È un problema di formazione interno alla chiesa. Il problema del terrore del sesso, della sessuofobia radicata nella chiesa porta queste cose. Quando uno si trova la porta chiusa da una parte poi, in qualche modo, lo esterna. Secondo me il problema parte da lì, con un trauma, ne ho parlato con diversi psicologi. Parlando anche con preti pedofili mi sono fatto l’idea che questa privazione della sessualità crei grossi problemi

Cioè?

I ragazzini entravano in seminario a 10-11 anni, nel periodo dello sviluppo, quando i maschi si svegliano eiaculati alla mattina. Questa cosa veniva punita, questi maschi venivano mandati a pregare. Tutto ciò, in un bambino che sta maturando la sessualità, è altamente traumatico, sta cambiando il corpo e questo viene vissuto come un trauma. Tanti hanno avuto un blocco sessuale e la pedofilia spesso si sviluppa in età più avanzata quando queste persone, a 25 anni, si trovano a sviluppare la sessualità ma non sono capaci ad averla con persone della propria età. Questo spinge a tornare indietro, è un meccanismo psicologico, sei diventato grande ma torni dove ti sei fermato.

E i numeri cosa dicono?

Tra i laici abbiamo percentuali di pedofili del 1-2%, tra i preti siamo tra 6-7-8%, con un potenziale enorme, perché i preti stanno molto a contatto con i bambini. Poi c’è da dire un’altra cosa: il fatto di avere una sorta di protezione non spegne questo fenomeno, i preti vengono semplicemente spostati quando abusano di un minore. In Francia ci sono stati 216 mila vittime su 3 mila preti, in 70 anni. Vuol dire che ogni sacerdote francese, che è entrato in quell’indagine, ha stuprato in media a testa 72 bambini. È vero che c’è la pedofilia anche nelle famiglie ma io non ho mai visto un padre di famiglia riuscire a stuprare un numero così alto dei bambini.

Tu credi in Dio?

Non sono credente, al di là di questo non combatto questa battaglia per questo. Nel 2010 mi sono reso conto che questa battaglia era più difficile da combattere qui. Noi della Rete l’Abuso, prima di aprire un’associazione, ci siamo chiesti se ci fossero altre realtà in Italia. Qualcuno ha trovato enti ma quando hanno spiegato che erano stati abusati da preti si sono trovati la porta chiusa. Questo ha stimolato noi 8 a cercare una via di fuga. È nata l’associazione, tanti si sono uniti, siamo 2 mila sopravvissuti, siamo pochi perché chi denuncia, dicono le statistiche, è circa un 10% delle vittime.

La politica se ne frega?

Quanti politici avete visto appoggiare la questione? 

Nessuno. Quindi cosa servirebbe?

Dividiamo le cose: che la chiesa debba fare i suoi procedimenti è una cosa. Ma la chiesa dà solo sospensioni, mal che vada ti cacciano. Ma è un procedimento interno, qui manca tutta la parte della giustizia: il processo, l’imputato, il risarcimento e il riconoscimento dell’essere vittima. I tribunali canonici non sono paragonabili ai normali tribunali. Lì l’oggetto è Dio, è “Non commettere atti impuri”, non la parte lesa. Noi ci aspettiamo la giustizia per la vittima ma la vittima è quella che insieme al prete ha violato il sesto comandamento. L’ottica non è mica quella del reato sulla persona.

Il tema è il peccato..

Si, che li chiamino tribunali penali è un conto, li chiamino come vogliono, ma è sempre la Santa Inquisizione, alla fine quella è rimasta. Si sente parlare di tribunali della chiesa ma non sono come i nostri. Bisognerebbe andare a vedere cosa fanno quei tribunali, i tribunali della chiesa non agiscono in difesa della vittima. Anche nel report dell’altro giorno non c’è nulla per le vittime, tranne che il percorso spirituale e qualche assistenza psicologica. 

Tutte cose inutili…

Nel caso delle vittime dei preti l’omertà copre lo scandalo e copre anche la vittima. Io ho maturato il mio trauma a 40 anni, cosa faccio? Vado in analisi a 40 anni? Dopo che ho trovato il mio equilibrio? Un conto è prendere un ragazzino a 12 anni e riparare a quel trauma. Una persona che è arrivata a 40 anni cosa gli fai?

Nella presentazione dei dati ho del report sugli abusi, ho sentito che si diceva anche che alla fine la pedofilia è un reato recente..

In conferenza stampa hanno anche detto che sono 20 anni che la chiesa fa, che stanno iniziando a capire che forse c’è qualche sbaglio, davvero? Io penso che qui il criminale non sia tanto la chiesa ma chi glielo lascia fare: Stato e tutto il silenzio che c’è intorno.  

https://www.giornalelavoce.it/video/attualita/526866/molestato-a-11-anni-da-un-prete-oggi-da-la-caccia-ai-pedofili-nella-chiesa.html

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Informazione sui contenuti

La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

No thanks, I’m not interested.