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Portale dell'Associazione Rete L'ABUSO | world » news » lombardia » La storia di Cristina Balestrini, tra dolore e forza

La storia di Cristina Balestrini, tra dolore e forza

Redazione WebNews by Redazione WebNews
21 Marzo 2020
in Lombardia
Reading Time: 4 mins read
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Un adolescente che all’epoca aveva soli 15 anni racconta di aver subito abusi sessuali da un parroco della sua città, una notte in cui si trovava a casa sua. Siamo a Rozzano, nel dicembre 2011. Per quella testimonianza don Mauro Galli, noto anche a Legnano e che ha sempre negato le accuse, è stato condannato in primo grado a sei anni e quattro mesi. Manca ancora l’appello e il terzo grado di giudizio ma nel frattempo la mamma di quell’adolescente, che oggi ha 24 anni, non si è lasciata andare e ora fa parte dell’associazione Rete L’ABUSO, al fianco del presidente Francesco Zanardi. L’abbiamo intervistata.

La storia, tra fede e dolore

Cristina Balestrini racconta la sua storia con un tono di voce calmo ma da cui traspare tutta la forza che di solito nasce dopo la sofferenza: “Tutte le persone alle quali ci siamo rivolte hanno minimizzato. Mio figlio già il giorno dopo aveva detto che era successo qualcosa di brutto anche se ha raccontato in modo completo solo anni dopo, durante una terapia. Il parroco e il coadiutore di allora si sono rivolti immediatamente in diocesi. Noi avevamo posto due condizioni: lo spostamento del parroco dalla parrocchia – cosa avvenuta – e che non si occupasse più di minori. Nella primavera del 2012 per motivi fortuiti abbiamo saputo che il parroco era stato spostato a Legnano e che si occupava di vari oratori. Mi chiedo ancora oggi come sia stato possibile. Usare la parola delusione è un eufemismo. Sia lui sia io e mio marito, che eravamo catechisti in parrocchia, abbiamo vissuto il dramma di sentirci come se non facessimo più parte della comunità della chiesa”. Il dolore non ha soffocato la fede di Cristina ma ha soffocato quella di suo figlio: “Io e mio marito continuiamo a credere ma mio figlio, dopo l’inizio del processo e il toccare con mano che la strategia della chiesa per difendere il prete fosse di dimostrare che lui mentisse, ha abbandonato l’esperienza di fede. Noi non lo obblighiamo. La sofferenza è troppo grande”.

Il sostegno della Rete L’ABUSO

Nel momento della sofferenza però si può sempre vedere un bagliore di luce al quale aggrapparsi. E così è stato per Cristina: “Poco prima dell’inizio del processo siamo venuti a conoscenza della Rete L’ABUSO. Per noi era una situazione di grossissima solitudine e fatica. Mi sentivo parte di un dramma infinito. Purtroppo Dal disturbo da stress traumatico non si guarisce, anche se si può tenere sotto controllo. Mio figlio continua ad avere attacchi di panico, anche se in misura minore rispetto a quando era più piccolo. Nell’associazione ho trovato un ambiente dove mi sono sentita capita e non giudicata. Era una conversazione in cui capivi che l’altro capiva. Una dimensione che non c’è neanche con gli amici, che non potevano capire cosa stavamo passando semplicemente perché non c’erano passati. E’ stato come se si aprisse un mondo. Mi sono detta che anche io avrei potuto capire cosa provano gli altri. Io non finirò mai di ringraziare Francesco per un grandissimo regalo che mi ha fatto: mi ha restituito la capacità di ridere. Non mi ero resa conto che era da qualche anno che non ridevo più. Raccontarsi e riuscire a ridere è stato un regalo enorme. Ho capito di voler collaborare con lui nella battaglia contro la pedofilia”.

La forza dell’ascolto

Cristina inizia così a collaborare con la Rete L’ABUSO. Cristina lavora da anni nell’ambito della psichiatria. Ogni giorno ha a che fare con il dolore e la sofferenza. E nell’associazione trova il modo di essere utile anche alle famiglie delle vittime di pedofilia: “Partecipo a una sorta di rete delle mamme con WhatsApp. Con alcune sono in contatto telefonico, anche solo per una chiacchierata o un sostegno. Collaboro in parte anche con Francesco, che segue nello specifico la chat dedicata alle vittime, sempre confrontandoci. Ci si rende conto che il bisogno è tantissimo. Io posso dedicarmi all’ascolto, all’empatia, a far vedere che c’è speranza. Ci sono vittime che riescono a parlare dopo anni e che hanno innescato meccanismi difensivi difficili da rimettere in discussione. E’ importante però che tutti si sentano compresi, rassicurati. A volte si può solo piangere insieme, ma non è di poco conto. Si tratta di persone che hanno avuto il primo approccio con il sesso in modo violento, drammatico, doloroso, devastante e che rende difficile fidarsi degli altri. Bisogna dare spazio a ciascuno, rispettando i tempi di tutti, perché ci sono ferite aperte.”. Quell’empatia di cui parla anche Rogers, in ‘Un modo di essere’, che fa in modo che l’altra persona possa dire: “Per un altro essere umano ho un senso”. Accanto all’ascolto accogliente, senza giudizio, però è necessario anche altro, come sottolinea Cristina: “E’ fondamentale che tutti possano accedere ai trattamenti da disturbo post traumatico, che utilizzano approcci e tecniche specifiche. Non tutti riescono ad accedere a questa tipologia di trattamenti”

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“No al male della chiesa che distrugge i bambini”

Cristina ha fatto della sua storia un libro, ‘Chiesa, perché mi fai male?’. Un libro ricco di nomi e documentazioni, che però Cristina ha potuto solo auto pubblicarsi. Il ricavato della vendita andrà totalmente all’associazione: “Ho scritto il libro in primis per me, per tirare fuori quello che è stato. Poi ho deciso di metterci la faccia perché esprime la fatica, il dolore della vicenda ma anche un messaggio per gli altri. E’ un libro in cui c’è una fortissima denuncia ma che al tempo stesso è una testimonianza di fede. Sia gli editori anticlericali sia quelli clericali per pubblicarlo avrebbero voluto che togliessi o la parte della fede o quella della denuncia. Così alla fine ho scelto si auto pubblicarmi”. Cristina racconta una chiesa ancora lontana e silenziosa. Ma non tutta. “L’impegno dell’associazione non è contro la chiesa ma quello che fa male della chiesa, che è reato e che distrugge i bambini. Una parte della chiesa collabora con l’associazione, anche se un po’ in sordina. E anche molte persone ci sostengono. Ricordo una volta, un’anziana ex catechista, che fuori dalla Messa mi ha stretto la mano e mi ha dato 20 euro per l’associazione. Sono fatti che toccano il cuore”.

Sara Riboldi

https://www.lenotizienelcaffe.it/notizie-locali/legnano-testimonianza?fbclid=IwAR2cWAMqLlcktAEnSQOwSp9bHGN50P3PMI2AQnrbrZv5fEJSO-tPqo18rvU

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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

No thanks, I’m not interested.