Il tribunale lo condanna, il vescovo Antonio Raspanti invece “assolve da ogni accusa”

“Dichiaro non colpevole il Rev.do Sac. Vincenzo Calà IMPIROTTA in ordine alla commissione dei delitti di cui al can. 1395, §2 C.D.C. e art. 6 §1, 1° Normae gravioribus delicti, oggetto di imputazione e, per l’effetto, lo assolvo da ogni accusa.”

L’ennesima di una lunga serie di assoluzioni – secondo la chiesa – per inattendibilità delle vittime. Tra le più assurde e bizzarre degli ultimi periodi, ricordiamo quella di don Luciano Massaferro, condannato in via definitiva a 7 anni e otto mesi dallo Stato italiano, assolto e riabilitato da Bagnasco; don Paolo Turturro, immediatamente riabilitato – dalla chiesa si intende – dopo aver scontato tre anni di carcere; don Felix Cini e via dicendo…

Oggi aggiungiamo alla lista anche don Vincenzo Calà, condannato in appello a tre anni di reclusione, confermata anche dalla Cassazione, che però, per soli 9 giorni, dovrà fare i conti con l’intervento dei termini prescrittivi.

Nella sentenza di appello, sono tuttavia documentati ben sei episodi in cui il Calà avrebbe abusato sessualmente della sua giovane vittima, malgrado ciò, per la chiesa e per il vescovo di Acireale, Antonio Raspanti, che nei suoi confronti non intervenne neppure con una temporanea sospensione a divinis, il sacerdote Vincenzo Calà Impirotta, è assolto da ogni accusa e totalmente riabilitato.

Un’altra sentenza canonica, che getta seri dubbi sulla serietà e sull’attendibilità dei giudizi canonici tanto acclamati dalla c.d. “tolleranza zero”, avviata da papa Francesco.

Francesco Zanardi

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