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il Portale della Rete L'ABUSO - Home » abusi sessuali » L’Arcivescovo di Milano solidale con Bergoglio. Nel silenzio degli abusi sessuali – di Aberforth

L’Arcivescovo di Milano solidale con Bergoglio. Nel silenzio degli abusi sessuali – di Aberforth

Redazione WebNews by Redazione WebNews
28 Ottobre 2018
in Cronaca e News
Reading Time: 5 mins read
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Durante il solenne pontificale dell’8 settembre scorso -festa di Santa Maria Nascente, titolare del Duomo di Milano- l’arcivescovo mons. Mario Delpini così commentava le polemiche dopo le sconvolgenti dichiarazioni del collega arcivescovo Viganò: «Noi vogliamo bene al Papa. E questo si esprime ascoltando la sua voce e leggendo i suoi testi. Noi non dipendiamo dai titoli dei giornali». Che in Curia a Milano non condividano il giudizio negativo nei confronti dei metodi bergogliani relativi ai casi di abuso si era già capito senza tante sviolinate nel recente scandalo scoppiato attorno a don Mauro Galli.

Il giovane sacerdote di 39 anni originario di Cislago è stato recentemente condannato a 6 anni e 4 mesi di carcere dal tribunale di Milano per aver abusato su un ragazzo di 15 anni nel 2011 nella sua canonica a Rozzano. All’epoca dei fatti l’arcivescovo era il card. Angelo Scola, mentre mons. Delpini era vicario. Il giovane secondo l’accusa accolta dalla recente sentenza, si è trattenuto per la notte in casa del giovane sacerdote per dormire con lui nel suo letto dopo un’iniziativa in oratorio. Durante la notte si sarebbe accorto delle eccessive ed esplicite attenzioni di don Mauro. L’indomani avrebbe raccontato alla sua famiglia ciò che con la luce del giorno pareva essere sempre di più una vera e propria molestia. La famiglia, convinta che il pernottamento del figlio in oratorio fosse condiviso anche dagli altri ragazzi dell’oratorio, si rivolge immediatamente al parroco di Rozzano don Carlo Mantegazza esponendogli la gravità dei fatti. Il parroco consulta subito il vicario mons. Delpini che prende in carico la delicata faccenda e giunge a Rozzano la vigilia di Natale per discutere immediatamente del caso. Come quasi sempre avviene si sceglie la via del silenzio e dell’insabbiamento: complice il fatto che la famiglia del giovane fosse credente e ben inserita in parrocchia, il vicario si sarebbe prodigato in fumose rassicurazioni con promesse di provvedimenti. Nel 2012 don Mauro viene però trasferito a Legnano, in un’altra parrocchia a contatto ancora con giovani e bambini. La famiglia viene rassicurata che il sacerdote sarebbe stato controllato in maniera rigorosa ma ciò non basta. La famiglia tenta un abboccamento col card. Scola ma viene ricevuta dal vescovo mons. Pierantonio Tremolada, allora responsabile dei sacerdoti da poco ordinati (come don Galli) e attualmente vescovo di Brescia e successivamente da mons.  Mario Delpini, allora vicario di zona. La famiglia –astutamente- registra i colloqui avvenuti con i presuli. La testimonianza e le registrazioni si possono ascoltare qui:

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Mons. Delpini si difende dicendo di non aver bene compreso la gravità del fatto così come era stata presentata. Nel comunicato ufficiale della diocesi viene infatti riportato:

“…Nell’immediatezza dei fatti ora oggetto di indagine – siamo nel dicembre 2011 – era emerso soltanto che don Mauro Galli aveva ospitato presso la sua abitazione il ragazzo (con il consenso previo dei genitori del minore) dormendo quella notte nello stesso letto a due piazze…” La deposizione stessa dell’imputato (agli atti), esplicita su precisa domanda che si trattava di un letto matrimoniale non a due piazze…

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E ancora… “…Un atteggiamento – quello del sacerdote – di sicuro gravemente imprudente, ma che – stando alla conoscenza dei fatti dell’epoca – di certo impediva di ipotizzare qualsivoglia reato…”

Questa versione è stata però smentita dal parroco di Rozzano:

“…io ho parlato in quei giorni li, prima di natale, dopo natale, sia con Delpini in diretta, sia con Tremolada per telefono per diverse volte, va be, se c’è qualcuno con cui prendersela sicuramente è Delpini. Se Delpini viene a dirvi, a settembre, che lui quelle robe li non le ha mai sentite, è un gran figlio di puttana, lo dico seriamente perché questo noi gli abbiam detto dal primo giorno, al giorno in cui finalmente ci ha detto, va bene lo spostiamo…”

E ancora: “…e poi se vanno là a chiedere che cosa hanno detto al parroco di là perché… voglio dire, io poss.. posso anche dire: “lo metto io da un’altra parte” se lo affido a una persona che so che è il massimo che c’è sul mercato, posso anche dire: “guarda te lo metto li, lui dovrebbe fare un percorso… però so che ci sei tu che me lo blindi”… cazzo poi dopo scopri che invece al parroco quasi non gli han detto niente!!!…”

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Mons. Delpini rivendica la scelta di trasferire don Galli a Legnano (in una parrocchia ancora più grande, come sempre avviene in questi casi) e ringrazia la famiglia per non essersi rivolta alla magistratura. Nel 2014 però la famiglia del giovane decide di sporgere denuncia in seguito ad un ulteriore trasferimento di don Mauro Galli a Roma per studi (Roma è infatti un noto toccasana per curare certe tendenze!) e dopo aver saputo che nel tempo libero poteva tornare liberamente in diocesi a Milano esercitando il ministero pastorale.

Mons. Delpini viene dunque interrogato fornendo una versione subito smentita dalle intercettazioni. La giovane vittima invece subisce sempre di più un tracollo psicologico, arrivando a ben 4 tentativi di suicidio. I famigliari cominciano con lui un percorso psichiatrico e psicoterapico per far emergere i fatti di quella notte in canonica. Decidono perciò di prendere il toro per le corna e sporgere denuncia. Il processo inizia nel 2017, anno in cui mons. Delpini viene nominato arcivescovo di Milano e mons. Tremolada vescovo di Brescia. L’istituzione ecclesiastica, ancora una volta, ha scelto la strada fumosa del riserbo e dell’insabbiamento. Non ha svolta alcuna indagine preliminare nemmeno davanti al solo sospetto di un abuso. Ha preferito trasferire il sacerdote incriminato in posti ancora più pericolosi per il suo ministero sacerdotale e non è riuscita a fornire risposte degne alla famiglia. Hanno perso tutti: la comunità diocesana, la famiglia (cattolica e praticante), il ragazzo abusato e il sacerdote abusante. Nessuno ha ricevuto le risposte e i mezzi adeguati per poter guarire. Non ci si stupisce allora del fatto che anche la festa della natività di Maria diventi occasione di sviolinare la corte imperiale di Santa Marta, la quale ha nominato i due presuli coinvolti promuovendoli in quel di Milano e di Brescia. La fedeltà deve pur essere pagata.

Intanto a Brescia circolano sulle scrivanie dei parroci alcune lettere anonime scritte da uno o forse più sacerdoti. Lamentano la rivoluzione Tremolada realizzata in soli pochi mesi dal suo insediamento, l’eccessiva clericalizzazione della curia (ma non era l’ora dei laici?), dell’utilizzo indebito dello slogan sinodale di fronte a scelte prese sempre più dall’alto e della cattiva oculatezza nella scelta dei parroci: chi combina disastri economici o pastorali viene infatti promosso sovente in parrocchie più grandi. Sono tutti elementi distintivi di questo pontificato e non c’è da stupirsi che vengano realizzati in piccolo anche nelle diocesi italiane. Colpisce in queste missive la citazione esplicita dei fatti di Rozzano:

“il Bello del Vivere [titolo della lettera pastorale di mons. Tremolada, ndr] è recepire al convegno del clero che la questione della pedofilia è seria e che se qualcuno ha delle difficoltà le può dire a lui [al vescovo, ndr]. Infatti mons. Tremolada di esperienza ne ha avuta alquanto con don Galli che da Rozzano finisce a Legnano, in quel di Milano, complice l’attuale non eletto cardinale a Milano. Ancora non definite in appello ed in cassazione rimangono la questione penale (per ora ci si deve accontentare di sei anni e quattro mesi) e le implicanze dei superiori suoi del tempo.”

Insomma: se il Potere continua sfacciatamente a tirar dritto per la propria strada, scegliendo il no-comment Bergogliano come metodo di risposta a problemi di assoluta gravità che invece attendono parole chiare e decise come quelle fornite a più riprese da mons. Viganò, il popolo di Dio pare voler scendere sempre più da questa giostra perversa e sceglie la via della Verità. Con buona pace della facciata sempre più traballante di una chiesa in estrema crisi e sull’orlo del collasso.

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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

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