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il Portale della Rete L'ABUSO - Home » chiesa » Il prete pedofilo imbarazza l’arcivescovo di Milano

Il prete pedofilo imbarazza l’arcivescovo di Milano

Redazione WebNews by Redazione WebNews
20 Settembre 2018
in Lombardia
Reading Time: 4 mins read
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Don Mauro Galli condannato a sei anni e quattro mesi di carcere per abusi su un 15enne. Mario Delpini, quando seppe delle accuse, lo trasferì a Legnano, a occuparsi della pastorale giovanile.

La condanna a sei anni e 4 mesi di carcere per don Mauro Galli, l’ex parroco di Rozzano, nel Milanese, ritenuto responsabile di aver abusato sessualmente nel dicembre del 2011 di un ragazzino che all’epoca aveva 15 anni, potrebbe mettere in forte imbarazzo la Chiesa di Milano e in particolare l’arcivescovo Mario Delpini che, avvisato delle accuse nei confronti di Don Galli, dispose il trasferimento del prete, che però fu destinato alla pastorale giovanile nella parrocchia di Legnano. La vicenda è stata ricostruita dal sito Giustiziami.it. Delpini era all’epoca dei fatti vicario episcopale e fu interrogato in qualità di testimone. Non è mai stato indagato.

LE DICHIARAZIONI A VERBALE DELL’ARCIVESCOVO DELPINI

«Don Carlo Mantegazza (un altro prete in servizio a Rozzano, ndr) mi aveva riferito di un ragazzo di nome *** che aveva trascorso una notte a casa di don Mauro Galli», aveva messo Delpini a verbale il 24 ottobre 2014, secondo quanto riportato da Giustiziami.it. «Mi disse che il ragazzo aveva poi segnalato presunti abusi sessuali compiuti da don Mauro durante la notte (…). Ho convocato don Mauro che mi disse che aveva solamente voluto ospitare un ragazzo con difficoltà di apprendimento scolastico. Ha ammesso di avere dormito con lui quella notte ma di non avere compiuto alcun atto di tipo sessuale. Ho deciso quindi di trasferire don Mauro ad altro incarico, disponendo il suo trasferimento nella parrocchia di Legnano». Don Galli venne destinato alla pastorale giovanile, nonostante la grave accusa.

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LA NOTTE NELLO STESSO LETTO «PRIMA DELLA PREGHIERA»

Il pm Lucia Minutella aveva chiesto una condanna a 10 anni e otto mesi di reclusione. L’imputato, fuori dal processo, aveva versato 100 mila euro di risarcimento ai familiari del ragazzo, che non si sono costituiti parti civili. Il collegio, presieduto da Ambrogio Moccia, oltre a condannare il prete a sei anni e quattro mesi di reclusione ha anche disposto il divieto per l’ex parroco di avere contatti con minorenni, oltre all’interdizione perpetua dai pubblici uffici. L’ex parroco, tra il 19 e il 20 dicembre 2011, avrebbe abusato del 15enne nella propria abitazione, dove il ragazzo aveva trascorso la notte «in vista delle attività di preghiera previste per il giorno successivo».

LA DIFESA DEL PRETE E LE PARZIALI AMMISSIONI

Nel suo interrogatorio don Galli si era difeso sostenendo di non avere mai abbracciato né toccato la presunta vittima. Aveva ammesso, comunque, di avere dormito nel letto matrimoniale assieme al ragazzo quella sera e fuori dal processo c’era stato il risarcimento ai familiari, che avevano rinunciato a costituirsi parti civili. «Le sofferenze del ragazzo e dei suoi familiari», ha sottolineato il pm nella requisitoria, «non possono essere ripagate da un pagamento in denaro». Secondo il pm, «le ossessioni demoniache da lui manifestate dopo quell’episodio erano l’unico canale comunicativo che il giovane possedeva per potere esprimere il proprio disagio». Dalla testimonianza di uno psichiatra che conobbe il 15enne nel 2014, quando venne ricoverato più volte al San Paolo di Milano, era emerso il racconto dei presunti abusi. «Mi ha detto che quando erano sdraiati nello stesso letto», ha raccontato il teste, «il prete iniziò a toccarlo e lui fece finta di dormire, era bloccato, paralizzato». La difesa, rappresentata dal legale Mario Zanchetti, ha preannunciato che ricorrerà in Appello.

LA FAMIGLIA CONTRO L’ARCIVESCOVO

Delpini, ha detto la madre della vittima a margine del processo, «è stato maldestro nella gestione di questa cosa, perché dopo aver saputo dell’abuso lo ha spostato alla pastorale di Legnano» a contatto tra l’altro con giovani. Delpini incontrò nel 2012 la famiglia del ragazzo, che subito aveva dimostrato disagio e che ha raccontato della violenza solo nel 2014 a uno psichiatra. La madre ha anche aggiunto che «il papa è perfettamente a conoscenza della situazione», ma che Delpini è stato «comunque nominato membro del sinodo dei giovani». La donna ha detto inoltre che questa vicenda è stata «un percorso doloroso da tanti punti di vista, prima di tutto familiare», anche perché la difesa «ha provato a minare la credibilità di mio figlio». E il ragazzo «ha avuto conseguenze drammatiche, quattro volte ha tentato il suicidio».

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LA NOTA DELL’ARCIDIOCESI

In una nota l’Arcidiocesi di Milano ha preso atto «della conclusione del procedimento giudiziario di primo grado a carico di don Mauro Galli ed esprime vicinanza al ragazzo coinvolto, alla sua famiglia e a tutti coloro che hanno ingiustamente sofferto». E ha ricordato che «mentre la giustizia penale fa il suo corso, l’Arcidiocesi resta in attesa dell’esito del processo canonico a carico di don Mauro Galli, affidato alla responsabilità del tribunale ecclesiastico».

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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

No thanks, I’m not interested.