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il Portale della Rete L'ABUSO - Home » Catania » I preti pedofili e i loro complici

I preti pedofili e i loro complici

Federico Tulli by Federico Tulli
9 Dicembre 2017
in Cronaca e News
Reading Time: 5 mins read
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Per la prima volta in Italia è stata presentata una interrogazione parlamentare che chiede al governo in che modo si occupi dei casi di abusi e molestie nella Chiesa cattolica. E quali misure intenda adottare per prevenirli, nel rispetto delle convenzioni Onu e di Lanzarote

Federico Tulli

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Lui aveva 72 anni ed era l’amministratore parrocchiale della chiesa a Sant’Antonio di Valli del Pasubio, le due sorelle, che frequentavano la parrocchia nel vicentino, rispettivamente 13 e 15 anni. Con l’accusa di averle molestate ripetutamente dieci anni fa, don Giovanni Baccega è ora a processo a Vicenza. Il prete ha sempre negato tutto ma il 2 dicembre una perizia calligrafica avrebbe provato che è lui l’autore di una lettera di scuse scritta a mano, alle sue vittime, figlie di un amico di vecchia data. Staremo a vedere se la missiva sarà considerata una confessione. Prima li violentava e poi li cospargeva di olio “santo” per purificarli. Con questa accusa padre Pio Guidolin è stato arrestato a Catania il primo dicembre. Le sue presunte vittime sono tutte minori di 14 anni. Il 29 novembre è stato condannato in appello a due anni don Ilario Rolle, ex parroco della Santa Gianna Beretta Molla di Venaria (To), per molestie su un 12enne. Don Rolle è noto anche per aver ideato davide.it, un “filtro” per prevenire la pedofilia su internet. Dopo essere stato condannato un anno fa in primo grado a otto anni di carcere per abusi “sessuali” su un 11enne compiuti tra il 2013 e il 2014, Giovanni Trotta, dal 28 novembre è di nuovo a processo. Avrebbe violentato nello stesso periodo nove ragazzini di 12 e 13 anni affidati alla sua custodia, in quanto dirigente e allenatore della squadra di calcio frequentata dalle vittime, nonché loro docente di lezioni private, e ne avrebbe abusato nella sua abitazione singolarmente o in gruppo, fotografandoli durante gli abusi. Fino al 2012 Trotta era un sacerdote della diocesi di Foggia. Poi è intervenuta la Congregazione per la dottrina della fede che lo ha processato e ritenuto colpevole per ragioni correlate ad abusi su minori. Dopo di che Trotta è stato ridotto allo stato laicale con decreto pontificio. Nonostante ciò, come si legge nelle motivazioni della sentenza pubblicate nel marzo scorso, le autorità religiose gli hanno consentito «addirittura di continuare a indossare il clergy (il colletto bianco delle camicie usate dai sacerdoti) e a farsi chiamare don Gianni, così permettendo all’imputato di continuare impunemente a frequentare minori». Stando alla condanna e alle nuove accuse ne avrebbe violentati almeno dieci. Per quanto riguarda il fenomeno degli abusi su minori compiuti o attribuiti a sacerdoti cattolici questa è la cronaca di un’ordinaria settimana “italiana”. Certamente, leggendo le notizie una dopo l’altro, fanno impressione. Tuttavia per ricostruire questa sorta di mappa dell’orrore abbiamo dovuto scandagliare la cronaca locale, dove rimangono di norma relegate in trafiletti tappabuchi. Il “viaggio”potrebbe continuare sconfinando in territorio vaticano e facendo il punto sullo scandalo al preseminario San Pio X di cui abbiamo parlato su Left del 18 novembre. «Falsità sui chierichetti in Vaticano: il papa non ha mai ricevuto presunta vittima né alcun testimone» aveva scritto in un tweet il portavoce della Santa Sede, Greg Burke smentendo parzialmente Gianluigi Nuzzi, autore dello scoop nel suo libro Peccato originale (Chiarelettere). Ma nei giorni seguenti – almeno su questo caso – i riflettori della stampa sono rimasti accesi e oltre ad essere emerse nuove accuse nei confronti dell’ex studente autore indisturbato delle presunte violenze sui chierichetti che assistono il papa in San Pietro, il Vaticano ha dichiarato di aver svolto indagini nei suoi confronti già nel 2013. Fatto sta che costui è stato successivamente ordinato sacerdote e che ora, come ha scritto Burke in una nota, «è in corso una nuova indagine». Fin qui le bad news e la dimostrazione di quanto sia tutt’altro che efficace la «tolleranza zero» annunciata e invocata da papa Francesco decine di volte in quasi cinque anni di pontificato. La convinzione scellerata che – in virtù del VI comandamento – lo stupro o la molestia di un bambino sia un’offesa al loro dio, cioè un peccato e un delitto contro la morale, e non una violenza (indicibile) contro una persona, spunta in partenza qualsiasi arma ideata per prevenire o arginare il fenomeno all’interno della Chiesa cattolica. È questa considerazione uno dei punti cardine dell’inchiesta conclusa nel febbraio del 2014 dal Comitato Onu per i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza. Il Comitato era stato sollecitato da alcune associazioni internazionali di vittime e sopravvissuti, a verificare se il Vaticano stesse effettivamente rispettando la relativa Convenzione «adottando ogni misura possibile per tutelare i diritti fondamentali dei minori e per proteggere la loro crescita da qualsiasi situazione a rischio». Come i nostri lettori sanno (v. Left del 18 novembre 2017), in quella occasione fu stabilito che la Santa Sede avrebbe dovuto presentare entro il primo settembre 2017 una relazione sulle misure concretamente adottate dal 2014 in poi per prevenire ed estirpare la pedofilia dal clero cattolico. Ma ad oggi – sebbene Bergoglio abbia dichiarato sin dai primi giorni di pontificato che la lotta contro la pedofilia è prioritaria – di questo documento alle Nazioni Unite non v’è traccia. Così come non c’è traccia nei giornali italiani della notizia sull’omessa relazione pontificia, e questo è davvero singolare considerando l’attenzione che quotidianamente viene riservata al papa, ai suoi pensieri e alle sue azioni. Eppure qualcosa si muove (sempre nel silenzio mediatico, sia chiaro). La good news è che per la prima volta sia stata depositata in Parlamento una interrogazione sulla pedofilia nella Chiesa italiana e sull’atteggiamento – quanto meno discutibile – delle nostre istituzioni di fronte a questo specifico crimine. L’interrogazione a risposta scritta n. 4/18626 è stata presentata il 27 novembre dal deputato savonese Matteo Mantero (M5s) ed è rivolta a: presidenza del Consiglio dei ministri, ministero dell’Interno, ministero della Giustizia, ministero degli Affari esteri e della cooperazione internazionale. Si basa principalmente sulle conclusioni dell’inchiesta svolta nel 2014 dal Comitato Onu e, considerando che l’Italia ha ratificato sia la Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, sia la Convenzione di Lanzarote del Consiglio d’Europa per la protezione dei minori, in essa si chiede «quali iniziative il governo abbia intenzione di mettere in atto al fine di prevenire e reprimere il fenomeno degli abusi sessuali»; si chiede inoltre, «se e quali iniziative il governo intenda assumere, per quanto di competenza, nell’ambito dei rapporti bilaterali con la Santa Sede, per promuovere il rafforzamento dello scambio di informazioni ovvero per introdurre strumenti di cooperazione finalizzati alla prevenzione e repressione dei reati di molestie e abusi sessuali perpetrati da ministri di culto in Italia». Anche se non esplicito è chiaro il riferimento alle linee guida della Conferenza episcopale italiana – il cui capo è l’unico al mondo nominato direttamente dal papa – nelle quali è stato stabilito che i vescovi non hanno alcun obbligo di informare la magistratura nel momento in cui ricevono denunce o segnalazioni di abusi compiuti da sacerdoti. Tra le altre informazioni richieste nell’interrogazione, spicca quella relativa al cosiddetto “certificato anti pedofilia”. Mantero chiede se il governo «intenda assumere iniziative normative volte ad estendere l’obbligo di richiedere tale certificato a tutte le categorie oggi esenti, che vengono a contatto con minori, anche per attività di volontariato o dove non è previsto un rapporto di lavoro subordinato». Giova ricordare che il “certificato” è stato introdotto nel 2014 e che, come spiega a Left il presidente di Rete l’Abuso onlus, Francesco Zanardi, «sono paradossalmente esentate dall’esibire il documento le categorie professionali che da sempre sono tra quelle più a rischio: scout, allenatori, sacerdoti etc…». E questo è quanto, non ci resta che attendere la risposta del Palazzo.

41 e 42 LEFT 9 dicembre 2017

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Federico Tulli

Federico Tulli è giornalista professionista. Per anni firma di Left sin dalla sua fondazione nel 2006, prima come collaboratore fisso e poi come redattore, ha scritto articoli per numerose testate italiane e internazionali (tra cui MicroMega, Avvenimenti, Sette, Globalist, Cronache laiche, Adista, Critica liberale, Brecha, etc). Per L’Asino d’oro edizioni ha pubblicato i libri: “Chiesa e pedofilia” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L’Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015). Nel 2018, insieme a Emanuela Provera, ha pubblicato “Giustizia divina” (Chiarelettere). Nel 2020, per “I libri di Left”, ha pubblicato “Cosa ci ha insegnato la pandemia”, e nel 2023 “La Chiesa violenta” (Ed90). Ad aprile 2023 è uscito un suo saggio dal titolo “Informazione e Intelligenza artificiale: quale futuro per il giornalismo?” nel libro, a cura di Andrea Ventura, “Pensiero umano e intelligenza artificiale. Rischi, opportunità e trasformazioni sociali” (AA.VV., L’Asino d’oro ed.). Nel 2022 Tulli ha ideato e realizzato per Left “Spotlight Italia”, la prima indagine giornalistica permanente sui crimini nel clero italiano, e fa parte di #ItalyChurchToo, coordinamento italiano delle associazioni contro gli abusi nella Chiesa cattolica in Italia. Contatti: [email protected] [email protected]

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