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Rete L'ABUSO - Associazione sopravvissuti agli abusi sessuali del clero
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Portale della Rete L'ABUSO - Associazione sopravvissuti | Il punto della Rete L'ABUSO | Cari savonesi, su don Pietro Pinetto la Diocesi ha mentito. Ecco le carte. Ora il vescovo Lupi proceda col processo canonico.

Cari savonesi, su don Pietro Pinetto la Diocesi ha mentito. Ecco le carte. Ora il vescovo Lupi proceda col processo canonico.

Redazione WebNews by Redazione WebNews
20 Ottobre 2015
in Il punto della Rete L'ABUSO, Liguria
Reading Time: 6 mins read
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Estratto dagli atti;“io ricordo bene la notte in cui Pinetto mi invitò nel suo letto, in seminario: lui indossava un pigiama di flanella, giacca e pantaloni a righe azzurre e bianche: anche io avevo il pigiama, ma lui strofinò il pene sulla mia coscia, io ero un bambino di 12 anni ma non ero mica scemo: ricordo benissimo quando cercò di entrare la seconda volta nel mio letto, in camera con tutti i seminaristi, subito dopo avermi spalmato la crema sulla caviglia e aver cercato di massaggiarmi le parti intime“.

Anche per noi della Rete L’ABUSO sta diventando davvero imbarazzante denunciare ancora una volta, carte alla mano, la profonda disonestà intellettuale della diocesi di Savona – Noli, del suo vescovo Vittorio Lupi e di molti dei sacerdoti che la compongono. Quello che indigna ulteriormente è il messaggio altamente diseducativo che la chiesa savonese in questi anni, attraverso i diversi casi ha dato ai giovani, un messaggio che nella sostanza insegna che qualunque malefatta si può mettere a tacere, basta screditare chi la denuncia, fare un bel comunicato stampa, chiedere scusa e si ricomincia da capo.

Abbiamo scelto di non pubblicare l’intero carteggio sul caso di don Pietro Pinetto, ci limiteremo a rendere pubblici solo pochi atti, quelli essenziali.

Riassumiamo brevemente le fasi dell’indagine durata più 4 anni che hanno portato ad accertare che Pietro Pinetto ha molestato dei ragazzini.

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Il caso di don Pietro Pinetto viene portato all’attenzione dell’autorità giudiziaria il 4/12/2010 quando Francesco Zanardi raccoglie le confidenze di un ex seminarista, un affermato e stimato cittadino savonese impegnato nel sociale. La segnalazione verrà prontamente trasmessa alla magistratura la quale però dovrà fermarsi di fronte alla prescrizione. Parallelamente però, grazie al contributo di don Giovanni Lupino, quell’ex seminarista che per il Codice Canonico non è prescritto, denuncerà già nel 2010 le molestie subite al vescovo di Savona Vittorio Lupi, il quale però sceglierà di non intervenire.

Tutto tace fino al 2013 quando lo scandalo savonese di don Nello Giraudo trasmesso dal noto programma televisivo LE IENE darà la forza di uscire allo scoperto ad un altro ex seminarista, anch’esso vittima di don Pietro Pinetto. Ma anche questa volta l’intervento dei termini di prescrizione costringerà l’autorità giudiziaria a fermarsi. In quella occasione la Diocesi di Savona, attraverso un comunicato stampa dichiarerà che se quei gravi fatti prescritti per l’autorità giudiziaria ma non per il codice canonico, saranno accertati, si procederà con un processo canonico nei confronti del sacerdote.

Nel frattempo gli attivisti della Rete L’ABUSO iniziano a raccogliere una serie di segnalazioni, tra queste anche quella riguardante un ragazzo poco più che 20enne, con evidenti problematiche psicofisiche che disegnano il profilo di una vittima nel pieno del trauma. Ad accreditare ulteriormente il profilo della presunta vittima sono le voci che da tempo si rincorrono in paese. La magistratura a questo punto interviene, sembra finalmente la volta buona, sembra, perché quando gli inquirenti ascolteranno la presunta vittima, questa confermerà si, la sua frequentazione con il sacerdote, ma negherà le molestie.

A questo punto l’indagine sembra arenarsi ancora una volta, ma accade qualcosa che darà l’opportunità agli inquirenti di poter procedere con l’accertamento degli altri casi, quelli per i quali non si era potuti procedere in precedenza a causa dei termini di prescrizione.

Il sacerdote Pietro Pinetto, certo di averla fatta franca, sporgerà querela per diffamazione nei confronti di quattro persone, una delle vittime, Francesco Zanardi portavoce della Rete L’ABUSO e due giornalisti, uno del SECOLO XIX e l’altro di LA REPUBBLICA. Grazie a questa arrogante querela l’autorità giudiziaria si troverà costretta ad indagare per accertare la veridicità della presunta diffamazione invocata dal sacerdote e nell’eventualità procedere contro i quattro querelati.

Comincerà quindi da parte degli inquirenti l’audizione delle vittime e in alcuni casi anche dei loro famigliari. Emergerà una lettera autografa scritta da un bambino, all’ora seminarista, negli anni 70 nella quale il 12enne racconta l’accaduto. La madre ha conservato per tutti questi anni quella lettera che quando è depressa rilegge.

Dalle deposizioni delle persone ascoltate emergerà che quel sacerdote era già stato denunciato ai massimi vertici della chiesa savonese negli anni 70, ma l’allora vescovo mons. Sibilla non fece nulla.

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Tra i racconti emerge anche il dolore della madre la quale a seguito della fuga del figlio dal seminario savonese, prima di affrontare l’allora vescovo di Savona, si era rivolta ad alcuni sacerdoti savonesi, uno morto ma gli altri due ancora vivi, denunciando l’accaduto e chiedendo loro consigli su come procedere.

La donna racconta agli inquirenti; “a me il vescovo sembrava fosse dispiaciuto e speravamo togliesse di mezzo quel prete, invece nulla: XXXXX era un bambino a quei tempi: il prete si chiamava don Pinetto, pressappoco, un nome cosi: ha cercato di fargli le cose che sono scritte qui: XXXXXX è scappato dal seminario e con questa lettera ha provato a raccontare quello che era successo, ma noi non lo abbiamo ascoltato. Il padre l’ha picchiato credendo che non fosse una cosa vera: la verità è che non è successo una volta sola. XXXXXX è rimasto sperando che il prete la smettesse. Invece poi il prete ha continuato e XXXXXX è scappato. Noi eravamo persone semplici, siamo venuti grandi in un paesino così e credevamo che il seminario fosse sicuro e che non potessero succedere delle cose cosi”.

Anche il padre della vittima non si da pace e dichiara agli inquirenti; “io so che mio figlio è scappato dal seminario perché ha visto violentare un altro bambino e poi mi ricordo che io l’ho picchiato: io poi credevo che il prete che ha cercato di violentare (anche mio figlio) XXXXXX fosse morto, prendo atto che lei ora mi dice che è vivo. Di lui non mi interessa nulla , però voglio dirle che mio figlio per colpa di quel prete ha avuto la vita rovinata: e basta, non voglio dire altro”.

Un’altra delle vittime racconterà agli inquirenti; “ricordo che la prima volta che mi ha toccato nelle parti intime è stato quando mi voleva spiegare come bisognava lavarsi nelle parti intime. Ha iniziato a mostrarmi concretamente come fare, facendomi spogliare e manovrando il mio pene. Questa cosa è successa, per quanto ricordo due o tre volte, probabilmente perché ho iniziato a mostrare il mio disappunto e quindi non ha più insistito a chiamarmi. Preciso che il tutto veniva effettuato senza alcuna violenza fisica, ma violenza psicologica perché era più subdola, in quanto faceva apparire reali e onesti questi atteggiamenti, che in realtà non lo erano”continua”Preciso inoltre che i toccamenti sono sempre stati effettuati da don Pinetto sulla mia persona e non viceversa”.

Ma c’è un’altra testimonianza, questa volta indiretta e a raccontarcela è Roberto Nicolick, fratello di Alessandro, purtroppo deceduto. Alessandro di famiglia cattolica praticante entra in seminario con una forte vocazione, voleva diventare un sacerdote. Ma all’improvviso, una notte Alessandro scappa dal seminario. Non vorrà mai spiegare alla famiglia i motivi di quella fuga, si confiderà con il fratello Roberto solamente anni dopo e in punto di morte. Ad accreditare ulteriormente questo racconto indiretto è quanto accade il 4 dicembre del 2013, nel pieno delle indagini della magistratura, quando 2 sacerdoti, uno dei quali si qualifica come il vice del vescovo, l’altro invece di origine indiana, si presentano dalla madre di Alessandro alla quale chiederanno di sottoscrivere una dichiarazione riguardante il figlio. La donna all’epoca 91enne firma quella dichiarazione di cui non ricorda bene il contenuto e della quale non viene lasciata copia. I due sacerdoti, prima di uscire da casa della donna gli raccomandano di non parlare con nessuno di quella loro visita, soprattutto con figlio Roberto. Nei giorni scorsi Roberto Nicolick ha chiesto all’autorità giudiziaria di fare chiarezza sull’accaduto anche per capire meglio cosa sia stato fatto firmare all’anziana madre.

 Arriviamo ai giorni nostri quando don Pietro Pinetto malgrado quanto certificato dall’autorità giudiziaria già nel luglio del 2013, verrà trasferito dal vescovo di Savona Vittorio Lupi nella parrocchia di S. Francesco da Paola, dove tra le altre cose abita una delle vittime. In un primo momento la notizia passa inosservata ma poche settimane dopo qualche genitore dei molti bambini che frequentano quella parrocchia comincia ad avere il sospetto che quel nuovo sacerdote possa essere quel Pietro Pinetto di cui anche i giornali avevano parlato tanto pochi anni prima. Alcuni genitori contattano Francesco Zanardi della Rete L’ABUSO il quale confermerà che si tratta proprio di quel sacerdote.

I circa 70 genitori chiederanno spiegazioni al parroco don Danilo Grillo il quale malgrado la vicenda sia oramai ben nota ai vertici della diocesi di Savona, si limiterà a tranquillizzarli, ma nessuno rimuove Pinetto.

Per quanto riguarda quella provvidenziale querela che avviò le indagini della procura, fatta da don Pinetto ai danni di una delle vittime, del portavoce di Rete L’ABUSO e i due giornalisti, è stata ritirata dal sacerdote accusato di calunnia nei confronti dei quattro, il 3 dicembre del 2013.

Come già detto al principio dell’articolo, non riteniamo necessario pubblicare l’intero carteggio acquisito presso l’autorità giudiziaria il quale andrebbe solo ad accentuare ulteriormente la miseria morale ed intellettuale di molti sacerdoti di questa diocesi, vertici compresi.
La Rete L’ABUSO chiede ancora una volta pubblicamente al vescovo di Savona Vittorio lupi di procedere come promesso alle vittime e all’intera comunità cattolica savonese nel comunicato della diocesi datato 7 marzo 2013 (Comunicato della Curia diocesana ), come prevede il Codice Canonico ad un processo nei confronti del sacerdote Pietro Pinetto.

Il buonsenso invece vorrebbe che lo stesso sacerdote sia allontanato da luoghi frequentati da minori, ma questa è scelta della chiesa alla quale lasciamo la decisione.

L’ufficio di Presidenza della Rete L’ABUSO

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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

No thanks, I’m not interested.