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il Portale della Rete L'ABUSO - Home » Bari » La storia a due facce di don Turturro: “Prego dopo la condanna”

La storia a due facce di don Turturro: “Prego dopo la condanna”

Redazione WebNews by Redazione WebNews
9 Giugno 2014
in Sicilia
Reading Time: 3 mins read
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Abusi su minori: sentenza della Cassazione per l’ex sacerdote antimafia. Dovrà scontare tre anni. Gli avvocati: “Speriamo lo affidino ai servizi sociali”
di Salvo Palazzolo – 8 giugno 2014

Il telefonino di don Paolo Turturro non smette di squillare. I siti internet hanno diffuso da qualche ora la notizia della sua condanna definitiva per pedofilia, a tre anni, ma lui continua a ricevere attestati di solidarietà. Sacerdoti, volontari, professionisti più o meno noti della città bene. Il caso dell’ex parroco antimafia del Borgo Vecchio continua a dividere, anche ufficialmente: undici anni dopo la prima accusa della procura e le sentenze di condanna la Chiesa non l’ha neanche sospeso, ma solo allontanato.
Adesso, lui vive al Borgo della pace di Baucina, che un tempo era il cuore delle attività con i bambini a rischio. E ci resterà fino a quando i giudici non decideranno la sua sorte: «Crediamo che ci siano tutti i presupposti per l’affidamento ai servizi sociali», dicono Vincenzo Gervasi e Ninni Reina, i legali del sacerdote originario di Bari che oggi ha 68 anni. Se non dovesse andare così, Turturro rischia il carcere o i domiciliari. Lui dice, sottovoce: «Continuerò comunque il mio impegno nel sociale, nella semplicità, nel silenzio e nella preghiera». Fa una pausa e riprende: «Il mio atteggiamento è stato sempre limpido». È la frase ribadita più volte in questi anni di udienze e processi, perché don Turturro si è sempre proclamato innocente e vittima di un complotto per il suo impegno nella chiesa di Santa Lucia.

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Ma tutti i giudici che si sono occupati di lui non hanno avuto dubbi, e hanno ritenuto «genuine e attendibili» le accuse dei due ragazzini del Borgo, oggi diventati giovani uomini. Il primo faceva il chierichetto, ha parlato di baci pesanti e insistenti del parroco, nella sacrestia e anche a Baucina: per questa accusa, Turturro ha avuto tre anni. Gli altre tre anni e sei mesi inflitti nel primo processo d’appello, per una violenza ancora più pesante, sono invece caduti per la prescrizione. Ma resta il racconto dell’altra vittima, che riporta alla fine degli anni Novanta, quando il sacerdote del Borgo Vecchio era il simbolo della Palermo che non si rassegnava alla violenza mafiosa.

In quegli anni, don Turturro era già all’apice della notorietà. Innanzitutto per le sue denunce: la notte di Natale del 1993, aveva rivelato addirittura che uno degli assassini di Capaci gli aveva chiesto perdono, confessandosi. I magistrati lo interrogarono e lui si appellò al segreto.
E i giornalisti di tutto il mondo cominciarono ad arrivare al Borgo per intervistarlo e per riprendere le sue manifestazioni. La più famosa era il giorno della celebrazione dei defunti: Turturro accendeva un grande falò davanti al carcere dell’Ucciardone e bruciava fucili e pistole giocattolo portati dai bambini del quartiere.
Così, fra catene umane, fiaccolate e progetti di recupero per i minori lodati persino dall’allora presidente della Repubblica Cossiga, Turturro era finito al centro di tante minacce, gli fecero trovare persino due proiettili nel confessionale. E la prefettura gli assegnò subito una scorta. Due anni dopo, arrivarono i racconti dei bambini, che all’epoca avevano dieci anni, e partirono le indagini della sezione Minori della squadra mobile coordinate dal sostituto procuratore Alessia Sinatra.

Così, la parabola di Paolo Turturro cominciò a scendere velocemente. Nonostante gli attestati di solidarietà e addirittura una fiaccolata al Borgo in sua difesa: quel giorno del settembre 2003, davanti alla chiesa di Santa Lucia, c’erano professionisti, politici ed esponenti della società civile per difendere il parroco antimafia. Erano gli stessi che fino a qualche anno prima affollavano la messa della domenica, alle 20: era diventata la messa antimafia di Palermo. Durante quella fiaccolata ripetevano: «Era un prete scomodo, hanno voluto fermarlo». Ma i processi che si sono susseguiti hanno spazzato via ogni ombra di tutti i possibili complotti. E sono rimasti i racconti dei due ragazzini di un tempo. Racconti amari di chi sperava di trovare in chiesa una via di riscatto e invece trovò l’inferno.

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http://www.antimafiaduemila.com/2014060849903/cronache-italia/la-storia-a-due-facce-di-don-turturro-prego-dopo-la-condanna.html

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Informazione sui contenuti

La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

No thanks, I’m not interested.

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