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Portale della Rete L'ABUSO - Associazione sopravvissuti | News | Vania Lucia Gaito: “La colpa della Chiesa è nella sua sessuofobia”

Vania Lucia Gaito: “La colpa della Chiesa è nella sua sessuofobia”

Redazione WebNews by Redazione WebNews
6 Maggio 2010
in News
Reading Time: 10 mins read
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Non sono casi isolati: i preti pedofili sono migliaia in tutto il mondo e molti anche in Italia. Un fenomeno taciuto per anni e ‘coperto’ dal Vaticano, pronto a solidarizzare anche con chi è stato condannato dalla giustizia. O, se proprio costretto, a risarcire la vittima comprandone il silenzio. ”Tu non parlare con nessuno”: la Chiesa sembra offrire solo la promessa del perdono alle vittime e ai colpevoli, tutti allo stesso modo peccatori. Peccatore perfino il bambino di soli nove mesi stuprato da padre Oliver O’Grady. Ma adesso, qualcosa sta cambiando: il libro ‘Viaggio nel silenzio. I preti pedofili e le colpe della Chiesa’, edito da Tea, della coraggiosa psicologa salernitana Vania Lucia Gaito, che dal 2006 collabora con il blog di controinformazione ‘Bispensiero’ sul quale, nel 2007, ha trasmesso e sottotitolato il documentario della BBC ‘Sex Crimes and Vatican’, raccoglie le voci di chi ha avuto il coraggio di denunciare e di ribellarsi, raccontando anche che cos’è, oggi, la vita di un prete.

Vania Lucia Gaito, nell’ottobre del 2002 la tv irlandese RTE (Radio  Telefis Eireann) ha trasmesso il celeberrimo documentario ‘Cardinal Secrets’ da cui poi nacque il tempestoso ‘rapporto Murphy’: anche in Italia si sono avuti comportamenti omissivi nei confronti dei bambini?
“In Italia si fa molto scudo alla Chiesa cattolica e si ha pochissima o nessuna attenzione per le vittime. Teoricamente, sono tutti a favore all’antipedofilia, ma non nel momento in cui si fanno alcune leggi che spostano i tempi di prescrizione e li riducono. Per esempio, la ex Cirielli  ha spostato i tempi di prescrizione facendoli arrivare a dieci anni. Un reato come l’abuso sessuale (perchè la pedofilia non è un reato, mentre lo è l’abuso sessuale) già è difficile da denunciare, perché distrugge l’autostima delle persone. Esiste un tempo entro cui l’abuso va denunciato: il termine massimo è di dieci anni, compresi i tre gradi di giudizio. Ciò significa che chi ha subito un abuso anche in giovane età, considerando tutto il tempo che ci vuole per elaborare l’abuso, ricostruire l’autostima e arrivare a una denuncia all’istituzione pubblica,  occorrono molto spesso degli anni. Ed è questo il motivo per cui molti accusati di pedofilia vedono prescriversi il reato, come Don Giorgio Carli: il reato in Cassazione era prescritto e la stessa Cassazione lo ha condannato a un risarcimento civile. Però, penalmente non è stato possibile perseguirlo, perché erano trascorsi più di dieci anni. All’estero, il problema viene vissuto diversamente. L’Olanda, per esempio, ultimamente è invischiata in casi di pedofilia, ma la legislazione olandese prevede una prescrizione di vent’anni dal compimento del diciottesimo anno della vittima. Quindi, se qualcuno è stato abusato a 5 anni, da quando ne compie 18 ha ancora vent’anni di tempo per denunciare e far perseguire il reato. In Italia, la prescrizione corre anche lungo il processo, mentre in altri Paesi la prescrizione, con il processo, si blocca, perché l’intenzione dello Stato è quella di perseguire il reato una volta che è stato istituito un processo, per cercare giustizia fino alla fine”.

Da secoli, la Chiesa conosce l’esistenza di reati di abuso sessuale su bambini e adulti: sono più numerosi i casi di pedofilia all’interno della Chiesa cattolica o di altre categorie sociali?
“E’ difficilissimo fare una stima di questo genere, perché proprio per il fatto che non si denuncia, il fenomeno rimane sommerso, dunque immenso. Noi abbiamo alcuni dati, alcuni anche molto falsati per quanto riguarda la pedofilia e gli abusi sessuali in famiglia, oppure nelle istituzioni sportive o a scuola. Poi, molto dipende anche dal tipo di abuso a cui facciamo riferimento: io parlo di abusi sessuali perché la pedofilia, nel senso diagnostico del termine, riguarda un certo tipo di disturbo di carattere sessuale che implica una serie di peculiarità per poter fare una diagnosi di pedofilia: una differenza di almeno cinque anni di età tra la vittima e l’abusante e una presenza di fantasie di natura pedofila per almeno sei mesi. Sicuramente, quello che è importante è  invece l’atto, perché ci sono pedofili che non mettono mai in pratica quelle che sono le loro fantasie, poiché temono il giudizio sociale, essendo il criminale molto lucido e sapendo benissimo a che cosa va incontro. Ci sono dei pedofili che non sono criminali. E ci sono delle persone che abusano dei minori pur non essendo pedofili, per una questione di opportunità o per altre forme di disagio, perché  il minore è chiaramente più vulnerabile e meno ‘giudicante’, da un punto di vista psicologico, rispetto all’adulto. Quindi, ci possono essere anche altre patologie ed è quel che accade con la categoria dei sacerdoti-pedofili: fermo restando che esiste una percentuale che, pur abusando di minori, non sono strettamente classificati come pedofili, come persone attratte da minori, non per questo si può parlare di reati meno gravi rispetto all’abuso di un bambino di pochi mesi, come nel caso di Oliver O’Grady”.

Lei, nella sua analisi, è partita da dati concreti parlando con tante vittime e sacerdoti: quanto è stato difficile o doloroso ottenere la loro fiducia?
“Difficile sicuramente: ci sono vittime che riescono a elaborare il dolore, che sono stati aiutati, che hanno fatto un percorso per cui l’abuso è divenuto una parte della loro vita, dolorosa, difficile, ma comunque vissuto da ex vittime. Poi, ci sono persone che non riescono ad andare oltre quell’abuso, non perché sia costantemente nei loro pensieri, ma perché non sono riusciti a elaborare quanto è loro capitato, non hanno avuto aiuti efficaci, molto spesso non sono stati creduti quando hanno denunciato. Ho conosciuto genitori di bambini piccolissimi, di età neppure scolastica, che pur di non accettare che i loro figli avessero subito abusi da un sacerdote, hanno portato i figli dall’esorcista. Quando non si viene creduti, il processo di elaborazione è molto più complesso: difficilmente se ne viene fuori. Ovviamente, ciò condiziona tutta una vita. Molti di coloro che abusano, inoltre, hanno subìto abusi a loro volta e hanno ‘imparato’ che quello è il ‘modo’, che quella la sessualità”.

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120 mila  ‘preti sposati’ nel mondo e la Chiesa continua a non considerare le parole della Bibbia: “Non è bene che l’uomo sia solo”. C’è un rapporto tra celibato e pedofilia, oppure la pedofilia è un problema a sé?
“Il celibato è una scelta che si fa nel momento in cui si decide di prendere l’ordine e, quando si prende questa decisione, si passa dal seminario ‘minore’ a quello ‘maggiore’. In quello minore arrivano i ragazzi delle scuole medie: adolescenti di dieci, undici anni circa che si ritrovano in un ambiente molto particolare, a senso unico, intanto, in cui non ci sono donne. E il tipo di educazione sessuofobica che impartisce la Chiesa è differente dal tipo di educazione o dal tipo di esperienza che si può fare vivendo in una realtà diversa. All’interno dei seminari si subiscono molto spesso abusi da educatori o sacerdoti che dovrebbero prendersi cura dei bambini a loro affidati. Celebre è il ‘gioco dello scarpone’, nei seminari, un modo di proporre la sessualità che è dicotomico. In pratica, la figura della donna viene scissa in due: da una parte, la figura della Vergine Maria, ascetica, estranea alla quotidianità della donna, dall’altra c’è Eva, la tentatrice, colei che ti può togliere la virtù, che ti spinge al peccato. E’ ovvio che con una dicotomia di questo genere, tutto diventa fortemente angosciante, castrante, soprattutto nell’immaginario di un bambino. Il problema sorge nel momento in cui si affrontano le pulsioni adolescenziali: l’adolescenza è un bombardamento ormonale impressionante e difficilmente si può chiedere a un ragazzino di 13 anni di contenere un impulso sessuale raramente sopprimibile. L’unico tipo di educazione che viene data è molto superficiale, dal momento che i ragazzi non sono assolutamente preparati a comprendere bene quel che succede al loro corpo, all’intero organismo. Le amicizie ‘particolari’ all’interno dei seminari sono una prassi conosciutissima e non da adesso, perché se gli educatori ‘mettono in guardia’ i ragazzini, vuol dire che sanno benissimo ciò che succede all’interno di molte strutture. Ovviamente, quando c’è l’impossibilità di avere un rapporto ‘oggettuale’ per un maschio, per un uomo, quando la donna è inaccessibile proprio perché non c’è, oppure è connotata in modo molto ‘frustrante’, si cerca un oggetto sessuale sostitutivo. Il più delle volte, arriva dal compagno di stanza, dall’amico di seminario, dal ragazzo più grande e con più esperienza, se non addirittura da un sacerdote che abusa. Ovviamente, la disparità tra una persona adulta, che sa perfettamente quello che sta facendo e un ragazzino di tredici anni, ormonalmente ‘bombardato’, è enorme, dal punto di vista proprio della consapevolezza. Per questo motivo si tratta di abusi”.

Freud sosteneva che un pedofilo è un bambino che cerca un altro bambino: considerando la loro sessualità polimorfa, i preti  hanno la loro responsabilità personale o sono solo frutto di una cultura misogina e manichea, respirata nei soffocanti seminari minorili?
“In gran parte, è il tipo di cultura: quando Freud parla di un pedofilo narcisista, nel senso che cerca il bambino perfetto, che è rimasto psicologicamente ‘fissato’ alla propria figura di bambino onnipotente, quindi prima del complesso edipico, ovviamente si rifà a quello che è il pedofilo puro. Fortunatamente, è difficile trovare un narcisista puro, anche se la cultura  moderna spinge in tal senso, ma si tratta di forme di narcisismo ‘secondario’. Quello di cui parlava Freud è, invece, un narcisismo ‘primario’: il bambino aveva l’onnipotenza di creare il mondo e, da grande, non riesce a ‘uscire’ da se stesso per affrontare una relazione a due, in cui uno limita l’onnipotenza dell’altro. All’interno dei seminari, quando accadono queste cose, la crescita psicoaffettiva e psicosessuale la si subisce come un ‘blocco’. La persona che subisce un abuso, anche se cresce e va avanti con gli anni, cerca la compagnia di persone che siano al suo stesso livello affettivo, cioè al momento in cui è rimasto ‘bloccato’ in compagnia di un dodicenne o di un quindicenne. Dal punto di vista sessuale, per lui la ‘normalità’ è con un coetaneo, per la legge molto meno”.

Lo scrittore cattolico Vittorio Messori ha proposto un bizzarro  ragionamento algebrico: “Un uomo di Chiesa fa del bene e talvolta cade in tentazione? E allora? Gesù dice di non essere venuto per i sani, ma per i peccatori…”. Esiste, forse, una filosofia del pedofilo?
“Certamente: esiste una pedofilia del pedofilo, una giornata dell’orgoglio pedofilo. In quell’articolo manca pochissimo all’apologia di reato. Ricordo una persona, che è stata beatificata e poi santificata, che aveva la debolezza di andare ai giardini pubblici, aprire l’impermeabile e mostrarsi alle mamme. Leggere queste cose fa riflettere: se la Chiesa ha santificato questa persona e poi dà un’immagine dei santi come di persone dalla moralità specchiata, da emulare, forse sono tante, allora, le cose che essa ‘fa’ e ‘non dice’. C’è differenza, allora, tra quanto la Chiesa impone con la pastorale e quanto effettivamente essa sia consapevole di come questa morale sia ‘di piombo’, tanto che non la segue neppure lei stessa. Molti sacerdoti si sentono al di fuori delle leggi in cui vivono, fuori della consapevolezza di essere persone come tutte le altre: essere il ‘vicario’ di Cristo, chiaramente in nome e per conto, crea un sentimento di onnipotenza che può sfociare anche in determinati comportamenti. Quando, poi, la Chiesa ‘copre’ invece di denunciare, a maggior ragione il delirio di onnipotenza va oltre quelli che sono i comuni confini, perché ovviamente, se una persona che commette determinati atti venisse perseguita dalle leggi dello Stato, magari denunciato dal vescovo, raramente si arriverebbe a certi parossismi”.

Don Pierino Gelmini, il celebre prete antidroga, imputato per numerose molestie sessuali, ha parlato di “un complotto di qualche lobby radical-chic”: ci sono ottimi motivi per stabilire che anche la sua vicenda verrà consegnata all’oblio?
“Sicuramente si. Quello di Don Gelmini, anzi del signor Pierino Gelmini, perché non è più un sacerdote, avendo chiesto la riduzione allo stato laicale e avendola ottenuta alla velocità della luce poiché la Chiesta è stata felicissima di liberarsi di lui, è uno di quei casi che si trascineranno a oltranza e che, probabilmente, andranno in prescrizione. Parliamo di un uomo che ha 84 anni. C’è questa tendenza della Chiesa, poi, a sentirsi perseguitata: la Chiesa non è affatto perseguitata, ma storicamente persecutrice. In pratica, da Costantino in poi, la Chiesa si è sempre professata  perseguitata, mentre invece ha avallato una  serie di abomini  inconcepibili,  passando per le Crociate, l’Inquisizione e i genocidi. La Chiesa, nel corso dei millenni, ha fatto veramente di tutto e di più professandosi sempre vittima, secondo una dicotomia di pensiero davvero impressionante. Il fatto di voler continuare la persecuzione ebraico-giudaica, per chi continua a crederci, è veramente ridicolo. Il ‘New York Times’ ha reso pubblici documenti che coinvolgevano Benedetto XVI in grandi responsabilità per quello che è stato l’occultamento di determinati casi americani: anche se lui può esser stato l’ultima ‘pietra’ di un lungo cammino, piuttosto che recitare un ‘Mea culpa’, ammettere una serie di errori e riparare quanto fatto si è preferito passare per le vittime di un ‘complotto ebraico-giudaico’ da parte del ‘New York Times’. E ciò semplicemente per il fatto che quel giornale è di proprietà di una famiglia ebrea. Il ‘Washington Post’, che ha tirato fuori lo scandalo di Boston vincendo il premio Pulitzer, o il ‘Wall Street Journal’ e una serie di altre testate americane che non hanno assolutamente nulla a che fare con proprietari di origine ebrea, hanno pubblicato cose molto più pesanti. La Chiesa è maestra nel togliersi di dosso qualsiasi peso: e questa volta lo ha fatto prima con queste dichiarazioni vergognose sul complotto ebraico, poi con quelle, ancora più pesanti, tendenti a recidere qualsiasi collegamento tra pedofilia e sessuofobia, mentre mirano a creare un presunto – e, sottolineo, inesistente – legame tra pedofilia e omosessualità. E’ vergognoso affermare  una cosa del genere: l’omofobia che caratterizza la Chiesa è la vergogna che ha permesso, non più di un anno fa, di non far passare all’Onu la moratoria sulla pena di morte per gli omosessuali. Il Vaticano è quello che si è maggiormente adoperato perché ciò non avvenisse”.

Lo scorso 16 febbraio 2010, Benedetto XVI ha comunicato urbi et orbi la sua volontà di fare chiarezza e pulizia nelle file dei preti: la si può considerare una svolta straordinariamente epocale?
“Benedetto XVI lo aveva già proposto anche quando è andato a farsi un viaggetto negli Stati Uniti, un anno e mezzo fa. E la sua volontà era fermissima, tanto che affermò che la pedofilia è incompatibile con il sacerdozio. Tuttavia, questa sua presa di posizione forte nei confronti della pedofilia clericale dovrebbe avere una rispondenza anche nei fatti. Solo che nessuno ricorda più che, nel momento in cui Benedetto XVI è approdato negli Stati Uniti, lo Snap (l’Associazione delle vittime della pedofilia clericale) ha chiesto per mesi un incontro con Benedetto XVI, sempre categoricamente rifiutato. Tuttavia, gli Usa non sono l’Italia. Quindi, quando Joseph Ratzinger è andato a festeggiare il suo compleanno da Bush, i media americani si sono scatenati: la trasmissione ‘Good Morning America’, che è una delle più seguite, ha ricordato quali fossero le responsabilità di Ratzinger nello scandalo della pedofilia. Così, fuori programma, Benedetto XVI ha deciso di incontrare a Washington cinque vittime – su 13 mila – per 25 minuti, in piedi, nella cappella privata apostolica della Nunziatura. Ha regalato il rosario e ha detto: “Pregate, noi vi perdoniamo, voi perdonateci”. Questa la sintesi della questione. Ha avuto, però, molto tempo per accompagnarsi con tre cardinali: Roger Mahony, che a Los Angeles ha protetto dei preti pedofili, Edward Egan, che a New York ha fatto la stessa cosa e il cardinale Francis George, anche quest’ultimo con un passato molto pesante. L’anno scorso, proprio George è stato eletto presidente della Conferenza dei Vescovi cattolici americani: io non vedo, dunque, una volontà reale. Si dovrebbe fare pulizia partendo dalle alte cariche: dal cardinale Law, che ha protetto il ‘fior fiore’ dei preti pedofili e che, trascinato in tribunale, era pronto a dichiarare fallimento pur di non risarcire le vittime. Il cardinale Law è stato addirittura promosso: è diventato arciprete, a Roma, presso la basilica di Santa Maria Maggiore. Oppure, si potrebbero consegnare gli archivi segreti delle varie curie direttamente alla Polizia, in modo da avere dei raffronti tra quanto testimoniato da determinati vescovi e quanto effettivamente è capitato. A Roma, ultimamente, è in corso il processo contro Don Ruggiero Conti. E’ stato sentito il vescovo Gino Reali, che ha già gestito due preti pedofili o, comunque, accusati di abusi sessuali: in entrambi i casi, il vescovo nulla sapeva, nonostante le denunce scritte. Insomma, di quale volontà stiamo parlando? Si continua a fare esattamente come si è sempre fatto fino a oggi, a proteggere i sacerdoti, a difendere i beni della Chiesa da eventuali richieste di risarcimento. Il problema è anche questo: se si ammette la propria responsabilità, la propria negligenza, se si ammette di aver saputo e di aver ‘coperto’, le richieste possono arrivare al parossismo, essendo la Chiesa molto più legata ai soldi che al Vangelo..”.(Laici.it)

http://www.politicamentecorretto.com/index.php?news=23152

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Informazione sui contenuti

La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

No thanks, I’m not interested.